Se i bimbi restano senza gli asili nido

(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – A novembre il Consiglio Europeo ha approvato una Raccomandazione sui servizi dell’infanzia che innalza gli obiettivi di copertura fissati per il 2010 e in parte ridefinisce il ruolo di questi servizi come risorsa indispensabile per la crescita dei bambini e per contrastare le diseguaglianze nello sviluppo derivanti dalle diseguaglianze sociali. Per i nidi l’obiettivo di copertura è passato dal 33 per cento del 2010 al 45 per cento entro il 2030. Ma l’Italia rischia di mancare ancora una volta l’obiettivo del 33 per cento, nonostante gli ingenti fondi stanziati a questo scopo nel Pnrr.

Come ha osservato a dicembre la Corte dei Conti, gli obiettivi intermedi – individuazione e selezione degli interventi da ammettere al finanziamento – non sono stati raggiunti, a causa del ritardo nell’espletamento dei bandi e la insufficiente partecipazione agli stessi da parte dei comuni delle regioni Meridionali, che pure sono le destinatarie della quota più consistente dei fondi stante la scarsità di questi servizi in quelle regioni.

Ciò mette a rischio il completamento degli interventi e la effettiva messa a disposizione degli oltre 250.000 posti aggiuntivi promessi. Tra le motivazioni di questo ritardo e mancate adesioni la Corte dei Conti menziona l’incertezza sul finanziamento dei costi di gestione, nonostante la legge di stabilità dello scorso anno proprio per questo abbia stanziato fondi anche a regime. Aggiungerei l’errore, a mio parere, di aver proceduto per bandi, lasciando l’iniziativa ai comuni, pur definendo una copertura minima del 33 per cento un livello essenziale dei servizi, quindi di responsabilità dello stato (come se si lasciasse ai comuni decidere se avere o meno la scuola, o i servizi sanitari).

La Rete Alleanza per l’infanzia e la sovra Rete EducAzioni, che insieme raccolgono più di 200 associazioni di vario tipo che lavorano con e per le bambine/i e adolescenti, hanno in questi giorni denunciato un’altra grave criticità, che riguarda il personale. Anche se si riuscisse a realizzare in tempo tutti i posti promessi e fossero garantiti i fondi per gestirli, vi è il concreto rischio che non vi saranno abbastanza educatrici/educatori per farli funzionare. Una stima conservativa indica in 32.000 le figure mancanti. Sono 32.000 posti di lavoro in più, ma anche laureate/i triennali in più in scienza dell’educazione.

Occorre che Ministero dell’istruzione e università si attrezzino per preparare per tempo queste figure a livello territoriale. Come osservano le due reti chiedendo anche un incontro con il Ministro, non è un compito facile, perché la laurea triennale in scienze dell’educazione e la professione di educatrice del nido sono poco appetibili, non dando alcuna prospettiva di carriera e operando una cesura tra le diverse figure educative che si occupano di infanzia (a differenza della laurea magistrale che consente di insegnare sia alla scuola dell’infanzia sia nella scuola primaria.

Esiste inoltre una difformità di riconoscimento professionale e trattamento economico tra chi lavora nei nidi pubblici e chi lavora nei nidi di terzo settore o privati, a sfavore dei secondi. Eppure tutte le ricerche internazionali mostrano quanto sia importante la primissima infanzia, e le esperienze educative – in famiglia e fuori – che si fanno nei primi anni di vita. Avere personale preparato e professionalmente riconosciuto è fondamentale per garantire quella qualità educativa del servizio nido su cui insiste anche la nuova Raccomandazione europea.