Michail Gorbaciov, il liberatore più odiato

(Giuliano Ferrara – il Foglio) – Ci vorranno biblioteche intere di storiografia, trattati poderosi di antropologia politica, corpose analisi freudiane e junghiane ispirate alla curiosità per il sottofondo della mente umana e per gli archetipi dell’anima, ci vorranno inchieste letterarie direttamente derivate dalla pietas latina e dall’epica greca per spiegare l’inspiegabile: il disamore, perfino l’odio dei russi per Michail Gorbaciov.

Garibaldi, il più disordinato e inconsapevole creatore dell’Italia unita, un confusionario d’impeto in camicia rossa, è onorato in ogni piccola comunità, eccetto che da minoranze borboniche. Napoleone Bonaparte riposa agli Invalides ed è celebrato come perenne homme fatal del destino francese malgrado i lutti e le ondate di guerra che scombussolarono Francia ed Europa. I monumenti a Churchill sono sverniciati dagli adepti settari della cancel culture, ma solo perché la sua memoria popolare torreggia con i suoi sigari e i suoi bicchieri di whisky di unico e inflessibile avversario di Adolf Hitler.

Lincoln se ne sta seduto nel suo marmo candido e guarda Washington con la crudele benevolenza del discorso di Gettysburg che chiuse la sanguinosa guerra civile. Gandhi è il nome chiave dell’India moderna e della sua retorica, nonostante i grandi cambiamenti nei decenni. Ci sono cose in cui i grandi creatori di storia hanno fallito, altre in cui sono riusciti, prezzi immensi che hanno fatto pagare a popoli e nazioni, ci sono i loro difetti, lo spirito tirannico, gli errori belluini, le conseguenze inattese, e contano alla fine i risultati finali che si chiamano libertà, indipendenza, unità e visione di una vita migliore per l’ispirazione delle generazioni.

I russi disamorati di Gorbaciov vivevano prima di lui nel sottomondo ossessivo descritto da Grossman in “Vita e destino”. Perfino nell’epopea vittoriosa della guerra patriottica contro l’invasore nazista, seguita a tutti gli equivoci di una iniziale collaborazione fra i totalitarismi, il loro stigma era la sottomissione, la delazione, la purga del dissenso, la confessione falsa, l’inimicizia obliqua in una boscaglia sociale disadattata alla vita libera, il dubbio esistenziale sistematico, la corruzione fino al cuore dell’amore e della famiglia e dell’amicizia, la tortura, il Gulag, una sequela di miti tirannici e imperiali che veniva dal tempo lontano degli zar, per non dire delle invasioni mongole, e si era riprodotta dopo secoli, eguale e piatta, con la rivoluzione dei bolscevichi e con i suoi esiti sovietici.

Prima di Gorbaciov c’era la corsa agli armamenti, c’era un orgoglio nazionale di cartapesta, c’erano la guerra e la Guerra fredda, la chiusura delle frontiere, l’oppressione costosa e vile di mezza Europa, un’eguaglianza livellatrice e forzata che sapeva di miseria e di azzeramento della libertà di consumo e di movimento per tutti, salvo per le oligarchie degli apparati e del partito unico, c’era la cultura ufficiale derelitta, l’uso partitico delle idee, l’arte di regime, la funzione esornativa degli intellettuali sfuggiti all’eccidio staliniano, c’era la censura, mancavano la libertà di espressione, di associazione, di proprietà di se stessi e della propria vita individuale.

L’Unione sovietica, come aveva capito Yuri Andropov, capo del Kgb, potente occhio assoluto sulla storia sovietica e bolscevica, sulla società russa e delle repubbliche federate, sugli usi e costumi del popolo e sui suoi bisogni, era diventata un caos decadente travestito da stabilità, un sistema senza responsabilità e libertà che non reggeva più il confronto con l’occidente europeo e americano, che non produceva energia né slancio alcuno, una eterna notte di morti viventi.

Fu Andropov a indicare Gorbaciov, russo caucasico di cinquantaquattro anni, la mascotte del Politburo, uno dell’apparato e non un campione dell’inesistente società civile, come unico successore all’altezza della tragedia. E in sei anni di destino Gorbaciov attuò l’unico programma possibile: distruggere tutto con le parole d’ordine della riforma e della libertà.

Diede ai popoli dell’Urss la fine della galera in cui erano rinchiusi, li fece evadere, li mise di fronte alle loro responsabilità verso se stessi e il mondo, accettò unificazione tedesca e caduta del Muro di Berlino, non mosse un dito contro la ritrovata indipendenza dell’Europa centrale e orientale e dei Baltici e dell’Ucraina e della Bielorussia e degli stan asiatici, tutte nazioni forzate a un’unione produttiva solo di un falso onore politico, di un falso primato mondiale, un mondo disseminato di piccole spie e di polizie politiche arcigne, il mondo dei commissari Gletkin, del buio a mezzogiorno, di un esercito impantanato come tutti prima e dopo di esso nel tragico Afghanistan.

Altro che Pizza Hut, dialogo internazionale antiatomico, indizi di economia di mercato, fu la resurrezione miracolosa di un fantasma inaudito per i russi, la libertà civile, la fine dell’autoritarismo centralizzato, la liberazione dei Sacharov, la riabilitazione dei Solgenitsin, l’uscita dal carcere di centinaia di migliaia di prigionieri politici, un tentativo di restituire alla propria autonomia le istituzioni della società, della cultura, i giornali, le tv, i libri usciti dall’Indice dei proibiti.

E tutto questo in nome di una possibile creazione di una classe media e di una mobilità sociale fondata su investimenti e lavoro, su proprietà individuale ed economia di sviluppo, consumi e avanzamento tecnico e scientifico. Il meccanismo era divoratore, non si poteva riformare l’irriformabile, Gorbaciov fu inghiottito dall’ala conservatrice e dall’ala radicale, che la ebbe vinta infine, come prevedibile, sulle sue incertezze, e vorrei vedere, e alla fine se lo mangiò in un sol boccone con la dissoluzione dell’Unione sovietica da lui promossa consapevolmente anche se non voluta o prefigurata, a parte le conseguenze inattese di un’opera di destabilizzazione travolgente del male organizzato.

Le cose poi sono andate nel peggiore dei modi, come sempre quando sono i radicali a mettersi la storia sulle spalle, e ne è venuta la peggiore restaurazione possibile. Che ha fomentato ed è stata fomentata da questo incomprensibile o fin troppo comprensibile disamore, da questo odio per l’uomo che aveva liberato i popoli sovietici dalla cortina di ferro che li divideva dal mondo libero, e aveva restituito loro dignità e onore

17 replies

      • Pace! Innanzitutto pace!
        Ad ogni costo pace!
        E certamente non la pace dei malvagi guerrafondai, degli aspiranti padroni del mondo e dei loro complici affaristi che sulla guerra fanno la loro fortuna, dei loro sudditi bellicisti per viltà e convenienze personali.

        Ma una pace non neutrale e astratta – come in una notte senza stelle in cui umanità e disumanità paiono entrambe indistinte.
        Una pace di verità che piuttosto risulti, in ogni senso possibile, la più grande maledizione per coloro che la guerra da sempre la programmano cinicamente con la prepotenza e la menzogna; per poi o attuarla direttamente per primi, e addirittura con false motivazioni di pace, o per subdolamente provocarla mettendo all’angolo il loro nemico e costringendolo a reagire per auto-difesa.

        Una Pace che sia innanzitutto operazione di Verità. E dunque una Pace da coniugarsi con la Giustizia sociale, incompatibili con l’abbrutimento della personalità, nella schiavitù amorale del pensiero unico e della massificazione consumistica.

        Una pace testimoniata da fatti concreti e non solo concettualizzata genericamente e superficialmente o addirittura blaterata strumentalmente per poi promuovere il suo contrario. Dunque sempre ricordando che più normalmente i testimoni di pace nella storia umana pagano sempre in prima persona ogni loro piccola o grande contraddizione.
        E dunque per la loro inevitabile umana imperfezione non solo non vengono riconosciuti ma ancor più pagano la loro improntitudine a promuovere il bene più grande e per questo più difficile da perseguire e più inconcepibile da generalizzare; proprio per la caotica natura delle vicende umane – intrisa assieme e perfino inestricabilmente di umori demoniaci e di profumi angelici…

        Gorbacev – ossia l’abbattimento dei blocchi, del muro di Berlino e di tanti altri muri, dei conseguenti pregiudizi culturali ed economico-commerciali… – è sicuramente tra costoro e il suo esempio va compreso e seguito, non certo dimenticato né minimamente vilipeso…

        (grazie per l’attenzione e la gentilezza!)

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  1. “Garibaldi, il più disordinato e inconsapevole creatore dell’Italia unita, un confusionario d’impeto in camicia rossa”
    sapeva benissimo cosa e come farlo, un uomo NON DI GOVERNO, NON ARISTOCRATICO, SENZA MEZZI è riuscito là dove altri con ben altre risorse e mezzi non hanno mai neanche pensato di arrivare.
    Ferrara non si vuol smentire mai:
    il suo è odio verso un vero idolo omaggiato in tutto il modo di quel tempo,
    tanto per dire i francesi lo chiamarono a guidare la resistenza dopo la sconfitta di SEDAN e fu l’unico che vinse contro la Germania del tempo.
    Esempio minimo ma qualificante nella sua semplicità: La considerazione che ne avevano tutte le genti del tempo, ha portato la squadra di calcio del Nottingham Forrest a scegliere il ROSSO per le loro maglie in suo onore.

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  2. Per Ferrara Gorby fu un liberatore sfortunato e disconosciuto,
    lui no che NON era un disordinato ed inconsapevole delle conseguenze delle sue azioni.
    Ferrara è bravo a costruire intorno ad una teoria antistorica, un castello di interpretazioni intervallati a fatti avvenuti, ma che servono solo ad avvallare le sue discutibili idee.
    Quanto talento svenduto.

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    • Ma che leggete a fa le dissertazioni di Ferrara ! Non è credibile fino al minimo etto del suo peso . Personaggio soppravvalutato che vive di prebende statali e insieme al suo Direttore ciucciano soldi delle ns tasse per pubblicare un giornale che non legge e compra nessuno. Sarebbe l ora di togliere i sussidi all editoria : si risparmiano carta e boiate !

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  3. Sciacquatevi la bocca quando parlate di Gorbaciov, se al suo posto ci fosse stato uno come Vlad, avremmo avuto una piazza Tienanmen in ogni città sovietica ed in ogni capitale dell’Est Europa, ad iniziare da Berlino.

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