Anche in Europa la corsa agli armamenti nucleari sta accelerando in maniera paurosa

Un aereo da combattimento Rafale F4 (afp)

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – “Sta tornando attuale la minaccia atomica che avevamo relegato ai libri di storia”. Guido Crosetto sa quello che dice. E se un ministro della Difesa pronuncia queste parole davanti al Parlamento, allora è il caso di porsi qualche domanda. Perché anche in Europa la corsa agli armamenti nucleari sta accelerando in maniera paurosa. La Francia offre di mettere le altre nazioni dell’Unione sotto “l’ombrello” del suo arsenale, l’unico indipendente dagli Usa, che conta circa 290 testate. Dopo il discorso di Macron del 5 marzo, Parigi prosegue i colloqui con Berlino e sta definendo una serie di trattati di sicurezza bilaterali: l’ultimo è stato siglato con Oslo e reso concreto dall’atterraggio sulle piste norvegesi dei caccia Rafale modificati per lanciare missili con ogiva nucleare, gli stessi che nello scorso settembre erano apparsi in Polonia. L’Eliseo ha formulato una dottrina chiamata “deterrenza avanzata”, esterna alla catena di comando Nato e però presentata come complementare all’Alleanza atlantica.

Al presidente Trump del Vecchio Continente importa molto poco ma non vuole cedere spazio strategico a Macron. Ecco che sta proponendo l’allargamento del “club nucleare” a PoloniaLituaniaLettonia ed Estonia: i Paesi che si sentono più minacciati dalla Russia.

Le discussioni riguardano le bombe tattiche “a caduta libera” B61 sganciate dai jet. Il governo di Vilnius ha spiegato che gli ordigni statunitensi verrebbero trasferiti concretamente sul territorio lituano soltanto in situazione di crisi: si tratta di costruire le infrastrutture, tenendo presente che i Baltici non hanno aerei da combattimento.

Non si sa quale sia l’oggetto delle discussioni tra gli Usa e la Polonia, potenza militare emergente che già partecipa alle esercitazioni atomiche della Nato. All’inizio del 2024 Varsavia ha chiesto all’amministrazione Biden di ottenere lo stesso schieramento esistente dagli anni Sessanta in ItaliaGermaniaBelgioOlanda Turchia. In questi Paesi ci sono le B61 di proprietà Usa che nell’ora più buia verrebbero caricate sui caccia delle aviazioni nazionali: per la nostra aeronautica toccherebbe al Sesto Stormo di Ghedi (Brescia).

All’epoca la domanda polacca è stata respinta, ora però i russi hanno messo testate in Bielorussia destinate a essere utilizzate dai militari di Lukashenko. È un’inversione storica: per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda è aumentato il numero di Paesi europei dove sono dislocate armi atomiche. Le capacità operative del contingente di Minsk sono state testate a maggio. E subito dopo il Cremlino ha ordinato le grandi manovre di tutti i suoi strumenti dell’Apocalisse: sottomarini, bombardieri, missili balistici. La retorica nucleare è sempre più frequente nei discorsi ufficiali russi: viene considerata dagli analisti uno strumento di pressione nei confronti dell’Ue.

Di fronte agli insuccessi nel conflitto ucraino, in queste ore a Mosca i “falchi” insistono nell’invocare l’uso di testate “tattiche”. Sono solo parole? In un mondo dove la forza è diventata l’unico strumento per dirimere le controversie internazionali, questa passione per la Bomba non è solo contagiosa ma soprattutto pericolosa.

Il bastone del comando

Dietro le controffensive ucraine che, seppur su scala ridotta, stanno mettendo in difficoltà i russi c’è la spinta del nuovo generale a cui dallo scorso aprile è stato affidato il comando del settore Est, che gestisce tutti i fronti più caldi da Zaporizhzhia a Kharkiv passando per il Donetsk. Viktor Nikoljuk, 51 anni, è un combattente e un organizzatore. Ha il soprannome di “Vento”, che però non nasce dalla velocità di azione: lo accompagna dai tempi dell’accademia – che ha frequentato nel 1996 – per i suoi rapidi cambiamenti di umore.

La sua formazione di carrista è stata ancora di matrice sovietica, pure nelle scuole di stato maggiore, portandolo a dubitare dell’efficacia dei criteri di istruzione ucraini. Nel 2013 è al vertice della 92ma brigata corazzata, una delle migliori unità: qui comincia a fare di testa sua, introducendo nuove tattiche. Scelte che si rivelano vincenti l’anno dopo, quando lo scoppio del conflitto nel Donbass cambia tutto. Interviene con i suoi tank per liberare alcune unità circondate ed è sempre in prima linea, dove viene ferito nel novembre 2015.

Il suo successo più noto è la cattura di due sabotatori del Gru, il servizio segreto militare di Mosca, che dimostra il coinvolgimento della Russia nella secessione. Sette anni dopo, l’invasione lo ha colto nel comando Nord: ha subito sparpagliato fuori dalle caserme uomini e mezzi per sfuggire ai bombardamenti, poi ha usato le due brigate di punta per difendere Chernihiv dall’assalto di trenta gruppi tattici nemici e sbarrare l’autostrada M02.

Due iniziative decisive per la resistenza della capitale, a cui partecipa sulla linea del fuoco, che gli valgono la nomina a “Eroe dell’Ucraina”. Nel marzo 2023 diventa responsabile nazionale dell’addestramento: c’è una massa di volontari che hanno indossato la divisa e vanno trasformati in soldati. In un anno il generale rivede criteri e strutture della formazione, cercando di far sì che vengano insegnate le cose necessarie sul campo di battaglia. Poi gli tocca il primo passo della metamorfosi per integrare le brigate in corpi d’armata e rendere più compatto e dinamico lo schieramento. Quando l’offensiva dell’estate 2025 minaccia il Donetsk, prende la guida delle unità impegnate nella difesa delle città-fortezza.

A ottobre c’è una crisi nel distretto di Dnipropetrovsk che fa vacillare la tenuta dell’intero fronte: il comandante del 20° corpo viene rimosso e Nikoljuk riesce a fermare l’affondo in profondità dei russi. Il contrattacco che ha riconquistato la città strategica di Kupyansk è una sua idea. È molto popolare, perché si prende cura delle condizioni dei suoi uomini, garantendo equipaggiamenti, cibo e periodi di riposo. Ripete spesso: “La vita di un soldato è la cosa più importante e questa deve essere la priorità per l’intera leadership, da chi guida il reparto fino al presidente dell’Ucraina”. Inoltre è un innovatore, che già nei primi mesi di guerra ha compreso le potenzialità dei droni e oggi ha introdotto le tattiche di impiego che stanno paralizzando i rifornimenti russi: “La guerra si evolve ogni anno e noi dobbiamo essere al passo con i cambiamenti”.

Macchine di guerra

Nel proliferare di droni assassini sempre più autonomi e letali che stanno invadendo i campi di battaglia di tutto il pianeta, c’è un piccolo segnale di speranza. Viene dallo Stretto di Hormuz dove per la prima volta gli americani hanno salvato con un battello unmanned l’equipaggio di un elicottero abbattuto e precipitato in mare. L’operazione è stata condotta con un drone marittimo dell’Us Navy costruito dalla Saronic, “l’unicorno” navale della robotica che sta facendo incetta di contratti del Pentagono. Dal punto di vista nautico, il Corsair è un motoscafo banale. Lungo 7 metri, tocca i 35 nodi l’ora e trasporta un carico di 450 chili per mille miglia. La differenza sta nei sistemi per pilotarlo da grande distanza, integrando una connessione satellitare e un sistema di intelligenza artificiale che gestisce la rotta ed evita gli ostacoli. Il soccorso di Hormuz fa intuire quali potranno essere le ricadute civili della dronizzazione bellica: sono state accumulate esperienze in condizioni veramente estreme, che permetteranno di creare imbarcazioni, elicotteri e mezzi terrestri in grado di intervenire per le ricerche e i soccorsi oppure consegnare cibo e medicinali ovunque. Robot low cost e semplici da utilizzare, che invece di uccidere si occuperanno di salvare esseri umani.

L’onere delle armi

A metà maggio il governo ha sottoposto al parere del Parlamento l’acquisto di un satellite per le telecomunicazioni militari Sicral – Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed ALlarmi – con capacità potenziate. Sarà di progettazione nazionale: nel documento non sono citate, ma in genere se ne occupano Thales Alenia Spazio e Telespazio. Ovviamente, sarà disponibile anche per coordinare gli interventi di protezione civile in caso di calamità.

La spesa prevista è di 300 milioni, in più rate dal 2027 al 2031. L’apparato fa parte del programma per mantenere attiva la costellazione in orbita geostazionaria che garantisce le comunicazioni sicure. In base ai documenti inoltrati alle Camere, la gestione di questo piano spaziale è segnata da ritardi e ripensamenti.

A partire dal 2001 sono stati lanciati tre Sicral e uno ha cessato l’attività nel 2021. Nel 2022 è stata prospettata l’urgenza di mandarne uno in orbita entro quattro anni, per non perdere lo slot spaziale assegnato all’Italia e perché erano emerse “inattese avarie”. Solo ora però è stata varata la costruzione del nuovo Sicral, che introdurrà numerosi miglioramenti rispetto ai predecessori.

Un anno fa, il governo Meloni aveva già rimodulato l’iniziativa prevedendo due satelliti chiamati “Sicral 3” con un investimento di 767 milioni: rispetto al piano iniziale c’è stato un aumento di 277 milioni, dovuto alla necessità di rendere più protetti i sistemi e i segnali. Va sottolineato come oggi la Nato spinga per introdurre reti di satelliti con caratteristiche diverse: piccoli, in orbita bassa, meno costosi e numerosi. Per capirci, propugna il modello Starlink molto diverso da Sicral.