L’ennesimo governo a trazione settentrionale

(Alessandro Sala – corriere.it) – Il governo Meloni è il primo della storia repubblicana ad essere guidato da una donna e questa, a prescindere dai risultati che saprà ottenere, sarà la caratteristica che passerà agli annali. La proverbiale rottura del «soffitto di cristallo» è arrivata a 76 anni dalla nascita della Repubblica, un’attesa lunghissima pensando a quanto prima ci siano arrivate altre nazioni affini alla nostra. 

Nell’esecutivo, tuttavia, il numero di ministre si è leggermente ridotto, passando dalle 7 su 23 del governo Draghi (Gelmini, Carfagna, Dadone, Bonetti, Stefani, Lamorgese, Messa) alle attuali 6 su 24 (Calderone, Bernini, Santanché, Roccella, Casellati, Locatelli). Sono sempre tre quelle titolari di ministeri con portafoglio, anche se di peso specifico politico minore: oggi sono a guida femminile Lavoro, Università e Turismo; nel precedente esecutivo lo erano Interno, Giustizia e Università.

PROVENIENZA GEOGRAFICA

La premier Meloni è notoriamente romana doc, cresciuta nel quartiere Garbatella. Il suo esecutivo è però sbilanciato verso il Nord: sono infatti 15 i ministri provenienti da regioni settentrionali (cinque lombardi, peraltro tutti leghisti: Salvini, Giorgetti, Locatelli, Calderoli, Valditara; quattro piemontesi: Crosetto, Santanché, Pichetto Fratin e Zangrillo, quest’ultimo rivendicato anche dalla Liguria per le sue origini genovesi; tre veneti: Nordio, Urso, Casellati; due emiliani: Bernini e Roccella; uno friulano, Ciriani). 

Dal Centro, e nello specifico solo dal Lazio oltre a Meloni, provengono Tajani, Lollobrigida, Abodi e Schillaci. Sei gli esponenti del governo provenienti dalle regioni meridionali: ovviamente il ministro per il Sud, Nello Musumeci, che è siciliano; i due campani Sangiuliano e Piantedosi; la sarda Calderone e il pugliese Fitto. Dal Salento arriva anche il sottosegretario a Palazzo Chigi, che di fatto ha il rango di un ministro, Alfredo Mantovano.

ETÀ ANAGRAFICA

Con i suoi 45 anni Giorgia Meloni è sul podio nella graduatoria dei presidenti del Consiglio più giovani. È al terzo posto, preceduta da Matteo Renzi, che lo diventò a 39 anni, e da Giovanni Goria, che salì a Palazzo Chigi a 44 anni. Aveva 45 anni anche Amintore Fanfani, quando divenne presidente del consiglio il 18 gennaio 1954, ma quel governo ebbe vita davvero breve perché in realtà non ottenne la fiducia in Parlamento e quindi decadde il 10 febbraio dopo soli 22 giorni.

 L’età media dei ministri di Meloni è tuttavia tendenzialmente alta: ci sono 12 over 60, 10 over 50 e solo 3 quarantenni (oltre alla leader ci sono Matteo Salvini che ha 49 anni e Alessandra Locatelli che ne ha 46).

TITOLI DI STUDIO

Quanto al titolo di studio, il governo conta una elevata percentuale di laureati. Solo la premier Meloni, il suo vice Matteo Salvini e Guido Crosetto non lo sono. Salvini e Crosetto avevano iniziato a frequentare l’università (Scienze Politiche il primo, Economia il secondo), ma non erano arrivati alla laurea. Tra le facoltà prevale su tutte Giurisprudenza (10), seguita da Economia e commercio (4), Medicina (2), Sociologia (2), Scienze Politiche (1), Lettere(2), Comunicazione (1).

PARLAMENTARI E TECNICI

Un tema emerso durante la concitata fase di formazione del governo riguarda la tenuta della maggioranza nei lavori parlamentari. Giorgia Meloni ha infatti scelto 9 ministri tra i neo-eletti senatori (Ciriani, Pichetto Fratin, Calderoli, Musumeci, Casellati, Urso, Salvini, Bernini e Santanché) e 7 tra i deputati (Tajani, Nordio, Crosetto, Urso, Lollobrigida, Musumeci, Fitto». 

Eventuali problemi potrebbero manifestarsi a Palazzo Madama, dove la maggioranza conta su 115 senatori su 200 — e maggioranza a 104 contando anche i senatori a vita —, per cui le assenze dovute a impegni istituzionali potrebbero farsi sentire, soprattutto in caso di fibrillazioni interne alla coalizione. I ministri non parlamentari sono 8: Abodi, Locatelli, Piantedosi, Crosetto, Calderone, Sangiuliano, Schillaci e Valditara. 

Praticamente tutti tecnici tranne Valditara che in passato ha ricoperto diversi incarichi elettivi con An, Pdl e Futuro e Libertà, mentre ora è in quota Lega. Il peso dei ministri politici rispetta il risultato delle elezioni: 9 di Fratelli d’Italia, 5 della Lega e 5 di Forza Italia. Nessun centrista nella prima linea.

I «REDUCI» DI BERLUSCONI

Quello varato oggi è il primo governo politico di centrodestra che entra in carica 11 anni dopo l’ultimo presieduto da Silvio Berlusconi, il quarto guidato dal fondatore di Forza Italia, che giurò l’8 maggio 2011. Sono quattro gli esponenti dell’attuale esecutivo che erano già ministri allora: Raffaele Fitto (Regioni), Roberto Calderoli (Semplificazione amministrativa), Anna Maria Bernini (Politiche Ue, ma subentrò in un secondo tempo a Andrea Ronchi) e la stessa Giorgia Meloni (Politiche giovanili). 

Ma di quell’esecutivo facevano parte anche Urso, come viceministro dello Sviluppo economico, e diversi sottosegretari: Santanché, Mantovano, Crosetto, Casellati, Musumeci, Roccella. Insomma, 11 degli attuali ministri sono degli ex di quel governo. Di cui era ministro anche Ignazio La Russa, alla Difesa, diventato nei giorni scorsi presidente del Senato. E ne facevano parte Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna, che fino a poche ore fa erano ministri di Mario Draghi.

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5 replies

  1. di Fabio Robecchi
    Brutta roba, i numeri. Dovrebbero spiegare, e invece rendono tutto freddo, algido, tecnico, tutto algebricamente smerigliato. Così dal rapporto Caritas pubblicato ieri da tutta la stampa nazionale – dopo lo sfoglio sul totoministri, Silvio a Canossa, Giorgia statista e altre amenità per chi ci casca – non è facile estrarre il succo di vite in bilico, di paure per domani che mordono già oggi, di umiliazione per le code, dell’indecenza dell’indigenza nazionale.
    Non so se è il caso di ripetere qui lo stillicidio: 5,6 milioni di poveri assoluti, altri 15 milioni a rischio di diventarlo, sul crinale, un piede di qua, un piede di là, un italiano su quattro, impaurito se va bene, praticamente sicuro che domani sarà peggio di oggi, che già è una discreta merda.

    Niente retorica, per carità, non serve, non aiuta. Ma in queste settimane di passaggio, in cui esperti e osservatori ci spiegano le dinamiche del voto, le scelte del Paese (pardon… ora bisogna dire Nazione, secondo la riforma semantica dei camerati… ops, patrioti), sarebbe forse il caso di chiedersi da dove vengono questi numeri freddi, la genesi, il percorso, che strada hanno fatto questi fottuti poveri per triplicare in quindici anni. Erano – sempre fonte Istat – un milione e ottocentomila quindici anni fa, e oggi sono 5,6 milioni, il che vuol dire che sono cresciuti di tre volte, che dove ce n’era uno ora ce ne sono tre. Quindici anni, non una vita, ma un tempo abbastanza lungo per capire chi, come, perché, per valutare politiche e strategie. Quindici anni fa, regnava un Silvio vorace, non il fantasma gaffeur di oggi, che ci portava in quel baratro di spread che fece tremare tutti. E per “salvarci” – cominciava il carosello dei Salvatori – arrivava Monti, e poi altri governi di emergenza e decoro economico, tutti o quasi a massiccia presenza progressista e democratica, che sciccheria.

    La cavalleria leggera (leggerissima) del “Siamo tutti sulla stessa barca”, aiutiamoci, facciamo qualche sacrificio. E piovevano soldi sulle aziende, sui datori di lavoro, decontribuzioni, e insieme contratti leggeri, corti, cortissimi. Il pensiero debole (debolissimo) che se aiuti chi produce – le aziende, gli imprenditori – andrà poi bene anche a chi lavora, in una cascatella di redistribuzione che dalle tavole imbandite lascia cadere qualche briciola. Ora si vede che non era vero: c’è povertà assoluta nel 7 per cento delle famiglie con occupati, cioè tra quelli che un lavoro che l’hanno. Ed è più del doppio rispetto al 2011 (erano il 3,1), quando arrivava Mario Monti con il loden, accolto come Mosé con le tavole, che ci salvava lui, ci pensava lui, meno male che c’è lui… e tutti gli altri salvatori in fila, fino a Mario Draghi, altro Salvatore da cosa non si sa. Non si capisce che salvezza, infatti, se anche tra chi lavora la povertà è raddoppiata.

    E tutti, in questi quindici anni di arretramento e di impoverimento, con il chiodo fisso e il nemico comune, perennemente additato: niente conflitto, niente battaglia, niente casino, non sporcare, non urlare, non baccagliare per il reddito, o per i diritti. Zitti e buoni, che sennò i mercati… che sennò l’Europa… e alla fine il bilancio di quindici anni di politiche “virtuose”, senza conflitto, senza lotta, è che a milioni non mettono insieme il pranzo con la cena, il triplo di prima. Un po’ di lotte, forse servivano, un po’ di conflitto, forse, li avrebbe difesi meglio, ‘sti poveri moltiplicati per tre in quindici anni, mentre invece si beccano solo l’eterno “colpa loro”.

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  2. Plasticata Santanche’ al turismo fa rabbrividire, rinnovo ai balneari per 150 anni blindati per pochi centesimi all’anno è dietro l’angolo e una ulteriore cementificazione delle coste poco più in là . Italia nostra colpita e affondata da Italia Sua. Uno tsunami di loschi cedimenti ai fautori della lottizzazione delle nostre ricchezze culturali, naturali e turistiche è all’orizzonte e vorrei tanto sbagliarmi.
    Quell’altro fiorellino primaverile, culobasso-volo di stato, si spera faccia meno danni. Stia in preghiera del suo idolo pregiudicato, continui a rubare i quattrini dei contribuenti nella sua nullità e non rompa le palle, e soprattutto non esibisca la sua fastidiosa sgradevole presenza sulla scena politica. Almeno questo

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  3. Mah, il governo forse, ma a sentire parlare i politici in TV di ” nordici” ce ne sono pochi. Giornaliste poi ancora meno.
    Comunque ricordo ai più distratti che siamo tutti Italiani…

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