(Gian Antonio Stella – corriere.it) – Ve lo immaginate, sulle rive di una delle riserve marine più belle e protette (teoricamente) del pianeta, un albergone di 4.350 metri quadri pari a un edificio di due piani, largo a ogni lato 47 metri cioè molto più dell’imponente facciata del Pantheon? E tutto a dispetto delle regole che da anni vietano di costruire nel paradiso della Sardegna a meno di 300 metri dal mare?

Eppure il progetto, bocciato dal Comune (la legge è legge), dal ministero della Cultura, dalla Soprintendenza e dalla Regione autonoma, è stato giovedì risuscitato dal Consiglio dei ministri. Che, senza mai nominare (pudore?) il luogo adibito a essere stravolto, un magico promontorio tra acque blu, concede un’anonima «variante urbanistica per convertire un’abitazione e l’area limitrofa in un’area/struttura ricettiva». Una spolverina burocratica utile a offuscare la speculazione edilizia varata con la copertura della Zes (Zona economica speciale) che permette a un’area territoriale del Sud di ottenere iter amministrativi semplificati e autorizzazioni più rapide. A prescindere dalla volontà degli abitanti.

Al centro degli appetiti c’è il promontorio di Cala Finanza, in faccia alle isole di Tavolara e Molara, stuprato tre anni fa dalla costruzione del gigantesco capannone deluxe tirato su «provvisoriamente», con tanto di discoteca e torri per gli altoparlanti, per le nozze degli eredi di due nababbi sauditi spacciati inizialmente, per convincere gli enti locali («ci raccomandiamo la privacy…») come parenti (falso) del re di Giordania. Capannone poi rimosso grazie alla protesta degli ambientalisti e ai dubbi sollevati anche dal Corriere : guai se fosse finita come troppe volte in passato col «provvisorio» manufatto dimenticato lì in eterno.

Dubbi mal riposti?

Fatto è, pensa la coincidenza, che dopo quella prova generale Cala Finanza è finita diritta nel mirino di un gruppo turistico brasiliano fondato nel 1902 a San Paulo dall’italiano Vittorio Fasano. Gruppo che dal 2007, grazie alla partnership con la Jhsf di José Auriemo Neto, erede di un altro immigrato italiano, è riuscito in pochi anni a edificare hotel di lusso a Rio de Janeiro e New York, Londra e Cascais, Punta del Este e Miami…

Un impero immobiliare di cui fa parte perfino l’unico hotel del Sudamerica, il Boa Vista Village Surf Club a Porto Feliz, dotato di una spropositata piscina dove vengono generate artificialmente onde simil-oceaniche…

Va da sé che Neto, finito mesi fa sul Corriere, dove Mario Gerevini raccontava come avesse comprato per 52 milioni uno dei più prestigiosi edifici di Milano, il Palazzo Taverna Medici del Vascello (dando la disdetta perfino a un inquilino come Adriano Galliani), non era tipo da esordire in Italia con un investimento, diciamo, sobrio.

Anzi. E il progetto italo-paulista per il promontorio davanti a Tavolara gronda grandeur, scusate il méli-mélo, come un caco a novembre.

Vada come vada, una cosa è certa: il caso, spiegano la Regione autonoma e gli ambientalisti, a partire dal Gruppo intervento giuridico, non è chiuso: «Sarà battaglia ricorso dopo ricorso al Tar, al Consiglio di Stato, in Cassazione, fino alla Consulta e alla Corte Europea…». Perché, dicono, «l’assalto a Cala Finanza è il grimaldello per scardinare la legge che tutela le coste sarde e non solo». Resta una curiosità: chi c’è dietro questi volenterosi cementificatori deluxe che si propongono di «abbellire» una delle coste più belle dell’universo?

Le sorprese non sono finite…