Donzelli, plenipotenziario del partito, fa sapere che presenterà “un emendamento per introdurle”. Con la spavalderia di chi combatte una battaglia popolare, ma la tranquillità di sapere che la perderà

Il bluff dei meloniani sulla legge elettorale: preferenze in aula, per farsele bocciare

(di Serenella Mattera – repubblica.it) – Bluff più palese non potrebbe esserci. Le preferenze!, chiede a gran voce Fratelli d’Italia. “Presenteremo un emendamento per introdurle in aula”, fa sapere Giovanni Donzelli, plenipotenziario del partito. Con la spavalderia di chi combatte una battaglia popolare, ma la tranquillità di sapere che la perderà.

È il grande refrain del Melonellum, la legge elettorale scritta in gran fretta dalla destra di governo agli sgoccioli della legislatura, per disegnarsi un sistema di voto più favorevole alle prossime politiche. Una legge che cammina sul filo dell’incostituzionalità nelle sedi istituzionali, mentre calca i tasti più dolci sul fronte sulla propaganda.

Uno, in particolare. “Noi vogliamo le preferenze”, dichiarano gli alti dirigenti del partito di Giorgia Meloni. E alla fine di ogni vertice fanno sapere che dalla presidente del Consiglio discende quella ferrea volontà: preferenze, preferenze, preferenze. Per restituire agli elettori la scelta dei parlamentari.

E però, la legge che porta l’impronta della premier e la firma dei suoi più fidati dirigenti, surfa spudoratamente sulla volontà degli elettori con listini e listoni bloccati (da ultimo una correzione prova a ridisegnare il listone, ma solo per superare il forte rischio di incostituzionalità). Che vuol dire? Vuol dire che chi entrerà in Parlamento lo sceglieranno i leader – Meloni per prima – e per essere eletti bisognerà convincere non i votanti dando risposta ai loro bisogni, ma i capi di partito entrando nelle loro grazie.

Anche oggi è così, sia chiaro. Ci sono listini bloccati nel proporzionale del vituperato Rosatellum. Ma quella legge, di epoca renziana, conserva una quota di collegi uninominali dove la partita è vera, i partiti devono stare attenti a indicare il candidato giusto, perché è determinante per guadagnarsi il consenso degli elettori.

Ma ora il Melonellum quei collegi li cancella, perché soprattutto al Sud rischiano di sfavorire il centrodestra, premiare il centrosinistra se resterà unito. E affida la scelta dei futuri parlamentari agli elenchi che saranno fissati in listini (e listoni) bloccati. Una distorsione evidente, una sottrazione di sovranità palese al corpo elettorale. Una macchia nella propaganda della destra di governo, che presenta la sua legge come un sistema “anti inciuci”, grazie al premio di maggioranza che promette agli italiani di poter determinare con chiarezza chi andrà a palazzo Chigi. Per cancellare quella macchia, per nascondere la sottrazione al votante di un pieno potere di scelta, Meloni che fa? Le preferenze!, promette.

Le ha sempre sostenute, nessuno può negarlo. E di sicuro a livello personale non può temerle. Ma chi le vuole? Non i suoi principali alleati. Non la Lega, non Forza Italia. Roberto Calderoli nelle riunioni con gli sherpa dei partiti ha avvertito a più riprese che se passassero in prima lettura alla Camera, in seconda lettura al Senato i salviniani farebbero saltare la legge. E Antonio Tajani dichiara che “se ne può fare a meno”, mentre i suoi nei vertici ristretti sono ancora più netti: non se ne parla.

Che decide di fare dunque il partito che guida la coalizione? Propone le preferenze, per salvare ogni apparenza, ma le fa affossare nell’aula di Montecitorio, dove sul tema si decide a scrutinio segreto. C’è da scommettere – questo il calcolo – che non solo chi lo dichiara apertamente, ma anche i deputati eletti in listini bloccati e con poco consenso sul territorio voterebbero contro. È facile che si oppongano anche quei peones di FdI che in pubblico non oserebbero mai contraddire la leader.

E dunque, ecco il grande – palese – bluff. Fratelli d’Italia presenterà in aula un emendamento per introdurre nella sua legge elettorale le preferenze. Per farselo bocciare dal voto segreto. E così accontentare gli alleati della maggioranza e consegnare alle segreterie dei partiti l’onnipotenza nella scelta dei loro candidati. Dentro o fuori i listini bloccati: in alto chi di sicuro sarà eletto, in basso chi viene ammesso a correre alle politiche, ma non ha la garanzia di vincere un seggio.

È così palese il bluff, che i meloniani pare stiano facendo di tutto per non mettere ai voti in commissione un emendamento sulle preferenze: lì il voto è palese ed emergerebbe platealmente la spaccatura nella maggioranza. Che è anche una spaccatura dell’opposizione, dove vivono posizioni altrettanto sfaccettate e uguali e contrarie ipocrisie. Ma il centrosinistra da questa partita è tagliato fuori. La legge, ormai è chiaro, la farà il centrodestra. Quella legge (con grande premio di maggioranza e listini bloccati) tornerà utile a molti anche a sinistra, ripetono i meloniani. Ed è sicuramente vero. Ma è sul grande bluff della destra che si sofferma oggi questa newsletter, perché tant’altro sarebbe da dire, ma il voto segreto arriverà a coprire almeno una delle tante ipocrisie.