Da Depretis a Di Maio, vedi alla voce trasformismo

(ANDREA ENRICI – glistatigenerali.com) – Nella politica italiana, trasformismo descrive la capacità dei politici italiani di trasformarsi. Questa arte tutta nostra risale al XIX secolo e ad Agostino Depretis, otto volte primo ministro che costruì le sue fortune politiche e i suoi governi cooptando parlamentari di tutto lo spettro politico. Oltre all’impatto negativo sul dibattito politico e sulle questioni morali che questa pratica solleva, il Trasformismo mostra anche le debolezze croniche del sistema partitico italiano, che non si è mai completamente ripreso dopo gli scandali per corruzione dei primi anni ’90.

Se qualcheduno vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?
Nell’ottobre del 1882, Agostino Depretis, allora presidente del Consiglio e capo della “sinistra storica”, parlando a un comizio elettorale in vista delle elezioni generali, rispondeva a coloro che lo accusavano di aver snaturato il programma della sinistra: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. Quella dichiarazione descriveva la pratica già collaudata.  di ottenere voti dai parlamentari in tutto l’emiciclo,

In un’epoca in cui solo il 2 per cento degli italiani aveva il diritto di voto, non c’erano partiti organizzati, ma solo gruppi informali di potenti notabili locali tra cui il Presidente del Consiglio cercava i voti mercanteggiando su questioni piuttosto private. Dopo Depretis, la pratica del trasformismo fu ampiamente utilizzata dai suoi successori, inclusi i primi ministri Francesco Crispi e Giovanni Giolitti, che guidarono rispettivamente quattro e cinque governi. Alla fine, con l’ascesa di Mussolini nel 1922, molti politici liberali riuscirono a trasformarsi di nuovo e divennero fascisti dall’oggi al domani, con ex primi ministri come Vittorio Emanuele Orlando e Antonio Salandra che non esitarono a candidarsi nella Lista Nazionale di Mussolini nelle elezioni generali del 1924.

La Repubblica dei Ribaltoni
Fast forward agli anni Novanta, quando gli scandali di corruzione fecero crollare gran parte del sistema dei partiti della Prima Repubblica. I pubblici ministeri di Mani Pulite hanno incriminato ex Presidenti del Consiglio (Craxi, Forlani) leader e quadri di partito, molti dei quali sono stati condannati per finanziamento illecito dei partiti, corruzione e concussione. Nel 1995, quattro dei cinque partiti che avevano governato l’Italia per quarant’anni – Democrazia Cristiana (DC), Partito Socialista (PSI), Liberali (PLI) e Socialdemocratici (PSDI) – erano scomparsi e nuovi partiti, come Forza Italia e la Lega Nord avevano riempito rapidamente il vuoto. In questo nuovo bipolarismo maggioritario, dove due coalizioni piuttosto larghe si contendono la vittoria all’ultimo voto, Trasformismo ha fatto il suo grande ritorno.

Spesso indicato come “Ribaltone”, il trasformismo della seconda repubblica consiste nel sostituire i parlamentari che lasciano la maggioranza con quelli centristi eletti tra le fila dell’opposizione. Da Clemente Mastella, democristiano di lunga data, che nel 1998 lasciò il Polo della Libertà di Berlusconi per fondare l’UDR (poi ribattezzata UDEUR) e sostenere il primo governo di Massimo D’Alema nel 1998, fino ad Angelino Alfano e Denis Verdini, passando per Razzi e Scilipoti, l’elenco dei politici che si trasformano ha continuato a crescere di anno in anno.

Di Maio e le stelle cadenti.
Il Movimento 5 Stelle ha costruito gran parte del suo successo iniziale sulla pretesa di riportare moralità nella politica italiana e di fermare il trasformismo con l’introduzione del vincolo di mandato che avrebbe costretto gli eletti a rimanere nel gruppo di elezione, una disposizione apertamente esclusa nell’attuale Costituzione. Tuttavia, non diedero mai seguito all’idea e, al contrario, il M5S finì per produrre la classe politica più trasformista dai tempi di Depretis e Giolitti. Nella loro prima legislatura (2013-2018), i gruppi parlamentari cinquestelle hanno perso 39 parlamentari su 162, per poi battere tutti i record durante l’attuale legislatura, perdendo 172 parlamentari su 336.

Nessuno impersonerà questa svolta politica meglio di Luigi Di Maio, il trentasettenne ministro degli Esteri nel Governo Draghi, che è stato capo politico del Movimento 5 Stelle fino a gennaio 2020. Oggi moderato, in passato Di Maio ha abbracciato le posizioni più radicali all’interno del suo partito. Nel 2017 ha promosso una campagna a livello nazionale per lanciare un referendum contro l’euro, sostenendo l’uscita del Paese dalla moneta unica. Un anno dopo, durante la trattativa per il nuovo governo, Di Maio chiese l’impeachment del presidente Mattarella, da lui accusato di ostacolare un accordo sul “governo del cambiamento” tra i cinquestelle e la Lega di Matteo Salvini.

Erano gli anni in cui Luigi Di Maio prometteva il suo sostegno ai Gilet Gialli francesi e incontrava i loro leader, gli anni in cui accusava apertamente il Partito Democratico di far parte di una rete criminale che sottraeva i figli alle famiglie di Bibbiano. “Mai con il Partito di Bibbiano!” urlò Di Maio poche settimane prima che il suo Movimento 5 Stelle e il PD facessero un governo insieme. Tre anni dopo, lo stesso Di Maio ha lasciato il Movimento 5 Stelle e ha dato vita a un nuovo gruppo, Impegno Civico, con Bruno Tabacci, democristiano entrato in Parlamento prima che Di Maio iniziasse le elementari. Con poche possibilità di superare lo sbarramento e eleggere dei parlamentari con una sua lista, in questi giorni Di Maio è stato molto impegnato ad ottenere un buon posto nelle liste del PD, approfittando della disponibilità del segretario Enrico Letta ad accogliere aprire le porte ai progressisti e agli europeisti. Il tipo di persone che Di Maio avrebbe disprezzato qualche anno fa.

Ma questo non ha molta importanza. Di Maio deve aver sentito da qualche parte che “il potere logora chi non ce l’ha”, e deve essere riuscito a trasformarsi giusto in tempo.

Post Scriptum: Di Maio impersona meglio degli altri il Trasformismo, ma non è certamente l’unico. Per par condicio basti ricordare Maurizio Lupi o Nunzia De Girolamo, che uscirono dal PdL nel 2013 per rimanere ministri nei governi Letta e Renzi, salvo poi far marcia indietro una volta costretti alle dimissioni da ministro. Come non dimenticare Gennaro Migliore, capogruppo rifondarolo nella breve XV legislatura: da bertinottiano a vendoliano per finire pasdaran del renzismo. E infine, come non ascrivere all’arte del trasformismo, le innumerevoli e repentine giravolte di Carlo Calenda?

8 replies

  1. Il problema non è Di Maio ma i partiti che lo ospitano, in famiglia siamo in 4, votavamo tutti PD, dopo l’entrata dell’Ape Maio voteremo tutti e 4 Giuseppe Conte M5S. fanc5lo DiMaio e tutto il PD.

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