Sedizione

(Giuseppe Di Maio) – Ma voi credete che scrivere su fb e andare a votare (per il partito sbagliato) una volta ogni tot di anni vi potrà salvare dall’ingiustizia? Che cosa avete mai da condividere con un poveraccio, magari amico vostro, che vistosi alle strette il giorno delle elezioni mette una croce sulla fiamma di Meloni? Che avete da condividere col vicino di casa che ha misurato finora diritti e garanzie, e quand’è il momento vota Renzi e Calenda? E con quello dirimpetto che si crede di sinistra, e perciò ha votato Letta? O con quello del piano di sopra che non mette le pantofole e vi cammina sulle orecchie, perché a casa sua è padrone e vota Salvini? Voi direte, ma ci sono quegli altri, quelli che sempre più raramente parlano di onestà, perché attraverso quella potrebbero svelare l’unica verità, cioè che la loro militanza serve solo alle loro tasche e non alla collettività. Sì è vero, chi ha un animo radicale e non vuole più vivere in una società iniqua e truccata, non può che stare tra questi ultimi, ma con gli occhi ben aperti e con lo stomaco forte.

Ma se fossimo uomini, e non pappagalli, scenderemmo in piazza. Se fossimo francesi, ad esempio, invece di avere pudore e guardare lo squallore freddo della nostra casa, usciremmo per distruggere questa società, per smantellare le sue ingiustizie come qualche volta in passato anche a noi è successo. Ma oggi abbiamo vergogna e non vogliamo ammettere di avere perso a questo gioco, e di aver necessità di cambiarlo. E piuttosto di mettere i nostri stracci al balcone e gridare ai quattro venti la nostra miseria, ci impiccheremmo in un garage nel silenzio più assoluto: non protesteremo, ci terremo le pensioni da fame, i salari da schiavi, la giustizia per ricchi e imbroglioni, la sanità senza medici e medicine, la scuola che ci insegnerà quel poco di superbia per accrescere la nostra sofferenza, e un mercato delle opportunità definitivamente chiuso alla correttezza degli onesti.

Eppure io conosco una dittatura della giustizia, che una volta s’è chiamata anche del proletariato. Succedeva al tempo in cui credevamo di essere tutti povera gente, con la sola speranza di poter migliorare la condizione collettiva. E chi era più colto o faceva politica la chiamava anche coscienza di classe. Ma poi molti di noi hanno avuto una casa in cui non li ha più tormentati la fame ma la polvere, forse la connessione e il wifi. Hanno avuto un’auto, un’auto grande, veloce, e hanno dato un prezzo all’onore, incapaci di insorgere con gli altri verso gli inganni del potere. E’ stato allora che abbiamo smesso di essere popolo, è stato allora che siamo diventati animali da allevamento, con la sola angustia di tenere pulita la gabbia per poterla mostrare con orgoglio al vicino.

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