Ma quali panni sporchi in famiglia? Il libro di Harry è il miglior romanzo di autofiction del momento

(Ottavio Cappellani – mowmag.com) – Harry ha pippato la coca. Harry è stato picchiato da William. Harry è stato bullizzato da Carlo che gli chiedeva: “Chi è tuo padre”. Harry era razzista prima che Meghan gli aprisse gli occhi.

Ha ragione Giuliano Ferrara che liquida tutto come quisquiglie? Sì. Ma ha ragione al contrario: sono quisquiglie per difetto, non per eccesso di insignificanza.

Giuliano, uomo antico e sapiente, sa che questa è la norma, in ogni famiglia, figurarsi in una famiglia reale. Ma come ogni boomer (lo sono anche io ma cerco di tenermi sveglio) egli pensa che tali questioni siano banali faccende all’ordine del giorno, il che è vero, ma non per le nuove generazioni.

Cresciute a pane e trono di spade, vikings, barbarians, bridgerton, le nuove generazioni certo non pensano che le famiglie reali abbiano nelle mani il destino del mondo: esse pensano che la storia sia – anche se non consapevolmente – un grande e affascinante romanzo alla Jane Austen, bravissima scrittrice, per carità, eccellente trasformatrice della storia in faccende da cucina per la gioia delle domestiche (e Giuliano Ferrara, ne Il Foglio da lui diretto, cosa diversa da quello di adesso, ne ha allevato e accudite e incoraggiate tante in questa scrittura che fa della vita un salotto Ikea e dell’identità una questione di design – con humour certo, ma solo quello infine restava a scivolare tra le mani come sabbia).

Di cosa si stupisce per cui la quale (cicale cicale cicale), che la narrazione di Harry e Meghan peschi a piene mani nella volgarizzazione della Storia che lo ha sempre divertito (tranne poi avere grandi slanci, come ogni grande incoerente)?

Se qualcosa dobbiamo imputare alla biografia di Harry, gran libro, in tempo di autofiction – voglio dire: meglio Harry di Teresa Ciabatti o del celebratissimo Walter Siti, giudizio non letterario ma proprio autofictionista – è la mancanza di un ghost writer, di uno sceneggiatore hollywoodiano capace di scavare ancora più in profondità tirando fuori archetipi e fantasmi.

La materia non manca. La morte di Diana, con tutte le ipotesi di complotto, sarebbero dovute essere scandagliate impietosamente ed Harry – figlio di chi? – avrebbe dovuto essere attraversato dai dubbi che attraversano tutti i lettori di gossip: sua madre è stata uccisa perché incinta di un musulmano? E dietro la battuta di Carlo, “chi è il tuo babbo?” – che Giuliano definisce sempicimente “spiritosa” – c’è la guerra delle religioni e una velata minaccia che una autofiction in tendenza paranoica potrebbe anche scorgere? C’ è Houellebeck che definisce i musulmani come ladri da cacciare? C’è l’Occidente contro il Medioriente?

William che gli consiglia di indossare la divisa nazista per poi percularlo non è forse un genio del gossip capace di dirigere una narrazione da page six? E non è forse la padronanza del gossip di William, Kate e Camilla che Harry lamenta come a esserne studiata vittima?

Siamo nell’epoca del gossip, non possiamo usarlo quando ci fa comodo e poi liquidarlo come inezia tentando di fare un discorso “storico” che possa andare oltre la minuscola sete di potere che rende uguali famiglie reali e sottoproletarie. L’infima maldicenza su Meghan, vera o inventata che sia, in cosa è diversa dalle quotidiane e meravigliose sparate di Selvaggia Lucarelli contro il mondo intero?

Il libro di Harry sarebbe diverso da quelli di Guia Soncini, se non fosse che Guia Soncini è Guia Soncini mentre Harry è Harry e giustamente attira un pubblico mondiale? Il “minimo” borghese e non certo “reale”, con il quale Giuliano ha sovente raccontato l’Italia, perché dovrebbe essere sospeso quando si parla di famiglie reali? Non è forse più sincero Roberto D’Agostino quando sostiene che il gossip e il minimo sono la vera lettura del mondo? (Certo, ogni tanto si dimentica di noi mistici. Ma anche tu Giuliano, sei un mistico, e ogni tanto ti dimentichi di te stesso. Come spesso faccio anche io, ci mancherebbe).

Se una critica dobbiamo fare all’autofiction di Harry è di non essere andato in fondo come meritava, di non essersi rivolto a uno sceneggiatore serio (David Benioff sarebbe stato perfetto, autore de “La venticinquesima ora” portato sullo schermo da Spike Lee ma anche sceneggiatore del Trono di Spade), che avrebbe potuto approfondire cocaina, divise naziste, violenza tra fratelli, lutti, complotti, maldicenze di corte mirate a escludere dal potere. Una grandissima narrazione che speriamo, presto, possa essere approfondita da maestri della modernità. Altro che notizie banali. La storia bensì, come è narrata oggi, inconsapevole, del tutto, dell’Apocalisse che incombe.

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