Evasione fiscale: i metodi di contrasto con i limiti imposti da politica, privacy e i colpi di spugna

(Milena Gabanelli e Rita Querzè – corriere.it) – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e sull’evasione fiscale. Nel 2019 (ultimi dati completi disponibili) sono sfuggiti al fisco 99,24 miliardi di euro di tasse – il 18,5% del dovuto allo Stato – quanto basta per tre manovre di Bilancio. La novità è che se l’evasione non viene ridotta entro il 2024 di quasi 15 miliardi il Pnrr è a rischio. I buchi neri sono tre. Il primo: 32 miliardi di Irpef evasa da lavoratori autonomi e imprese che oggi non pagano il 68,3% del dovuto. Era il 65,1% nel 2015. Il secondo riguarda l’Iva: 27,7 miliardi persi nel 2019, siamo i primi in Europa per ammontare. Il terzo è il lavoro nero: 12,7 miliardi di contributi non versati. Anche questo dato è in continua crescita: nel 2015 erano 11,3 miliardi. Nel 70% delle aziende ispezionate sono riscontrate irregolarità.

L’Agenzia delle Entrate fa quello che dice il Mef

Il datore di lavoro dell’Agenzia delle Entrate è il ministero dell’Economia e delle Finanze che, attraverso una convenzione, gli indica ogni anno gli obiettivi da raggiungere: per il 2022 deve incassare 14,4 miliardi di evasioni relative agli anni passati. Quindi è difficile intaccare quella nuova. L’Agenzia delle Entrate della Lombardia deve portarne a casa 2, quella del Lazio 1, l’Emilia-Romagna e Veneto 560 milioni e così via. Ogni sede, una volta raggiunto il budget, può anche fermarsi lì. Nella convenzione sono indicati metodi per scovare gli evasori, a partire dall’analisi del rischio. Si tratta di prendere diverse categorie di attività (dalle gioiellerie, alle carrozzerie, ai negozi di elettronica) e incrociare i dati dell’anagrafe tributaria con quelli dei conti correnti, sostituendo i nomi degli intestatari con uno pseudonimo perché non siano identificabili. Nei casi in cui si evidenziano incongruenze possono partire i controlli in chiaro sul singolo. Il problema è che le analisi del rischio «pseudonimizzate» sono state autorizzate dal Garante della Privacy solo da giugno, dopo tre anni di attesa. E non sono mai partite. Certo, se gli incroci venissero fatti fin dall’inizio senza nascondere i nomi dei contribuenti il processo sarebbe più efficiente e veloce perché consente di andare mirati su chi fa il nero e ricicla escludendo i falsi positivi. Ma questo il Garante, interpretando in modo più restrittivo la direttiva europea, lo vieta.

Un altro limite alla lotta all’evasione è la mancanza di interoperabilità delle banche dati. Per esempio incrociando i dati di Inps, Unità di Informazione Finanziaria (l’autorità incaricata di esaminare i flussi finanziari a scopo di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo) e Guardia di Finanza si potrebbero vedere i travasi di dipendenti o di soldi che svelano subito i grandi illeciti. Ma, come per i conti correnti, a queste banche dati si può accedere solo quando si sta facendo una verifica puntuale. Inoltre questi incroci possono farli soltanto due uffici specializzati (Agenzia e Gdf) perché gli altri non hanno mezzi né personale con le competenze necessarie.

La fatturazione elettronica e i «no» del Garante

L’introduzione della fatturazione elettronica ha consentito un grande passo avanti: bloccati falsi crediti Iva per un miliardo prima di arrivare in compensazione e 2,2 di frodi carosello. Il limite, sempre imposto dal Garante per la protezione dei dati personali, riguarda le fatture emesse da un’azienda al consumatore finale: si può vedere che X ha fatturato 10.000 euro a Y ma non l’oggetto della transazione. Una segretezza che, oltre a consentire illeciti di varia natura, impedisce di sapere se è stata applicata l’aliquota del 4% quando magari doveva essere del 22%. Per sfruttare al meglio questo strumento si dovrebbe lavorare sull’anno in corso: se vedo che una società vende trattori o computer, ma non ne acquista, è evidente che sono fatture false e quella attività la blocco subito, non quando il danno è fatto. Poi ci sono le partite iva apri e chiudi: sono migliaia e girano miliardi. Esiste da tempo la norma che consente di andare a vedere subito se quell’attività esiste sul serio e, nel caso, di chiuderla immediatamente, ma questo obiettivo il Mef non lo ha ancora inserito nella convenzione.

Lavoro nero

L’introduzione di contratti sempre più flessibili dagli anni ’90 in poi non ha ridotto il lavoro nero che, al contrario, è aumentato. Ora l’Ue ci dà un target di riduzione dei lavoratori sommersi pari al 2% entro il marzo 2026. Un numero che non si è mai raggiunto, nemmeno attraverso le sanatorie. Dagli ultimi dati Istat sull’economia sommersa (che ammonta a circa 170 miliardi) i lavoratori irregolari superano i 3 milioni: stipendi pagati in contanti, zero tasse e zero contributi versati. La legge 79 del 29 giugno stabilisce che i risultati dell’attività di vigilanza di Ispettorato del lavoro, Inps, Inail, Carabinieri e Guardia di Finanza confluiscano tutti in un unico portale nazionale gestito dall’Ispettorato. Oltre ai numeri però bisognerebbe incrociare i dati a monte: metri quadrati delle attività, consumi di energia, numero di veicoli dell’azienda con numero di dipendenti. Se hai consumi monstre e un dipendente solo qualcosa non torna. E a quel punto fare scattare le verifiche. Si parla da anni di questa misura, ma non è mai stata introdotta. E poi sono cruciali i controlli sul campo. Un obiettivo che non sta nella convenzione. Infine c’è il lavoro grigio: l’impresa si fa prestare i dipendenti da una società che li sottopaga e poi versa i contributi con crediti d’imposta falsi: avviene spesso nella logistica e nell’edilizia. Dall’anno scorso l’Agenzia delle Entrate li intercetta, ma anche in questo caso se ne occupano solo due uffici specializzati.

Gli evasori totali come li scovi?

La premier Meloni nel suo discorso di insediamento alla Camera ha detto che nel mirino del fisco ci saranno prima di tutto gli evasori totali. Che però – proprio in quanto totali – non lasciano tracce nell’anagrafe tributaria. E quindi qual è la strategia? Per scovarli i francesi nella legge di bilancio 2020 (LOI 2019-1479 du 28 décembre 2019 de finances pour 2020), hanno attribuito alle autorità fiscali la facoltà di controllare la veridicità delle dichiarazioni fiscali attraverso le informazioni presenti sui social network e le piattaforme. Esempio: se sul web una società ricerca personale, ma quella società non è nota al fisco è chiaro che c’è un problema.

Inviti bonari e riscossione

C’è chi evade scientemente, chi spera di farla franca, chi per errore non ha allegato tutta la documentazione nella dichiarazione dei redditi. Giustamente prima di arrivare ai ferri corti l’Agenzia avvia l’attività di compliance: ti scrivo per segnalarti che secondo me qualcosa non va e ti invito entro 60 giorni a documentare l’anomalia o a metterti in regola. Il Pnrr prevede entro il 2024 un aumento del 30% delle lettere di compliance, una riduzione dei «falsi positivi» al 5%, e un incremento del 20% degli incassi connessi all’adempimento spontaneo. Nei casi più semplici funziona, ma buona parte dei contribuenti quando sa di essere in torto non risponde. Succede la stessa cosa con le lettere di accertamento: hai 60 giorni per pagare, fare ricorso o rateizzare. Se non rispondi, il debito passa a Equitalia che a sua volta deve attendere per legge 210 giorni prima di procedere al pignoramento. Nel frattempo hai svuotato i conti o chiuso l’attività o è arrivato un condono o una rottamazione: c’è stata nel 2016, 2017, 2021, 2022. Secondo Alessandro Santoro, ex presidente della Commissione che ogni anno redige il rapporto sull’economia sommersa, quando le evidenze di evasione sono robuste, nella lettera di compliance sarebbe il caso di scrivere che, in caso di mancata risposta, l’invito si trasforma dopo i dovuti controlli in cartella esattoriale. Mentre quando il contribuente non reagisce all’accertamento occorre aumentare i poteri dell’Agenzia per accorciare i tempi della riscossione.

Il colpo di spugna sull’attività dell’Agenzia delle Entrate e Gdf

Lo scorso anno l’ufficio antifrode, Guardia di Finanza e Procura di Roma in una operazione congiunta hanno avviato un’attività di controllo che ha portato al sequestro e al blocco preventivo di circa 10 miliardi di falsi crediti d’imposta legati ai bonus facciate, sisma, affitti. Poste e Cassa Depositi e prestiti ne hanno acquistati per centinaia di milioni senza fare le dovute verifiche e ora vorrebbero portarli in detrazione alle imposte che devono versare. L’Agenzia delle Entrate ha risposto picche e la Cassazione gli ha dato ragione. Ebbene, per sanare quel buco il 6 dicembre scorso 4 senatori di Forza Italia (Claudio Lotito, Roberto Russo, Dario Damiani, Francesco Silvestro) e 4 di Fratelli d’Italia (Matteo Gelmetti, Paola Ambrogio, Lavinia Mennuni, Vita Nocco) hanno presentato in Senato alla Commissione Bilancio una modifica al decreto Aiuti da convertire in legge entro il 17 gennaio con cui chiedono, in sostanza, di considerare quei crediti «veri» per decreto. Il che porterebbe al dissequestro o allo sblocco, e quindi all’utilizzo, di quei 10 miliardi di crediti falsi. Soldi che poi finiranno a carico dello Stato. Il colpo di spugna è stato infilato anche in un emendamento alla legge di Bilancio presentato da Ubaldo Pagano (Pd): è il numero 51.023. Quello presentato invece da Mazzetti D’Attis e Cannizzaro (il numero 28.010) libera le banche da ogni responsabilità. Se la modifica passa, e gli emendamenti accolti, criminalità organizzata e imbroglioni ringraziano.

La volontà politica

Per combattere l’evasione ci vuole la volontà politica e il personale adeguato. Da regolamento l’Agenzia delle entrate deve avere in organico 44.000 persone, oggi sono 29.000. Per potenziare l’attività sono previste 4.113 assunzioni. Con uno scoperto di 11.000 posti non si va molto lontano. E quindi in quale direzione sta andando la volontà politica? La Corte dei Conti, Bankitalia e l’Ufficio parlamentare di Bilancio segnalano nella manovra misure che incoraggiano l’evasione: 1) una nuova rottamazione delle cartelle; 2) la flat tax al 15% estesa dai 65 mila agli 85 mila euro lordi di reddito: chi guadagna oltre 85 mila cercherà di piazzarsi sotto questa soglia; 3) l’introduzione di un limite di 60 euro al di sotto del quale poter rifiutare il pagamento con il Pos ed evitare così il tracciamento della transazione; 4) il passaggio del tetto del contante da 1.000 a 5.000 euro, ulteriore aiuto a chi vuole evitare il tracciamento dei passaggi di danaro. Giorgia Meloni, nel suo discorso di insediamento, ha detto di non inseguire il consenso e di essere disposta a mettere a rischio la vittoria alle prossime elezioni pur di fare la cosa giusta per il Paese. La cosa giusta per il Paese è che tutti paghino il dovuto in base alle reali capacità contributive per far fronte alle spese per sanità e scuola, gli investimenti per creare lavoro e sostenere imprese e famiglie in difficoltà. Solo riducendo quei 99 miliardi di evasione e quei 170 di sommerso sarà finalmente possibile abbassare le tasse per tutti senza massacrare – come sempre – welfare e servizi pubblici.

datroom@corriere.it

5 replies

  1. Cara Milena ,dal post ,sembra tutto sommato che il Garante della Privacy sia il “freno a mano” di tanti provvedimenti il che lam dice lunga sulla sua indipendenza(?)…infatti:
    Innanzitutto, è fondamentale ricordare che il Garante per la protezione dei dati personali non è una persona fisica, bensì un organo collegiale composto da quattro membri.

    Il Collegio è eletto dal Parlamento italiano, due componenti sono eletti dalla Camera e due dal Senato. La procedura di selezione si basa su coloro che abbiano presentato la propria candidatura almeno 30 giorni prima della nomina.

    È fondamentale che i soggetti nominati garantiscano indipendenza e comprovata esperienza nel settore della protezione dei dati personali, nonché abbiano conoscenze approfondite di diritto e informatica.
    Dura in carico per 7 anni ,gli attuali componenti dovrebbero rinnovarsi nel 2027.

    Dove c’è il politico non c’è indipendenza.

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  2. Nel pregevole articolo della Gabanelli si dice che “condoni o rottamazioni ci sono stati nel 2016, 2017, 2021, 2022”. Faccio umilmente notare che il governo Conte 1 è stato attivo dal 1º giugno 2018 al 5 settembre 2019 e il Conte 2 dal 5 settembre 2019 al 13 febbraio 2021. In pratica prima e dopo i due governi Conte si facevano e si fanno allegramente condoni o rottamazioni di cartelle esattoriali tutti gli anni. I due governi Conte sono stati gli unici a interrompere la prassi consolidata a favore degli evasori.

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    • Ammazza che commento dotto, sicuramente postato dopo approfondita analisi dell’articolo e della situazione fiscale in Italia.
      Il fatto più grave, non mi stancherò mai di ripeterlo, ti fanno votare.

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  3. La “situazione fiscale” dell’ Italia non l’ ha certo creata Meloni. Quindi in ginocchio sui ceci e 100 giaculatorie a tutti i Partiti che si sono succeduti al Governo, compreso quello della Gabanelli (PD) che è stato al governo quasi sempre e non si è mai distinto nella caccia agli evasori, anzi… Altrimenti non saremmo a questo punto.
    Ma qui pare che ogni cosa sia colpa o di Conte o di Meloni che è al governo da un mese…

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