Gianfranco Pasquino: “Sanità al collasso, l’autonomia minaccia l’istruzione”

“Il potere centrale si è infragilito ma anche la società civile appare debole di fronte ai rischi”. “Le Regioni sono istituzioni che nel tempo si sono allargate in un crogiolo di esperimenti e anche di devianze: ora voraci feudi, spesso monarchie assolute. Certo, esistono naturalmente punte[…]

(DI ANTONELLO CAPORALE – Il Fatto Quotidiano) – “Le Regioni sono istituzioni che nel tempo si sono allargate in un crogiolo di esperimenti e anche di devianze: ora voraci feudi, spesso monarchie assolute. Certo, esistono naturalmente punte di efficienza e buongoverno. Ma sono punte, elementi occasionali”.

Gli ospedali hanno fatto crack, e Roma ha la sua quota di assoluta responsabilità.

Scherza? Roma ha sottostimato il fabbisogno finanziario, il ministro delegato ha rivestito un ruolo piuttosto ancillare: moral suasion e poc’altro. Nessuna visione, nessuna direzione di marcia, nessun obbligo.

E adesso?

Adesso bisogna tirare le somme e il Parlamento dovrebbe aprire una grande discussione: quali sono i risultati raggiunti dall’esercizio ininterrotto in materia di sanità del monopolio regionale?

Professor Pasquino, a che titolo le Regioni chiedono di vedersi aumentare le competenze?

Mistero glorioso.

Intanto il deficit pubblico è raddoppiato da quando sono state promosse come centri di spesa.

Manca una ricognizione puntuale di ciò che avrebbero dovuto fare, ma ad occhio sappiamo tutti che la formazione professionale è un buco nero, che il sistema sanitario è sul punto di collassare. Chissà che cosa è successo sul fronte della bonifica del territorio dai dissesti idrogeologici. Lei che dice?

Penso che l’Italia sia una gruviera.

Non ho mai stimato le Regioni che però nel confronto col governo centrale hanno guadagnato punti e forza.

L’elezione diretta del presidente autorizza loro a dire: il popolo sta qui. Sta in Veneto con Zaia, in Campania con De Luca, in Emilia con Bonaccini.

Non discuto. Ma se ricordo bene le Regioni dovevano instaurare un sistema sanitario competitivo, virtuoso.

L’autonomia differenziata cos’è?

Non ho ancora capito. Al momento direi un’arlecchinata, un gran pasticcio, un mix di questioni, quasi un frullato.

Accreditare con altre materie il potere regionale pare una necessità soprattutto leghista. Una strategia che ha messo in ombra il ruolo delle città, emarginando la voce dei sindaci.

Il punto è che Roma sbadiglia, non ha visione, forza progettuale. Nel tremendo viaggio che tutti abbiamo dovuto fare dentro l’età del Covid, il ministro è parso persona ben educata che gentilmente offriva alle Regioni, avendo cura di non inquietarle, dei micro suggerimenti.

I governatori al più se ne infischiavano.

Ciascuno per la sua strada, intento ad alzare la propria bandieruola.

Dopo la sanità, l’istruzione fa venire l’acquolina in bocca ai governatori. Professori a contratto regionale, materie diversificate e corsi di studi tipizzati dal colore delle monarchie territoriali.

La scuola e la sanità erano i fiori all’occhiello del sistema pubblico. Colpisce il silenzio delle altre istituzioni e soprattutto la domanda: ma i genitori degli studenti cosa fanno? Dormono? La società civile appare così debole, così fragile.

Il ministro Calderoli avanza con l’armatura regionalista.

Conosco il soggetto.

E dunque?

E dunque bisogna spuntare le unghie ai professionisti della spesa, patrocinatori di ogni competenza, di ogni riserva, senza nessuna resa del conto.

Il Parlamento sembra osservatore muto.

È l’effetto collaterale di un ceto politico con un mandato elettorale che nel tempo si è sempre più infragilito e ha perso reputazione rispetto a quello ben più pesante dei presidenti di Regione. Lì c’è l’elezione diretta del presidente.

Che infatti si sono autonominati governatori.

Lo squilibrio è nei diversi pesi. La questione è che quelli là fanno ciò che più gli aggrada.

Così è se vi pare.

Ecco.

2 replies

  1. Io mi sono stancato di dirlo, ma nessuno ne parla perché hanno una paura fottuta: le Regioni hanno fallito su tutta la linea e vanno abolite insieme al Titolo V della Costituzione.

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