Prova un gran gusto la destra italiana nell’esibire lo scalpo di Roberto Saviano, incurante com’è del discredito che le deriva dall’aver epurato dalla Rai uno dei pochi scrittori italiani di fama internazionale. A sprezzo […]

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Prova un gran gusto la destra italiana nell’esibire lo scalpo di Roberto Saviano, incurante com’è del discredito che le deriva dall’aver epurato dalla Rai uno dei pochi scrittori italiani di fama internazionale. A sprezzo del ridicolo dichiarano trattarsi di una decisione aziendale, non politica. E piace loro anche mettere sullo stesso piano, pari e patta, Roberto Saviano e Filippo Facci, come se si trattasse di personalità commensurabili e come se si fossero macchiati della stessa infrazione. L’aver criticato Salvini con le parole che Gaetano Salvemini adoperò nei confronti di Giovanni Giolitti – “ministro della mala vita” – viene messo sullo stesso piano del gioco di parole con cui Facci ha minimizzato una presunta violenza sessuale. Il potere gli ha dato alla testa. Pur di esibire lo scalpo di Saviano non hanno neanche aspettato che fosse lui a togliere il disturbo come hanno fatto Fazio, Annunziata, Berlinguer. Alla Rai è bastata la richiesta proveniente da potenti abituati a usare i social come l’olio di ricino, capaci di aggredire i loro avversari con epiteti ben più insolenti, per scattare sull’attenti e annullare la messa in onda di un programma già registrato.

Colpisce anche la coincidenza temporale fra il siluramento di Saviano e l’attacco frontale di Salvini al fondatore del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti. Definito “un signore in tonaca”, colpevole di “ignoranza e superficialità senza confini”. Profittando dell’immunità parlamentare che gli ha già evitato il processo per aver chiamato “zecca tedesca” e “complice degli schiavisti” Carola Rackete, il “ministro della mala vita” attacca frontalmente un sacerdote figura integerrima, protagonista della lotta alla mafia.

Come già l’“editto bulgaro” contro Biagi, Luttazzi e Santoro, la cacciata di Saviano conferma che stiamo vivendo una stagione buia per la libertà d’informazione, cui dovremo ribellarci.