L’Italia povera dell’Istat e la sfiducia dei cittadini

(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – Tra i molti e interessanti dati che emergono dal quinto round dell’indagine dell’Istituto sulle condizioni di vita e lavoro in Europa di Dublino su “vivere, lavorare e Covid 19” due mi sembrano particolarmente preoccupanti. Il primo è la netta diminuzione della fiducia dei cittadini europei nei loro governi, nella polizia e nei media. Anche la fiducia nell’Unione europea, che, probabilmente a seguito delle nuove iniziative di solidarietà come il Next Generation Fund, nel 2021 aveva conosciuto un aumento nei Paesi che partivano dai livelli più bassi – Romania, Spagna, Italia, Grecia – è di nuovo diminuita nel 2022.

Tradizionalmente la fiducia nelle istituzioni è più bassa tra le persone che hanno difficoltà economiche e faticano ad arrivare a fine mese e questo dato è confermato anche da questa indagine, che tuttavia mostra anche che il calo complessivo della fiducia riguarda principalmente chi non si trova in difficoltà. Il divario tra ceti sociali nella fiducia nelle istituzioni si riduce perché si allarga l’area della sfiducia: un dato tanto più preoccupante se si pensa che questa perdita di fiducia è avvenuto in un periodo (la primavera) in cui le economie stavano riprendendo e non erano ancora del tutto dispiegati gli effetti dell’aumento dell’inflazione, dei costi energetici e della guerra russo-ucraina.

Anche se già allora in media più di un quarto degli intervistati europei dichiarava di avere difficoltà ad arrivare a fine mese e di essere in ritardo con il pagamento delle bollette e quasi la metà di costoro (45%) riteneva che non sarebbe riuscito a pagarle nei tre mesi successivi. L’Italia, con un 25% di intervistati che è indietro nei pagamenti e un 30% che ritiene che le cose peggioreranno è uno dei Paesi in cui emergono le maggiori criticità su questo fronte, anche se in minor misura della Bulgaria, di Cipro e, soprattutto della Grecia. In quest’ultimo Paese il 50% degli intervistati ha dichiarato di essere indietro con i pagamenti e il 58% di temere di non farcela nei mesi successivi. Alla perdita, o mancanza, di fiducia nelle istituzioni non contribuisce tuttavia solo la sensazione di vivere nell’incertezza.

Contribuisce anche il diffondersi dell’abitudine di utilizzare i social come fonte prevalente, quando non esclusiva, di informazioni. L’indagine, infatti, mostra che la fiducia nelle istituzioni è molto più bassa tra chi utilizza solo o prevalentemente i social rispetto a chi usa gli strumenti tradizionali: rispettivamente 3 e 4,2 su una scala da 1 a 10. Non sorprendentemente, inoltre, la fiducia nelle istituzioni è molto bassa anche tra chi è contrario o comunque ambivalente rispetto ai vaccini, anche se in questo caso ci si potrebbe chiedere quale sia la causa e quale l’effetto. Inoltre, nonostante l’ambivalenza o contrarietà ai vaccini sia un fenomeno complesso, vi è anche un nesso con le fonti di informazioni cui ci si affida.

Dall’indagine emerge che sono più ambivalenti, quando non ostili, ai vaccini coloro che si affidano prevalentemente o esclusivamente ai social.

Invece di limitarsi a condannare i social per le troppe informazioni fasulle o non controllate, questi dati dovrebbero interrogare le istituzioni, i politici, e i responsabili dei media tradizionali sulla loro (in)capacità di stabilire una comunicazione e costruire fiducia con una fetta ampia, e crescente, di popolazione.

Il secondo dato preoccupante che emerge dall’indagine riguarda l’entità dei bisogni sanitari non soddisfatti a motivo dalla pandemia. Nonostante nel 2021 e soprattutto nel 2022 ci sia stato un recupero man mano che diminuiva l’emergenza epidemica, la quota di bisogni insoddisfatti rimane elevata, riguardando in media una persona su cinque, ma con grandi differenze tra paesi. In Italia riguarda il 16%. Nel caso del disagio mentale, che per altro è aumentato a seguito della pandemia e delle costrizioni da questa imposte, il bisogno insoddisfatto è persino aumentato tra il 2021 e il 2022.

I giovani sono stati coloro che hanno conosciuto il maggior aumento di disagio mentale durante il periodo più acuto della pandemia, perché sono stati i più colpiti alle restrizioni. La percentuale di chi ha dichiarato di non trovare aiuto, pur scesa dal 62% del 2021 al 49% del 2022, rimane altissima. C’è il rischio che, non trattandosi di una patologia chiaramente come identificabile come medica, ne venga sottovalutata la serietà e la necessità di affrontarla per tempo e con gli strumenti adeguati. 

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