Abbiamo capito tutto quando Carlo Nordio non si è sottratto alla domanda davvero urticante, e in qualche modo spietata, della gentile intervistatrice: quale voto si darebbe? Al che il ministro della […]

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Abbiamo capito tutto quando Carlo Nordio non si è sottratto alla domanda davvero urticante, e in qualche modo spietata, della gentile intervistatrice: quale voto si darebbe? Al che il ministro della Giustizia, ospite a Taormina, in tenuta rilassata, mocassino senza calzino, ha modestamente risposto: “Per il risultato che abbiamo ottenuto per fare innervosire i nostri opponenti, dieci”. Ecco, lo avevamo intuito che alla base di questa incasinata, contestata, tribolata riforma della giustizia c’era in realtà un sentimento molto umano di ripicca, ritorsione, rivalsa, rivincita, vendetta o come preferite chiamarla nei confronti degli “opponenti”. Che poi, lo sospettiamo, sono principalmente quei colleghi di Nordio che per una vita hanno rattristato e in qualche modo afflitto l’esistenza del magistrato Nordio. Che ci stringe il cuore immaginare mentre vagava recluso tra le calli veneziane a occuparsi di processi anche importanti, nulla però al confronto con il sensazionalismo mediatico dei pm giustizialisti eternamente in tv o spalmati sulle prime pagine dei giornali. Cosa poteva fare il povero Nordio se non affogare in laguna le sue pene? Lui che oggi può legittimamente esercitare la legge del contrappasso: cari colleghi, io sono il ministro e voi no. Di questa introspezione-rivelazione dell’animo nordiano o nordista siamo debitori a Geppi Cucciari e Giorgio Lauro che, lunedì scorso, a Un Giorno da Pecora su Radio1 hanno scandagliato e compulsato il pensiero ministeriale sulla base del testo autentico raccolto nella Perla dello Jonio. Come tutti i personaggi di ingiusto, tardivo successo, Nordio ha fatto sfoggio di erudizione spaziando da Senofane a Pascal senza un nesso preciso con il tema dell’abuso di ufficio, ma con stile spensierato tale da fare immaginare che a richiesta del gentile pubblico potesse improvvisare a piacimento il monologo dell’Amleto o la Vispa Teresa. Sul tema delle intercettazioni si è per la verità un po’ avvitato tra un Tizio e un Caio “malandrini” intenzionati, chissà perché, a mettere nei guai al telefono un povero Sempronio.

Di esemplare chiarezza invece la spiegazione sui cinque giorni almeno che devono precedere l’interrogatorio dell’indagato salvo che per ragioni d’urgenza. “Se lei volesse strangolare, dopo la riforma, il suo vicino di sedia sarebbe arrestata immediatamente”, ha detto alla cortese intervistatrice che, tuttavia, un pizzico raggelata potrebbe essersi chiesta se la domanda sul voto non fosse stata troppo sconveniente.