
(di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Ci hanno detto che era colpa della guerra. Del virus. Del clima. Che l’industria europea stava soffrendo, sì, ma per cause esterne, imprevedibili, inevitabili. E invece no. La verità è che l’Europa, in preda a un raptus di autolesionismo, sta smantellando sé stessa. Con metodo e disciplina, con una lucidità che inquieta.
La Germania, locomotiva del continente, ha spento i motori. L’Italia arranca. La Francia, pur nel mezzo di una crisi politica profonda, regge l’urto grazie alla sua rete nucleare, che nel 2025 copre oltre il 67% del fabbisogno elettrico. Non è la politica a tenerla in piedi, bensì una disponibilità energetica costante, frutto di scelte industriali lungimiranti.
Nel frattempo, mentre le fabbriche chiudono, i capitali migrano verso lidi più docili, dove l’energia costa meno e le regole sono più morbide: India, Cina, USA. È la finanziarizzazione dell’economia che avanza, travestita da transizione verde, da competitività, da modernizzazione. Ma sotto il vestito resta una domanda che scotta: chi produrrà, domani, ciò che oggi stiamo dismettendo?
Uno spettro si aggira per l’Europa, e non è quello evocato da Marx. È lo spettro della deindustrializzazione: una lenta ma inesorabile erosione del tessuto produttivo continentale, mascherata da sostenibilità e innovazione. Non si tratta di una crisi ciclica, né di una sbandata temporanea: è una traiettoria ben delineata. L’ISPI, già a inizio anno, l’aveva messa a fuoco nel suo rapporto L’ora della verità: l’Europa rischia di scivolare in una spirale di smantellamento industriale, per effetto di una convergenza di fattori strutturali — energetici, geopolitici, normativi e finanziari.
Il caso tedesco è emblematico. Dal 2020 a oggi, la produzione industriale ha perso circa il 9%. Il settore automotive, storicamente trainante, è in piena crisi: oltre 90.000 posti di lavoro sono a rischio entro il 2030, con 18.000 già persi nel solo 2025. La produzione di auto è scesa da 5,6 milioni nel 2014 a meno di 4,1 milioni nel 2024, segnando un calo del 27,4%. L’effetto domino si propaga inesorabilmente, estendendosi a Polonia, Repubblica Ceca, Italia — tradizionali fornitori di componenti — che subiscono contraccolpi pesantissimi.
La crisi non è solo economica, ma anche geopolitica e sociale. La chiusura degli impianti nucleari tedeschi nel 2023, il sabotaggio del Nord Stream, la sostituzione del gas russo con GNL americano: tutto ha contribuito a rendere l’energia europea tra le più care al mondo.
Secondo il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, nel 2025 le imprese italiane affrontano un rincaro del 19,2% dei costi energetici, con aumenti del 210,5% per il gas e del 186,8% per l’elettricità rispetto al 2020. Una enormità impensabile appena qualche anno fa.
Per questo, seppure in ritardo, nel febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il Clean Industrial Deal, un piano da 100 miliardi di euro per rilanciare la competitività e accelerare la decarbonizzazione. Tuttavia, i numeri restano impietosi: -3,2% di produzione industriale nel 2024, -1,6% nel 2025. L’emorragia di investimenti continua a spostarsi implacabilmente verso USA, Cina e India. Il piano è certamente ambizioso, ma rischia di arrivare tardi e con strumenti troppo deboli.
E mentre l’Europa smantella, altrove si costruisce. L’automotive cinese, ad esempio, sta spopolando in Europa. Nel 2025, i marchi orientali hanno conquistato oltre il 5,5% del mercato europeo, con una crescita del 79% rispetto all’anno precedente. BYD, MG (di proprietà SAIC), Great Wall Motors e Geely (che controlla anche Volvo e Lynk & Co) sono i protagonisti di questa scalata. BYD ha addirittura superato Tesla in alcuni mercati chiave, mentre MG è tornata a brillare con modelli elettrici accessibili, e Lynk & Co ha introdotto formule di abbonamento che stanno rivoluzionando il concetto stesso di possesso.
A ciò si aggiunge un importante aspetto di posizionamento: le auto elettriche cinesi costano in media tra il 20% e il 35% in meno rispetto ai modelli europei equivalenti. Differenza dovuta principalmente a costi di produzione più bassi, sussidi statali e strategie di penetrazione aggressiva nel mercato europeo.
Ma non è solo una questione di prezzo. È una questione di strategia, di visione, di capacità di occupare lo spazio lasciato libero da un’Europa che si ritira. E mentre qui si chiudono stabilimenti, altrove si aprono concessionarie. Il paradosso è che, nel cuore della transizione ecologica, chi produce auto elettriche non è chi ha scritto il Green Deal — l’Europa — ma chi ha saputo interpretarlo meglio: la Cina.
Questa dinamica ha acceso il dibattito sulla concorrenza sleale. Nel 2025, l’Unione Europea ha infatti avviato un’indagine formale per valutare l’impatto dei sussidi cinesi e il loro effetto distorsivo sul mercato continentale. Ma intanto, le concessionarie si riempiono, i listini si abbassano, e il sorpasso si consuma in silenzio. Mentre l’Europa industriale resta a guardare.
Da un settore che arranca, esponendo tutte le sue fragilità, a uno che invece corre spedito: la finanza. Quest’ultima avanza inarrestabile, come un rullo compressore, macinando profitti e trasformando il panorama economico. I capitali industriali si dissolvono in hedge fund, buyback, asset immateriali. È tanto più semplice, infatti, spostare capitali da un fondo a un altro piuttosto che affrontare i rischi d’impresa e di gestione di un’industria. E così, la società del profitto, abituata a fare prima i conti in tasca a sé stessa, se proprio deve rischiare, è nella finanza che correrà il rischio.
Non a caso, c’è chi fa notare che la nomina di Friedrich Merz, ex BlackRock, alla Cancelleria tedesca, è il simbolo di questa svolta: dal capitalismo produttivo al capitalismo finanziario. Una fabbrica nella Ruhr non è più una fonte di forza nazionale, ma un asset sotto-performante. Certo, il risultato è una Germania più snella, ma anche più fragile e insicura.
Il problema, però, non è solo economico, ma umano. Se l’industria si ritira, chi assorbirà la forza lavoro? Quale modello sostituirà la manifattura? In quali settori potranno essere assorbiti i lavoratori che, giorno dopo giorno, vengono dismessi dal settore industriale? Il paradosso è che l’Europa si è imposta regole severe, mentre il resto del mondo gioca con parametri diversi. La sfida sarà dunque costruire un’economia capace di garantire occupazione, dignità e resilienza, senza sacrificare la sovranità produttiva.
Proprio mentre l’Europa si interroga sul destino della sua manifattura, a Toronto — in questi giorni — si è riunito il G7 per discutere di energia, resilienza industriale e sovranità tecnologica. Il vertice ha messo al centro la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione verso fonti pulite come l’idrogeno e il nucleare di nuova generazione, e la creazione di un’alleanza strategica sui minerali critici — gli stessi che alimentano le batterie delle auto elettriche e le turbine eoliche.
Temi che risuonano con forza nel cuore di un continente che, mentre scrive il Green Deal, sembra dimenticare come si produce ciò che lo rende possibile. Il G7 ha parlato di futuro, ma l’Europa deve decidere se vuole ancora farne parte come protagonista o solo come mercato. Perché la resa dell’acciaio — così come della manifattura, del tessile, della meccanica — non è solo una resa industriale: è una resa storica, culturale, politica. E se non si cambia rotta, sarà anche una resa su tutta la linea.
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I nostri alleati ci stanno fregando,però abbiamo salvato il Prosecco e il parmigiano!
Tutti prodotti che servono per vincere la guerra contro il nostro nemico(CHI?) comune.
Ho letto che bisogna abbassare le testate dei carri armati così vanno più veloci per difenderci pure dal mare!
Sposteremo su zattere i carri per difendere lampedusa ,la sicilia, e la sardegna!
Schierare i carri lungo la dorsale tirrenica e adriatica… sarà facile se spianeremo l’arco apenninico.
Cose e’ pazzi!
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L’articolo, pur con le solite venature ideologiche e le semplificazioni di rito, affronta 5 argomenti cruciali.
Il messaggio politico: l’idea che l’Europa stia “smantellando sé stessa”
La questione energetica: nucleare francese vs. politiche tedesche e italiane.
La concorrenza cinese
Il passaggio dall’economia produttiva a quella finanziaria.
Il futuro del lavoro e della sovranità industriale europea.
Dire che sia l’Europa a smantellare se stessa mi sembra una forzatura: se io ho dei soldi e impiagandoli in ambito industriale ottengo il 5% di rendimento mentre in ambito finanziario ottengo il 10% , allora mi converrà investirli in ambito finanziario.
Seconda osservazione mi sembra che l’articolo attribuisca il declino dell’industria europea alla mancata disponibilità del gas russo a basso prezzo.
Il problema del costo dell’energia è reale, ma da solo non basta a giustificare il declino industriale; la verità e che ci sono non solo le politiche predatorie cinesi, ma la Cina ha selezionato campioni mondiali in termini di industria, da noi in Europa ed in Italia in particolare c’è troppa piccola e media impresa il cui primo effetto tangibile è la dipendenza tecnologica da USA e Asia nei settori chiave (batterie, semiconduttori, AI, cloud).
la Cina non ha semplicemente fatto dumping o “politiche predatorie”: ha costruito campioni industriali globali (BYD, CATL, Huawei, ecc.) sostenuti da una visione di lungo periodo.
L’Europa, invece, ha lasciato che il mercato frammentasse la propria industria.
Le sue PMI sono eccellenti in nicchie, ma troppo piccole per reggere la competizione sistemica con conglomerati da centinaia di miliardi e a nulla serve la compressione salariale se non ad acuire il problema.
Andando al punto successivo: la questione energetica
Non è solo un problema di diversificazione delle fonti ( nucleare, gas, green); il problema è anche la diversificazione degli approvvigionamenti; qui la cosa sembra quasi paradossale: da un lato si sostiene che la perdita del gas russo a basso costo sia stato un male, il che è vero, ma poi si mette in luce che la diversificazione delle fonti abbia avuto un ruolo positivo.
Non avrebbe avuto un ruolo positivo anche diversificare gli approvvigionamenti senza diversificare la fonte?
Dipendere dal gas russo per oltre il 40% del fabbisogno era una scelta miope di politica energetica.
Bastava distribuire i rischi su più fornitori (Norvegia, Algeria, Qatar, Azerbaijan, USA, ecc.) per attenuare gli effetti di una crisi come quella del 2022 come hanno fatto i paesi asiatici (Giappone, Indonesia, Malesia).
Poi la diversificazione c’è stata, ma è stata fatta in emergenza; così i nuovi contratti di fornitura sono stati stipulati in condizioni di mercato sfavorevoli (prezzi altissimi).
Le infrastrutture di rigassificazione (GNL) non erano ancora pronte.
La logistica del gas liquefatto è molto più costosa e complessa di quella del gas via tubo.
In tali condizioni la speculazione ha trovato terreno fertile per crescere.
La concorrenza cinese
C’è ben poco da fare se non attendere; il modello di sviluppo cinese ha dei grossi limiti; la sovracapacità produttiva della Cina è ormai conclamata. Un atleta che si è dopato ben oltre l’inverosimile e che fa fatica a reggere il peso del proprio corpo; la narrativa vede oggi l’enorme massa di muscoli, chi guarda sotto la superficie vede i valori ematici e ormonali alterati; e alcuni medici hanno gettato la spugna in fatto di cure; Berkshire Hathaway ha azzerato le sue partecipazioni in BYD mentre questa è, per la narrativa ufficiale, col vento in poppa ; qualcosa non torna se si guardano solo le apparenze.
Buffett non è tipo da scelte impulsive; ha venduto perchè intravede un rischio sistemico.
La Cina ha costruito un apparato industriale progettato per sostenere tassi di crescita del PIL del 7–10% annuo.
Quando la domanda globale rallenta (come sta accadendo), quell’apparato non può fermarsi perché deve continuare a produrre per non generare disoccupazione e collassi finanziari interni.
L’Europa non può competere a colpi di sussidi o dumping, ma può resistere e attendere che il modello cinese mostri le sue crepe.
Nel frattempo, può difendere i propri standard (ETS, qualità, sicurezza).
Investire in filiere corte e in settori ad alto valore aggiunto (batterie, idrogeno, semiconduttori, biotecnologie).
Rafforzare l’autonomia strategica con patti industriali interni più solidi.
Il rischio per l’Europa non è tanto essere “sconfitta” dalla Cina, quanto farsi trascinare nella sua logica di iper-produzione sovvenzionata oltre che nelle sue dinamiche salariali scellerate ( la Cina “Comunista”; porko giuda)
Ultimo capitolo: la finanziarizzazione dell’economia
La finanziarizzazione non è un errore, né un atto di autolesionismo, è semplicemente la logica naturale del capitale in un contesto in cui il rendimento finanziario supera quello industriale.
Non c’è modo di “costringere” gli investitori a investire nell’industria reale: i soldi vanno dove il rischio/rendimento è più conveniente.
Se i fondi hedge, i buyback e le operazioni finanziarie rendono di più e richiedono meno rischio operativo rispetto all’industria, il flusso di investimenti va lì.
L’industria europea, frammentata in PMI, non può offrire rendimenti comparabili su scala globale senza consolidamento o supporto pubblico.
Il risultato è la “trasformazione” del capitale industriale in capitale finanziario: meno fabbriche, più fondi, più titoli, più asset immateriali.
La via d’uscita è creare campioni industriali nazionali o europei( cosa fatta in Cina ma ovviamente non con le stesse modalità)
Aziende grandi, integrate, con economie di scala, in grado di competere globalmente e offrire rendimenti sostenibili.
Supportare l’innovazione ad alto valore aggiunto: fondi di investimento pubblici che partecipano a progetti industriali cruciali, (possibilmente diversi dalle armi) riducendo il rischio percepito dagli investitori privati.
In sintesi l’Europa non si sta suicidando, ma rischia di perdere rilevanza globale se non corregge i propri punti deboli strutturali: dimensione industriale, pianificazione strategica, resilienza energetica e capacità di attrarre capitali verso l’industria reale.
La soluzione è meno drammatica di quella evocata dall’articolo; serve pianificazione, visione e pazienza, non una narrativa catastrofica.
La domanda cruciale è se Ursula ha queste doti.
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Molto bravo su 2 punti:politica miope non differenziazione energia e doping China.
Voto: 28/30.(si scherza)
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👏👏👏👏👏👏
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Risposta: NO, non ce le ha. L’unica cosa che ha tirato fuori è il super-finanziamento per le armi. 800 mld di euro nei prossimi anni + quelli già previsti causa anche Trump che ci sta estorcendo parte del PIL tramite la promessa del 5%.
Tutta la classe politica è venduta e comprata.
E no, spiacente, non mi sta bene che se gli investitori trovano più conveniente la speculazione finanziaria che la gestione industriale, allora è ‘naturale’ che i soldi vadano lì.
In termini di guadagno del singolo ci può stare, in termini di politica di uno stato proprio NO.
Ma come fai a dire NO quando hai i fondi d’investimento e le banche d’affari ovunque e che piazzano gente come Merdz e Micron a capo di uno stato?
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