La pericolosa solitudine di Giorgia Meloni 

(Fabrizio Roncone – Oggi) – Non avevamo mai avuto nemmeno una regina. Sapere che a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni continua a scatenare inevitabili botte di notevole stupore. La premier (“il premier”, come chiede di essere definita, francamente no: suona davvero troppo male) vive dentro un meraviglioso incantesimo politico.

Partendo dalla catacomba di Colle Oppio, la sezione missina dove s’infilò appena quattordicenne, bomberino verde e scarponcini Dr. Martens, è arrivata – stravincendo con Fratelli d’Italia le elezioni dello scorso 25 settembre – alla guida del Paese. Una donna: mai successo prima. Di più: una donna di destra. Incoronarla e definirla “donna italiana dell’anno”, al tramonto di questo 2022, è piuttosto scontato.

Nella vita, come sempre, la domanda che segue a un grande successo è: e adesso? Calma, questa storia ha una sua innegabile complessità. Per capirci: secondo la classifica World’s Most Powerful Women stilata da Forbes, Giorgia Meloni è addirittura la settima donna più potente del pianeta (le prime tre sono: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, quella della Banca centrale europea, Christine Lagarde, e la vice-presidente degli Stati Uniti, Kamala Harris).

Dal 2004, quando Forbes ha iniziato a stilare la classifica delle 100 donne più influenti del mondo, nessuna italiana aveva mai occupato una delle prime dieci posizioni. Bene, no? Insomma. Leggete cosa c’è scritto in un articolo pubblicato su Forbes.com: «Come capo del governo italiano più a destra dalla fine della Seconda guerra mondiale, Meloni è una figura controversa, il cui futuro rimane incerto».

Ecco, il punto è questo: restare lassù non sarà facile. E lei – tra qualche riga capirete perché – ne è consapevole. Del resto gli italiani hanno sempre avuto una straordinaria capacità di blandire e poi odiare, adulare e poi abbattere. Mussolini, Craxi, Berlusconi. Negli ultimi anni, però, tutto avviene con efferata rapidità.

Matteo Renzi, da segretario del Pd, alle europee del 2014 arrivò al 41%, e sapete com’è finito. Matteo Salvini, nell’estate del 2019, prima di mettersi a torso nudo dietro la consolle del Papeete Beach, sudato, barcollante, tracannando mojito ghiacciati e chiedendo “poteri assoluti” (era ministro dell’Interno, eh), nei sondaggi veniva quotato intorno al 36%; e adesso, vabbé, non solo è precipitato intorno al 9%, ma c’è mezza Lega, l’Umbertone Bossi in testa, che lo manderebbe volentieri a casa.

Quanto al M5S: appena quattro anni fa, con un clamoroso 32% fece sbarcare in Parlamento centinaia di deputati e senatori, la maggior parte dei quali sono però poi dovuti tornare, com’è noto, a cercarsi un lavoro. La Meloni sa tutto, ha visto tutto. Le vittorie elettorali, nel nostro Paese, possono rivelarsi effimere.

Le coalizioni, spesso, hanno la solidità del pongo. Per questo, la sua prima preoccupazione è stata: tenere la macchina del partito sempre ben oliata e pronta per ogni evenienza (non a caso, anziché premiarlo con un incarico di governo, ha lasciato a capo dell’organizzazione di via della Scrofa uno dei suoi dirigenti più brillanti, Giovanni Donzelli, un toscano svelto e duro come un martello).

La festa per il decennale della fondazione di FdI organizzata a Roma, a piazza del Popolo, è servita anche e soprattutto a questo: a contarsi, a stringere i ranghi, tre giorni di kermesse che dessero a tutti, dirigenti e militanti, il senso di un’allerta costante.

Poi, certo: è stato anche un grande e compiaciuto esercizio di memoria collettiva per ricordarsi di quando, nel primo passaggio elettorale, FdI non arrivò neppure al 2%. Uno stato d’animo destrorso, più che un partito. Ma poiché sono stati dieci anni lunghi e faticosi, incerti, testardi, visionari, è chiaro che, adesso, per le truppe meloniane il rischio di sprofondare nell’ovatta dell’appagamento è enorme. E non solo.

La Meloni (non dimenticate che divenne ministro a 31 anni) sa che arrivare al potere e finalmente toccarlo, gestirlo, sentirne l’odore penetrante, provoca un senso di inevitabile vertigine: del resto, dopo essere rimasti fuori dai governi gialloverde e giallorosso, e all’opposizione persino con l’esecutivo guidato da Mario Draghi, capi e capetti ai suoi ordini ora sprofondano eccitati nei sedili in pelle delle auto blu con i lampeggianti accesi, braccati dalle telecamere dei tg e riveriti da manager e banchieri, inseguiti dalla solita folla che implora, sfacciatamente, di poter salire sul carrozzone.

La Meloni continua, perciò, a fare la Meloni. Come se non fosse premier: e questo, ecco, è il primo grosso limite. Veloce, decisa, ruvida. Controlla tutto: decreti, disegni di legge, circolari. Comanda tutti: non c’è decisione dei suoi ministri che non debba essere prima valutata da lei, in persona.

Sentiamo Giorgia. Giorgia che pensa? Guarda che prima devo fare una telefonata a Giorgia. Giorgia non vuole. Giorgia vuole. C’è da dire che lei, di suo, per puro istinto e complessa storia familiare, è una che tende a fidarsi davvero di una sola persona: la sorella Arianna. Poi, forse, ma proprio forse, diciamo se un po’ obbligata, ascolta anche il marito di Arianna, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida; e, con lui, il ministro della Difesa Guido Crosetto (di cui apprezza la pragmatica visione del mondo economico), il presidente del Senato Ignazio La Russa (per gli intrighi strettamente parlamentari) e il sottosegretario alla Presidenza Giovanbattista Fazzolari (per i dossier roventi).

Troppo poco. S’intuisce una certa, pericolosa solitudine. Infatti, spesso, sembra quasi che le manchino tremendamente quei piccoli consigli che a un premier fanno evitare grandi problemi. Tipo: porta la figlia Ginevra, di 6 anni, al G20 di Bali; è una bella mossa mediatica, furba, zuppa di retorica, ma anche funzionale: guardatemi, sono una di voi, sono una donna che lavora e comunque non rinuncia ad essere mamma. Ovviamente, la notizia fa il giro del web: gli odiatori dei social, qualche avversario politico, imbecilli di passaggio, subito si scatenano. Ecco: lì serviva qualcuno che le suggerisse di fregarsene, di lasciar correre, e invece no, la Meloni va di pancia,

Meloni ha visto tutto, sa tutto. Per esempio, che le vittorie elettorali possono rivelarsi davvero effimere risponde affilata – «Ho il diritto di fare la madre come ritengo opportuno!» – e allora tutto si sporca, diventa polemica arruffata, e soprattutto inutile. Altro passo falso (si fanno esempi per capirci meglio, sia chiaro): conferenza stampa, un paio di giornalisti vorrebbero porre altre domande, lei dice di avere fretta, forse è vero, forse no, probabilmente è solo di cattivo umore (capita) e così risponde un filo scocciata, tra fastidio e scherno, e ci mette pure un accento romanesco che non l’aiuta. Polverone, altra baruffa. E anche qui: non sarebbe stato più opportuno un po’ di distacco?

La sensazione è che, di fronte a queste situazioni inevitabili per una premier, non abbia accanto qualcuno con l’esperienza e l’autorevolezza necessarie per dirle: frena, scala la marcia, sterza. Un Gianni Letta, per intenderci (qualcuno aveva ipotizzato che in quel ruolo potesse giocare Fazzolari: ma, dopo l’imbarazzante frontale avuto con la Banca d’Italia, è opinione diffusa che Fazzolari non sia dotato della necessaria diplomazia, e scaltrezza, mettiamola così).

Detto questo: è chiaro che la Meloni ha intenzione di durare cinque anni. Certo è consapevole che sui temi delle politiche sociali e dell’economia, un po’ per la modestia delle risorse del portafoglio, un po’ per i vincoli europei (clamoroso il passo indietro cui è stata costretta anche sulla minuscola ma simbolica faccenda del Pos), molto per la guerra in Ucraina e la crisi energetica, non le sarà facile dare un senso al suo governo di centro destra.

Le serviranno altri terreni. Per questo punterà sulla riforma in senso presidenziale della Repubblica; e, come ha già spiegato il Guardasigilli, Carlo Nordio, lavora per rifondare, radicalmente, la giustizia. Colpo d’occhio: la premier sale verso il 2023 arrampicandosi su per un sentiero stretto, ripido, di strapiombi pericolosi.

Con due tragici vantaggi: non ha, tecnicamente, opposizione parlamentare (la sinistra è travolta dal caso Soumahoro; il Pd, in pieno Qatargate, eleggerà il nuovo segretario solo a febbraio). E ormai sa gestire con buona disinvoltura i quotidiani capricci dei suoi due alleati: Salvini e Berlusconi. Gli auguri per un grande 2023 sono per lei. Ma, soprattutto, per tutti noi.

11 replies

  1. Povera piccola fiammiferaia, sola, indifesa e fotoshoppata 🍿🤭🤭🤭😂😂😂

    Accattivante pure il riferimento iniziale al Capitone chiamato col suo vero nome.😅😅😅

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  2. Come non era draghi non lo è nemmeno meloni, il mio pdc.. proprio non li considero tali e non perché diversi politicamente (draghi era tecnico poi, forse!!) ma perché sento che non sono dediti al benessere totale di questo paese e quando si sente questo è l’istinto che parla!!

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  3. “Detto questo: è chiaro che la Meloni ha intenzione di durare cinque anni” il bacio della morte di Roncone.

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  4. Attendiamo i danni provocati dal l’emotività e dagli squilibri chimici ormonali propri del genere femminile. Poi ormai sta entrando in un’età in cui la menopausa incombe, il o la Presidente che voglia.

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  5. Io VOGLIO i 1.000€ sul mio conto corrente, SUBITO.
    Le promesse sono debiti, altrimenti FALSITA’ E MENZOGNE.

    Bisogna invadere i social ricordandole senza tregua, quotidianamente, tutte le sue promesse e richieste pretestuose.

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  6. Non c’è una minima traccia di critica a Giogggia in questo illeggibile pippone. In compenso c’è la solita bastonata ai 5 stelle che si devono trovare un lavoro (oh l”avesse mai scritto con le Carfagna, con le MEB, con la stessa Giogggia il coraggioso Roncone, che su Twitter ti blocca subito)

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  7. Il quarto potere sta aspettando Bonaccini o la Schlein e poi scenderà la Meloni nei sondaggi. …e poi arriveranno le elezioni: chi non ci casca al “cambiamento” del PD, ma andrà a votare, voterà M5* se correrà da solo, gli astenuti che potrebbero votare persone del calibro di De Raho, Maddalena, ma anche Vassallo, Todde, Licheri non andrà a votare e non cambierà niente anche per i prossimi anni perché il quarto potere farà vincere Bonaccini o la Schlein…
    L’unica cosa è sperare che i giovani di oggi cresceranno e che in futuro ci siano sempre meno persone inculcate dai Mass Media perché sono abituati (o forse rincoglioniti( ?) da youtube e tiktok) a “informarsi” sul cellulare e magari non si fanno soggiogare dal quarto potere attuale, forse….
    Ci vorrebbero youtuber o tiktoker come Ottolina Tv!

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  8. L’Italia paga la luce 10 volte più della Germania. La promessa infranta da Meloni
    di
    Claudio Paudice

    L’Italia paga la luce 10 volte più della Germania. La promessa infranta da Meloni
    Prima di entrare a Palazzo Chigi, la premier disse: “Subito il disaccoppiamento dei prezzi di gas ed elettricità, con o senza l’Ue”. Ora dice: “Aspettiamo Bruxelles”. Il caldo e il vento aiutano chi produce di più da rinnovabili: a fine anno Berlino paga l’energia in borsa 18 euro per megawattora, Roma 180 euro

    30 Dicembre 2022 alle 18:13

    https://www.huffingtonpost.it/economia/2022/12/30/news/i_prezzi_dellelettricita_crollano_in_tutta_europa_non_in_italia_la_promessa_mancata_di_meloni-10994127/

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  9. “Oggi” è un periodico Rcs, cioè Cairo editore.
    Si osservi bene il trattamento riservato all’attuale governo di destra – destra da parte dei gruppi editoriali che, in teoria, dovrebbero essere totalmente estranei a tale orbita politica.
    Mi riferisco per l’appunto a Cairo (La 7, CDS) e a gedi (rep, stampa ecc).
    L’attuale governo di dx-dx gode di ampissima protezione.

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  10. Visto l’accozzaglia che la circonda alla Meloni conviene restare da sola anche se prevedo che compirà immani disastri perché persona inadatta .Di lei in tanti anni di polita oltre alle chiacchiere di cui è capace di concreto ricordiamo solo la legge salva bebè pensate da wuale genio siamo guidati

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