A GAZA – Abbiamo normalizzato gli orrori della guerra. Ma la morte talvolta diventa incontro. Una madre palestinese e un padre israeliano possono riconoscersi nel dolore dell’altro? Solo se si disarma la cultura della difesa

(DI MADDALENA OLIVA – ilfattoquotidiano.it) – C’è un vecchio detto della Cabala che, nel suo tramandarsi, recita come, quando si è colpiti, quando ci si fa male, “tutto il sangue corre verso la ferita”.

E, a quasi sei mesi da quel 7 ottobre, è così. È così per l’escalation in una regione sempre più destabilizzata (c’era davvero chi non ci avrebbe scommesso?). È così per gli israeliani e per tutto il mondo che con loro si è risvegliato colpito dal massacro, lo choc, la violenza, la volontà di vendetta: “Le energie mentali di un’intera nazione – ha scritto David Grossman – ancora confluiscono lì, verso l’abisso in cui stiamo cadendo”. È così per il popolo palestinese. Che ha visto e vede correre il sangue di decine di migliaia di innocenti, sotto gli occhi di quanti, dopo il rito obbligato di cordoglio e indignazione, difendono il punto di non ritorno dicendo: “È la guerra… Non si poteva non reagire”. Normalizzando nel dibattito e su giornali e tv tutto. Il numero dei bambini uccisi dall’esercito israeliano in quasi sei mesi: un numero che ha superato quello dei bambini che hanno perso la vita in tutte le guerre del pianeta dal 2019 al 2022 (12.193, secondo l’Onu). Gli ospedali distrutti (quasi 9 su 10); gli operatori umanitari morti per “un tragico incidente” (200); i palazzi, le scuole, le strade divenute macerie (26 milioni di tonnellate). E qui, a Gaza, non ci sono due eserciti a combattersi. “Questo è il primo genocidio della storia in cui le vittime trasmettono la propria distruzione in tempo reale, nella speranza disperata e finora vana che il mondo possa fare qualcosa”: è stato detto alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia. Le immagini – molte delle quali escluse dai canali di informazione – circolano abbondanti sui social e non solo su certe “tv terroristiche”, come le definirebbe Netanyahu: basta volerle cercare e guardare.

“Nessuna vittoria ripaga, poiché ogni mutilazione dell’uomo è irreversibile”, scriveva Albert Camus nelle sue Lettere a un amico tedesco. Rileggendo questa frase, ho pensato alle storie interrotte. Dall’una e dell’altra parte. Una madre che esce a procurarsi il pane – lì dove il cibo è diventato un miraggio, considerati i 90 camion di aiuti alimentari che, al giorno, entrano nella Striscia, quando l’obiettivo sarebbe 500 – e, tornando in un rifugio che mai potrà dirsi casa, trova i suoi bambini uccisi da un bombardamento. O un padre che ha sua figlia tra gli ostaggi, sottoterra. Mentre la guerra de-umanizza, umilia, rende animale e oggetto l’altro, quella madre e quel padre possono provare a riconoscersi nel dolore dell’altro? Entrambi, palestinesi e israeliani – due popoli tormentati anche da uno stesso trauma primordiale, quello dell’esilio – non hanno comprensione né compassione l’uno per l’altro. L’altro non è più neppure un essere umano. È così da anni. Si sono alzati muri su muri, opposti estremismi a estremismi, aggressioni ad aggressioni. E ora, dopo il 7 ottobre e la “reazione” che ne è scaturita, il punto è diventato di non ritorno, spazzando via decenni di tentato dialogo, di faticosa costruzione di relazioni tra le diverse comunità religiose e sociali e di prospettive di pace. Quello che può ancora accadere però – e il Papa non smette di ricordarcelo – è che, talvolta, la morte, come la nascita, può diventare un momento di incontro. Anche tra persone che rischiano di cancellarsi o di considerarsi nemiche per il resto della loro esistenza. E proprio quando quel punto di non ritorno è stato oltrepassato.

“La società israeliana cerca di ignorare l’occupazione e i palestinesi: ma un problema non si risolve solo perché cerchiamo di non vederlo”. Sofia Orr ha 18 anni. Lo scorso 25 febbraio è arrivata nel centro di reclutamento di Tel Aviv, dopo aver trascorso venti giorni nella prigione militare di Neve Tzedek per essersi rifiutata di prestare il servizio militare obbligatorio, e ha ribadito il suo no e la sua protesta. “L’attacco di Hamas del 7 ottobre ci ha ricordato che la violenza chiama altra violenza: mi danno della traditrice e dell’antisemita, ma resto convinta che questa questione vada risolta in un altro modo”. “Dialogo” è una parola composta: dia, “in mezzo a” e logos, “parola”. Significa che c’è un attraversamento, uno spazio da percorrere, che non esiste il monopolio della parola e della ragione da una parte, ma le ragioni affiorano nella relazione, nell’incontro tra le parti. E per fare questo attraversamento è necessario vederlo e riconoscerlo, l’altro. Ma come fare se è lo stesso da cui difendersi? Il primo passo per costruire il dialogo sta lì, come insegna Sofia, nel disarmare la cultura della difesa. Oggi più di ieri. A cosa ha portato, da parte di Israele, credere di aver “risolto” la questione palestinese difendendosi, schermandosi, chiudendosi?

Non resta che una guerra senza fine, se non comprendiamo quanto sia fragile e penetrabile la fortezza (il modello verso cui tende, come ha sottolineato Naomi Klein, non solo Israele ma una parte importante di mondo, quella in cui viviamo). E quanto sia lontana dall’essere “casa”, il luogo capace di trasmettere protezione e appartenenza. Quello stesso luogo che è stato sottratto a più di un milione di palestinesi che nulla c’entrano con Hamas. Non resta che una guerra senza fine, se non ripartiamo dalla sofferenza. Da quel padre e quella madre. Dai figli di una generazione sopravvissuta ai campi della morte che sentono sempre messa a rischio la propria sopravvivenza, e da quegli altri figli, anche loro di un popolo a cui è stata cancellata ogni traccia di memoria oltreché di vita. E che senza più voce chiedono al mondo solo di arrestare l’impeto omicida del governo dell’altro.

“Non nel mio nome” urlano i familiari degli ostaggi, assieme ai tanti altri israeliani – decine di migliaia – che stanno tornando a riempire le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme per mandare a casa il governo Netanyahu e chiedere nuove elezioni.

Nella sua Lettera a un amico ebreo, Ibrahim Souss sa che, rivolgendosi all’altro, si potrà scrivere “la parola fine solamente il giorno in cui tu avrai compreso, con me, che il presupposto per coesistere è disinnescare l’angoscia”. “Io ho compreso la tua angoscia. Adesso tocca a te vedere la mia. Ti chiedo di esorcizzarle insieme. Non sono invincibili”. Così Souss ricorda di un vecchio amico di famiglia, andato a rivedere la sua vecchia casa a Gerusalemme, abbandonata come molte altre nel 1948. Quel pover’uomo si era a lungo aggirato intorno alla sua casa, che aveva ritrovato. Riconobbe quelle dei vecchi vicini musulmani e cristiani, tutte abbandonate e circondate da costruzioni moderne. Prese coraggio e si fece avanti.

Un vecchio aprì la porta. Disse: “Shalom”.

L’amico rispose: “È casa mia”.

Il vecchio disse: “Lo so”. Esitò prima di aggiungere: “Nel 1949, quando arrivai dalla Romania, lo ignoravo. Dicevano di avere costruito case per accoglierci”.

L’amico cominciò a piangere. Dalla porta socchiusa, aveva appena visto l’antica stampa di Gerusalemme da lui stesso appesa al muro qualche mese prima della precipitosa partenza. Disse: “È il mio quadro”.

Il vecchio si voltò, fece qualche passo e staccò l’opera dal muro. Gliela porse. E con le lacrime agli occhi: “Mi perdoni”.

L’amico prese la stampa. Non disse nulla. Tornò a casa. Disse ai suoi figli che ciascuno può fare la sua parte, se vuole.

Quel vecchio ebreo romeno, appartenente alla generazione per cui il ricordo della ferita era ancora vivo, aveva capito. Sarebbe difficile trasmettere oggi il suo pensiero ai tanti che continuano a ignorare che, con la nostra acquiescenza, stiamo oltrepassando tutti il punto di non ritorno? Quanto sangue deve correre ancora?