Perché c’è il numero chiuso per le facoltà di Medicina

Nella giornata di oggi oltre 65mila candidati sono alle prese con la prova per accedere ai corsi di laurea di medicina e chirurgia e odontoiatria, ma a fronte di appena 15.876 posti disponibili

(Simona Zappulla – agi.it) – Programmazione in base alla capacità degli atenei, salvaguardia della qualità formativa e posti calcolati sulle esigenze a medio termine da ministero della Salute e dalle Regioni.

È questa la ratio che sta dietro la scelta dell’accesso a ‘numero chiuso’ per Medicina e per le facoltà a carattere scientifico, anche se puntualmente pure quest’anno si è riaperto il dibattito sulla necessità di rendere libero l’accesso, tema cavalcato anche in campagna elettorale.

La polemica si rinnova oggi, giorno in cui oltre 65mila candidati sono alle prese con la prova per accedere ai corsi di laurea di medicina e chirurgia e odontoiatria, ma a fronte di appena 15.876 posti disponibili.

Una disparità non da poco ma, ricordano dal ministero dell’Università e della Ricerca, la strada tracciata tiene conto di molti fattori come la capacità degli atenei di poter accogliere un tot numero di studenti e anche di poter assicurare una formazione adeguata, oltre alla pianificazione sul medio termine del fabbisogno di medici e specializzandi tra una decina d’anni.

La stessa ministra Messa pochi giorni fa in un’intervista a Skuola.net ha spiegato: “Non abbiamo le forze per riuscire a formare tutti questi medici. Allora, o li fermi al primo anno oppure li fermi ancora prima che comincino”.

Nel mondo universitario non tutti sono d’accordo però. Gli stessi rettori sono su posizioni diverse anche se il presidente della Crui (Conferenza rettori università italiane) e rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, rivendica: “Sul test di Medicina siamo passati da 9.000 a 15.000 posti in 4 anni, creando una crescita governata e pianificata dei numeri, perché altrimenti non governiamo e rispondiamo a delle emergenze con qualche cosa che poi crea dei problemi sul lungo termine”.

Numeri rivendicati anche dalla stessa ministra che sempre a Skuola.net aveva ricordato: “Il numero delle immatricolazioni lo abbiamo aumentato. Oggi siamo arrivati a circa 15-16mila posti di Medicina, rispetto ai 9mila di qualche anno fa c’è una bella differenza”.

Mentre gli studenti – oggi l’Udu, l’Unione degli universitari, ha organizzato un presidio di protesta alla Sapienza – si scagliano contro il numero chiuso definendolo illegittimo, e contro “la fallacia dello strumento del test d’accesso”.

E puntano il dito: “Nonostante le leggere modifiche apportate alla struttura dei test – osservano gli studenti – il numero chiuso rimane: un evidente segnale di quanto gli investimenti in istruzione e università e ricerca siano soltanto promesse elettorali e frasi spot. Emblematiche, a tal proposito, le ultime dichiarazioni di Salvini il quale afferma la volonta’ di superare il numero chiuso dall’oggi al domani senza proporre un modello da cui partire, ne’ indicare una programmazione di investimenti strutturali che possano realmente garantire ciò”. Quindi, chiedono un’Università “pubblica, aperta e accessibile a tutte e tutti”. 

In effetti, la ministra Messa ha cambiato le modalità dei quiz per andare incontro alle richieste degli studenti, quindi meno domande di varia cultura generale e più quesiti mirati.

Ma da quando esiste il numero chiuso? Fu introdotto per legge, ricorda il sito di Consulcesi, nel 1987 tramite apposito decreto dall’allora ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Ortensio Zecchino.

Una svolta non soltanto per Medicina, ma per gran parte delle facoltà a carattere scientifico, che sanciva il principio di relazione tra il numero di studenti e la capacità delle singole strutture di ospitarli, la disponibilità dei professori, la possibilità di svolgere laboratori e lezioni.

Non tutto andò però liscio come doveva – sottolinea ancora Consulcesi – furono numerosi infatti i ricorsi. Tanto che si dovette arrivare al 1999 perché tale decreto ministeriale diventasse legge con l’ok della Corte Costituzionale nel 2013, dopo che il Consiglio di Stato aveva sollevato la questione sulla sua legittimità.

Il tema oggi è ancora più caldo dopo i due anni pandemici che hanno messo in evidenza la mancanza di medici con la necessità, spesso, di dover ricorrere anche a medici già in pensione.

Dopo le prossime elezioni, il 25 settembre, nascerà un nuovo governo e si vedrà se il successore dell’attuale ministra, Maria Cristina Messa, resterà nel solco del numero chiuso e della pianificazione o se ci sarà un ‘liberi tutti’. 

11 replies

  1. Superare un test di ammissione affinché si acceda all’università solo in possesso della preparazione generale che la singola facoltà richiede (nel senso di necessaria per poter affrontare il corso di studi con una certa garanzia di profitto) è sacrosanto. Il fatto che i posti siano limitati, considerato che si tratta di sempre scuola pubblica, sarebbe opinabile.

    Tuttavia, il fatto si sapere che non ti basta superare il test, ma devi essere anche più bravo di altri che lo supereranno come te perché i posti sono limitati, motiva i migliori che di solito sono quelli che non si tirano indietro di fronte alle sfide e quindi hanno più possibilità di far bene. In pratica, è una ulteriore selezione che può avere un senso nel tentativo di creare nuovi laureati davvero preparati. Oltre che mettere i giovani di fronte al fatto che la vita è competitiva, volenti o no ed è meglio abituarsi all’idea quanto prima.

    Per esperienza diretta mia personale fatta a suo tempo decenni fa e per esperienza diretta fatta oggi in ambito famigliare, c’è spesso molta, troppa leggerezza nell’iscriversi ad una facoltà universitaria: molto entusiasmo, ma molta meno consapevolezza di riguardo quello che si sta effettivamente mettendo in conto di fare (genitori compresi). Poi in una parte di ragazzi questa leggerezza fisiologicamente rientra; ma sono in tanti, troppi quelli che lasciano: e non perché l’università non è adeguata, ma perché chi molti di quelli che lasciano pensavano che sarebbe stato diverso, diciamo più facile.

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  2. grandi…grandi…grandi t. di c. abbiamo bisogno di medici e si tiene ancora medicina a numero chiuso… sembra il tutto voluto per agevolare la Sanità privata.

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  3. Il numero chiuso a qualunque facoltà è semplicemente incostituzionale, perché viola il diritto allo studio. Se molti vogliono laurearsi in medicina lo Stato deve provvedere. Non tutti riusciranno a fare i medici, ma è così per tutti i percorsi di studi. Io stesso svolgo un lavoro che ha solo marginalmente a che fare con la mia formazione.

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    • Scusa Pirgo, ma lo studente di medicina dal terzo anno in poi si sposta in corsia, come si fa a garantire a tutti una formazione ch includa la pratica? Non c’è solo l’aula. Ogni medico ne deve formare altri. Ma se sono 50 o 10 fa differenza.
      E i laboratori?
      E la strumentazione?
      Quest’anno avrebbero dovuto garantirlo a un numero di studenti 4 volte superiore a quelli che possono formare.
      Secondo me la soluzione di procedere per gradi anno per anno è quella migliore, ma non credo si possa mai arrivare a quello che dici tu perché la formazione di un medico non impegna lo stato come la formazione, che ne so, di un sociologo.

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      • Si potrebbe fare, ad esempio, come nelle università straniere, dove non esiste il fuori corso, che ogni anno bisogna acquisire un numero minimo di CFU, pena l’esclusione dal corso. Se c’è un diritto allo studio, ritengo che vada garantito a tutti in ingresso. Dopodiché si possono intrudurre dei sistemi di sfrondatura.

        (poi rispondo anche a Gatto)

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      • NOn dico che il tuo ragionamento sia sbagliato, dico che stando così le cose, essendo messi così gli ospedali è davvero difficile.
        Mi rallegro già di questo aumento, in fondo in pochi anni il numero è quasi raddoppiato.

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    • Ecco quali sono le conseguenze del tue proposte:

      “Quel che meglio consente di capirlo è la nozione di swadharma com’è intesa nella dottrina indù, nozione essa stessa tutta qualitativa, in quanto riguarda lo svolgimento da parte di ciascun essere di un’attività conforme alla sua essenza o alla sua natura propria, e per ciò stesso eminentemente conforme all’«ordine» (rita) nel senso già da noi precisato; ed è mediante questa stessa nozione, o meglio per la sua assenza, che si evidenzia nettamente il difetto della concezione profana e moderna. Secondo quest’ultima un uomo può dedicarsi ad una professione qualsiasi, ed anche cambiarla a suo piacimento, come se questa professione fosse qualcosa di puramente esteriore a lui, senza alcun reale legame con ciò che egli veramente è, cioè con ciò che lo fa essere se stesso e non un altro. Nella concezione tradizionale, al contrario, ciascuno deve normalmente svolgere la funzione cui è destinato dalla sua stessa natura, con le attitudini che questa essenzialmente implica; e non può svolgerne un’altra, senza che ciò rappresenti un grave disordine che avrà una ripercussione su tutta l’organizzazione sociale di cui egli fa parte; peggio ancora, se un disordine del genere viene a generalizzarsi, i suoi effetti si ripercuoteranno sullo stesso ambiente cosmico, tutte le cose essendo legate tra loro da rigorose corrispondenze … nello stato attuale del mondo occidentale, nessuno si trova più nel posto che gli compete normalmente in ragione della propria natura; è questo che si intende quando si dice che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa secondo il suo vero significato tradizionale, non è altro che la stessa natura individuale con l’insieme delle speciali attitudini che essa comporta e che predispongono ciascun uomo a compiere tale o tal altra funzione determinata. Dal momento che l’accesso ad una qualunque funzione non è più sottomesso ad alcuna regola legittima, ne deriva inevitabilmente che ciascuno sarà indotto a fare una qualsiasi cosa, e spesso la cosa per la quale è meno qualificato; il ruolo da lui svolto nella società verrà determinato, non dal caso, che in realtà non esiste, ma da ciò che può dare l’illusione del caso, vale a dire dal groviglio di ogni sorta di circostanze accidentali; mentre quello che vi interverrà di meno sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un caso del genere, e cioè le differenze di natura che esistono fra gli uomini… Sarebbe troppo facile dimostrare che l’uguaglianza non esiste affatto per la semplice ragione che non potrebbero esserci due esseri che, ad un tempo, fossero realmente distinti e completamente simili fra loro sotto tutti gli aspetti; e sarebbe altrettanto facile trarre tutte le conseguenze assurde che derivano da quest’idea chimerica, in nome della quale si pretende di imporre dovunque una completa uniformità: per esempio somministrando a tutti un identico insegnamento, come se tutti fossero ugualmente atti a comprendere le stesse cose, e come se per fargliele comprendere fosse possibile usare con tutti indistintamente gli stessi metodi. D’altronde, ci si può chiedere se non si tratti di «apprendere» piuttosto che di «comprendere» veramente, vale a dire se, nella concezione tutta verbale e «libresca» dell’insegnamento attuale, non si sia sostituita la memoria all’intelligenza, concezione che peraltro ha solo in vista l’accumulo di nozioni rudimentali ed eteroclite ed in cui la qualità è interamente sacrificata alla quantità; cosa questa che si verifica dappertutto nel mondo moderno… notiamo che, allo stato attuale delle cose, non un solo uomo svolge la sua propria funzione, se non eccezionalmente e come per accidente, quando invece è il contrario che dovrebbe avvenire; ma si arriva perfino al punto che lo stesso uomo sia chiamato ad esercitare successivamente delle funzioni del tutto diverse, come se egli potesse cambiare attitudine a volontà… “.

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  4. @ nessuno e tutti

    “sembra il tutto voluto per agevolare la Sanità privata.”

    Guarda che anche nella sanità privata i medici devono avere la laurea e, quindi, avere avuto accesso all’università.
    Quindi, l’obiezione è quanto meno mal posta.

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    • C’è un problema su cui sorvoli: la sanità privata COSTA più di quel che dovrebbe costare la sanità pubblica, anche a parità di lauree.

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  5. Il” privato” può fare contratti con medici che provengono da altri stati,nel pubblico devi fare un concorso per esercitare(specializzazioni) se pur già medico!
    In sostanza se mancano medici la Sanità pubblica va ramenga,il privato in un modo o in un’altro se la cava sempre.
    Dimenticato medici che esercitavano nel privato senza averne titolo?

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