Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – Le stragi del 1993 continuano a produrre una domanda che la magistratura non è mai riuscita a chiudere: Cosa nostra stava soltanto ricattando lo Stato o stava cercando un nuovo equilibrio di potere mentre il vecchio sistema politico crollava sotto i colpi di Tangentopoli e delle bombe? L’archiviazione decisa dal gip di Firenze prova a fissare almeno un limite giudiziario a quella domanda. Non esistono elementi concreti per sostenere rapporti diretti tra Cosa nostra, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nella stagione delle bombe di Roma, Firenze e Milano. È una conclusione importante e insieme incompleta. Perché chiude un’indagine, non una discussione storica e politica che attraversa da trent’anni la nostra vita pubblica.

La decisione arriva dopo riaperture, archiviazioni, dichiarazioni di collaboratori, acquisizioni investigative e riletture della stagione più violenta della storia italiana. Firenze in passato aveva già chiuso quell’indagine. Poi l’aveva riaperta cercando di capire se, dentro il passaggio fra la prima Repubblica che crollava e la nascita del nuovo potere politico, esistesse un punto di contatto tra le stragi e gli interessi di Cosa nostra. Alla fine, la conclusione resta identica: le prove non bastano.

L’archiviazione, però, non è una assoluzione della storia. È una decisione presa allo stato degli atti. Dice che adesso non esistono condizioni per sostenere un’accusa in giudizio. E dice anche un’altra cosa: che il fascicolo può sempre essere riaperto davanti a fatti nuovi. Nelle vicende che riguardano le stragi italiane, raramente esistono parole definitive. Esistono piuttosto verità giudiziarie parziali, spesso incapaci di assorbire fino in fondo tutta la complessità politica e criminale di quegli anni. Per tale ragione le zone opache restano. Marcello Dell’Utri non è una figura marginale trascinata casualmente dentro una suggestione investigativa. È un uomo condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cassazione scrive che fu mediatore stabile fra gli interessi di Cosa nostra e il mondo imprenditoriale berlusconiano per molti anni. Naturalmente, quella sentenza non dimostra un coinvolgimento nelle stragi. I piani sono diversi. Però rende impossibile liquidare come fantasia giudiziaria il tema dei rapporti fra mafia, affari e nascita di una parte del potere italiano degli ultimi decenni.

Poi c’è Vittorio Mangano. Lo “stalliere di Arcore”. Espressione quasi caricaturale dietro cui il Paese ha finito per nascondere un dato enorme: un uomo mafioso, legato alle famiglie palermitane, assunto nella residenza privata dell’imprenditore destinato a diventare presidente del Consiglio. Nessuna responsabilità penale diretta attribuita a Berlusconi per quella vicenda. Eppure gli interrogativi restano sulla leggerezza con cui certi ambienti entrarono dentro il suo mondo. Le zone grigie stanno lì. Non nelle sentenze mancate sulle stragi. Dentro rapporti, frequentazioni e mediazioni. Si deve dare atto, però, che i governi Berlusconi approvarono anche misure significative contro la mafia. Sarebbe inutile negarlo. Però la biografia pubblica di un leader non si esaurisce nei successivi provvedimenti firmati a Palazzo Chigi.

La decisione giudiziaria non esaurisce il significato storico e politico di una stagione. Perché il nodo che attraversa ancora la memoria non riguarda soltanto eventuali responsabilità penali individuali, mai accertate nel caso di Berlusconi. Riguarda il contesto dentro cui maturarono le stragi, il collasso della prima Repubblica, la ricerca da parte di Cosa nostra di nuovi referenti dopo la fine degli equilibri politici precedenti, il rapporto ambiguo tra potere criminale, interessi economici e transizione istituzionale.

Le bombe del 1993 non furono soltanto vendetta mafiosa. Furono pure un messaggio politico rivolto allo Stato e al sistema dei partiti mentre il Paese attraversava uno dei suoi passaggi più fragili. È dentro quella frattura che gli inquirenti hanno cercato di capire se la mafia avesse tentato di stabilire nuovi canali di interlocuzione o di influenza. Il gip di Firenze adesso dice che, sul piano penale, non esistono prove sufficienti per collegare quella strategia a Berlusconi e Dell’Utri. Le domande, però, non spariscono con un decreto di archiviazione.