(Giancarlo Selmi) – I voli partiti dalle basi italiane sono stati non 200, ma neppure 500. Sono stati, numero esatto, 518. Il livello della chiarezza offerta dal governo su una questione che riguarda, non è assolutamente un dettaglio trascurabile, il coinvolgimento dell’Italia in un’operazione di guerra, si è limitato a nasconderne prima l’esistenza, poi il numero. Se non ci fosse da preoccuparsi, ci sarebbe da ridere. Anzi: si ride proprio per non urlare. Perché un cittadino appena appena dotato di senso logico, non serve un corso di studi, basta la terza media e un minimo di dignità civile, una domanda la dovrebbe fare: ma siamo in guerra oppure no?

Ora quel numero, finalmente, è emerso. Non 200. Non “quasi 500”. Non “più o meno”. Sono stati 518. Cinquecentodiciotto voli “a supporto” dell’operazione di guerra contro l’Iran. E sul significato di quel “a supporto” il governo pretende pure di prenderci in giro, come se bastasse infilare una formula vaga dentro una nota ministeriale per trasformare la realtà in nebbia. Il punto, infatti, non è solo il numero. Il punto è che l’Iran quel numero lo ha sempre saputo. Dunque, no: non sono state le dichiarazioni sgangherate di Rutte, né le richieste di chiarimento dell’opposizione, a mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Quella sicurezza l’hanno compromessa coloro che, nei fatti, ci hanno trascinati dentro una guerra contro uno Stato straniero. Una guerra unilaterale, illegale, che non ci appartiene e di cui rischiamo di pagare conseguenze molto pesanti. E siamo soltanto all’inizio.

A metterci in questa situazione non è stata quella piccola parte di stampa che ancora fa domande, è stata la scelta politica di un governo piegato alla propria subalternità, ossessionato dal bisogno di compiacere Trump e Netanyahu, impegnato ad accreditare Meloni come “pontiera” e “statista”, mentre in realtà si limita a fare da passacarte agli interessi altrui. Poi certo, si può sempre provare a raccontare che i 518 voli non fossero “cinetici”. Formula meravigliosa, quasi poetica. Viene da immaginare aerei carichi di carezze, panini, succhi di frutta e buoni sentimenti. Non bombe, non carburante, non supporto essenziale a un’aggressione militare. No, solo un grande servizio di catering internazionale per la pace.

Peccato che le guerre, purtroppo, non si facciano con le merendine. E gli iraniani, così come il resto della comunità internazionale, difficilmente berranno questa favoletta. La propaganda nostrana magari può ancora incantare qualche tifoso che commenta sui social col “fozza Gioggia”, qualche boccalone disposto a credere a tutto purché lo dica il giornale giusto o il polemista prezzolato di turno. Ma fuori da questa bolla di servilismo, la realtà resta quella che è: 518 voli a supporto di un bombardamento, restano 518 voli a supporto di un bombardamento. Ed è esattamente questo che il governo dovrebbe spiegare, senza arrampicarsi sugli specchi e senza rifugiarsi nel lessico truffaldino del “non cinetico”. Perché qui non si discute di semantica. Qui si discute di verità, di responsabilità politica, di rispetto del Parlamento, della Costituzione e del Paese.

Il problema non è che abbiano parlato Rutte o l’opposizione. Il problema è che loro hanno agito e hanno mentito abbastanza male da finire smentiti perfino dai numeri. E quando un governo arriva al punto di credere che basti cambiare nome alle cose per cancellarne la sostanza, allora non siamo solo davanti a una menzogna, detta, peraltro , in Parlamento. Siamo davanti a una presa in giro. E pure fatta male, ma per questo siamo pienamente nelle tradizioni dell’armata brancameloni.