Ora i 5Stelle lascino Draghi e recuperino i loro elettori delusi

Ho capito il talento politico di Luigi Di Maio quando l’ho visto all’opera in un ambiente del tutto ostile. Al culmine di una ormai lontana campagna elettorale del Movimento 5 Stelle, entrò come un agnello sacrificale in una affollatissima sala della Confcommercio di Milano […]

(di Gianni Barbacetto – Il Fatto Quotidiano) – Ho capito il talento politico di Luigi Di Maio quando l’ho visto all’opera in un ambiente del tutto ostile. Al culmine di una ormai lontana campagna elettorale del Movimento 5 Stelle, entrò come un agnello sacrificale in una affollatissima sala della Confcommercio di Milano, piena di commercianti del Nord che volevano mangiarselo, il giovane grillino venuto dal Sud. Dopo due ore di argomentazioni tecniche su tasse e commercio che non so dove diavolo e quando avesse imparato, i commercianti uscirono dalla sala ammansiti e perfino ammirati, e lui sorridente, come al solito. Era il Cinquestelle di maggior talento, altro che “bibitaro”. Quando però il talento non si innesta su una solida cultura politica, rischia di diventare machiavellismo, astuzia da volpe che finisce per servire qualche leone. Ora che se n’è andato dal Movimento, ha compiuto non un’operazione politica, guardando ai cittadini, ma un’operazione di ceto politico, che – in nome della fedeltà a Mario Draghi – punta alla ridislocazione di personale partitico nella friabile e complessa geografia parlamentare italiana. Una delle tante scissioni realizzate da leaderini in cerca di “quid”, a destra e a sinistra, da Clemente Mastella a Denis Verdini, da Angelino Alfano a Matteo Renzi. Provocano terremoti in Parlamento, ma restano quasi invisibili agli elettori. Segnalano certamente una crisi delle formazioni da cui scappano, in cerca di miglior futuro. Ma a volte sono fughe benefiche e chiarificatrici: l’uscita di Renzi dal Pd avrebbe potuto rendere più chiara e coraggiosa l’identità di sinistra del Partito democratico, se la zavorra renziana non fosse restata dentro il Pd anche dopo la scissione. Così ora potrebbe diventare più limpida l’identità del nuovo Movimento 5 Stelle, se Giuseppe Conte avrà il coraggio che è mancato ai leader del Pd dopo Renzi. Il M5S di Gianroberto Casaleggio, che ha dato voce ai cittadini stufi della vecchia politica e che per questo è diventato il primo partito italiano, non c’è più da tempo. C’è il Movimento di Conte che dovrà decidere se fare concorrenza alla linea di Di Maio (“governista, atlantista, moderata e liberale”) o riprendere con coraggio le migliori bandiere dei Cinquestelle e provare a riconquistare almeno una parte dei consensi perduti in questi anni, mangiati dalla delusione, dalla rabbia, dall’astensione.

Nei mesi che ci separano dalle elezioni politiche del 2023, il Movimento dovrà stabilire i confini irrinunciabili della sua identità: sulla pace, sulla lotta alle disuguaglianze, su una vera transizione ecologica, sul rinnovamento della politica, sulla giustizia. Se su questi temi smetterà di cedere, è probabile che prima o poi arrivi alla rottura con il governo Draghi. Non è una tragedia: nelle democrazie europee esistono una maggioranza e un’opposizione e non è obbligatorio silenziare le identità diverse per ammucchiarsi in un governo acchiappatutti. Continuare a cedere ogni giorno pezzetti del proprio programma, in nome della fedeltà al governo, significa continuare a perdere consensi e condannarsi all’irrilevanza, avviarsi all’eutanasia politica e, soprattutto, condannare alla sconfitta il proprio programma. Se ridarà forza alle proprie idee e mostrerà con chiarezza le proprie diversità, il Movimento potrà presentarsi in maniera limpida nel 2023 agli elettori, recuperando non tanto (o non solo) Alessandro Di Battista, bensì molti cittadini delusi che avevano creduto nella diversità dei Cinquestelle. Dopo l’estate dovremo fare i conti con tre emergenze drammatiche: la guerra che rischia di cronicizzarsi e di estendersi; una crisi sociale senza precedenti; l’aggravarsi dell’emergenza climatica. Milioni di cittadini amareggiati e impoveriti rischiano di essere lasciati senza rappresentanza politica o di essere regalati alla destra. C’è un’alternativa a questo destino?

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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10 replies

    • 🎼A me invece il ritornello di 100 anni fa:
      Aspetta e spera facetta nera bella abissina “come da gentile correzione” che l’ora si avvicina!🎼
      🙏😢

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      • Visto che uno ha lasciato sarebbe meglio che tornasse a fare l’avvocato a tempo pieno e Grillo torni grillino ma non come il drago.Poi rifondazione con Davide C. DI Battista e tutti gli espulsi e fuoriusciti dall’entrata nel governo dei migliori

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  1. Tutte queste belle analisi tranne la più importante: Conte queste cose non le puo’ fare, non è in grado di farle. Resta una personalità specchiata di etica e capacità, solo non è adatto per riabilitare il Movimento, almeno per quel po’ che si puo’ fare. Abbia una presa d’atto di realismo e di consapevolezza e se ne esca, ancora può salvare la faccia, dopo i pochi punti percentuali che lo aspettano, ne andrà anche del suo onore

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    • La penso come lei Carmen. Conte poteva essere una riserva per il M5S, come lo era stato nel 2018. Punto. Finito il Conte 2 doveva tornare a fare l’avvocato e attendere pazientemente di rientrare. Altro che capo del M5S, o fondare addirittura un suo partito! Non è in grado. Ma finché un’intera classe politica, se così si può definire, continuerà a seguire l’umoralità di Travaglio, che a quanto pare ancora non si arrende e crede che Conte e Di Battista possano coesistere, c’è poco da fare.

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  2. Milioni di cittadini amareggiati e impoveriti rischiano di essere lasciati senza rappresentanza politica o di essere regalati alla destra. QUALE DESTRA? Quello che ha scritto Barbacetto per il M5sofà può essere letto anche per la Lega.
    Non si preoccupi per i fd’i sono draghiani pro armi e pro Ucraina nato e atlantisti

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