Così Draghi benedice lo strappo. Rimpasto? “Nessuno l’ha chiesto”

Il premier. In aula nessun cenno alle armi, ma è stato lui a bocciare ogni mediazione con Conte. Il colloquio Colle-Di Maio. A sera, a Palazzo Chigi, contano i parlamentari che stanno seguendo Luigi Di Maio, sulla strada dell’uscita dal Movimento 5 Stelle. Il pallottoliere parallelo arriva a 64-65, tra senatori e deputati […]

(DI WANDA MARRA – Il Fatto Quotidiano) – A sera, a Palazzo Chigi, contano i parlamentari che stanno seguendo Luigi Di Maio, sulla strada dell’uscita dal Movimento 5 Stelle. Il pallottoliere parallelo arriva a 64-65, tra senatori e deputati. Mario Draghi ha fatto filtrare in questi giorni la sua indisponibilità a guidare un governo con una composizione diversa da quello attuale. Si riferiva alla possibile uscita di Giuseppe Conte. Eppure, a rottura consumata da parte di “Giggino”, più che preoccupazione, trapela indifferenza per le decisioni di “Giuseppi”. Se non soddisfazione rispetto al fatto che il suo Movimento si avvia a essere ininfluente per la maggioranza, sia che scelga di stare dentro, sia di uscire. Addirittura il secondo gruppo, dopo la Lega.

È in programma un incontro con il leader di M5S? Un rimpasto? Conte “non l’ha chiesto”, è la laconica risposta. D’altra parte, il premier ha ottenuto quello che voleva. Nel merito della Risoluzione, che vede passare la sua linea (per il “coinvolgimento” del Parlamento su ulteriori aiuti militari, basta quanto previsto nel decreto Ucraina di marzo) e nella marginalizzazione di Conte. E se la regia visibile è quella del ministro degli Esteri, Palazzo Chigi ha avallato e accompagnato le scelte.

Il film che arriva a ieri sera parte nella notte tra lunedì e martedì. È il premier a fermare la mediazione sulla Risoluzione, nella quale si parlava di “continuare a garantire il Parlamento secondo le procedure definite dal decreto 14/22 e dalla normativa vigente”. La “normativa vigente” non gli va bene: formulazione troppo ambigua, che avrebbe potuto costringerlo a cambiamenti rispetto alla prassi attuale. E infatti, viceversa, Conte non voleva il riferimento al decreto Ucraina. Raccontano che il premier fosse furibondo, che è stato Enrico Letta a intervenire in suo aiuto. Fatto sta che tra la notte di lunedì e le 15 di ieri, orario fissato per le Comunicazioni di Draghi a Palazzo Madama, lo strappo si compie. Nella mattinata di ieri è il ministro degli Esteri a stoppare ogni possibile intesa sul testo.

È plastica l’immagine che vede il premier intervenire in aula, l’espressione da Sfinge, le occhiaie più profonde del solito, con accanto Di Maio. Al fianco di quest’ultimo, dall’altra parte, c’è il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. Nel nome dell’atlantismo, Di Maio viene blindato. Il discorso di Draghi è molto breve. La parola “armi” non c’è. Ma ripete che il governo continuerà ad agire secondo “il mandato” già avuto dalle Camere.

La mediazione sulla Risoluzione continua, anche dopo l’intervento. Ma è chiaro che la posta in gioco è ormai soprattutto la scissione del M5S. In extremis, l’accordo sul testo si trova. Il dem Alessandro Alfieri esorta Mariolina Castellone e Loredana De Petris a non lasciar esautorare il Parlamento, con un voto secco sulle parole di Draghi. Fatto sta che alla fine dal testo il riferimento alla “normativa vigente” sparisce e resta solo quello al Decreto Ucraina. Ci si limita a parlare di “necessario e ampio coinvolgimento” del Parlamento. Formulazione vaga che certifica che Draghi ha ottenuto ciò che voleva. Tanto è vero che sentitamente ringrazia il Senato nella replica. E andando via chiarisce che no, non è preoccupato.

Adesso, a Palazzo Chigi si aspettano gli eventi, senza fare previsioni troppo precise sulle future mosse di Conte. Il Quirinale sta a guardare. Anche se nella notte al Colle hanno cercato di capire quali fossero i rischi per la tenuta dell’esecutivo. Tra Di Maio e Ugo Zampetti, segretario generale della Presidenza della Repubblica, la consuetudine è antica. Per ora, comunque, si nota che il governo ieri ha avuto una larghissima maggioranza. Se poi Conte esce, si porrà il problema. D’altronde, in questa legislatura c’è già stata una scissione senza passaggio in aula: quella di Renzi dal Pd. In queste ennesime ore convulse viene in mente lo sforzo fatto da Sergio Mattarella dopo le elezioni del 2018 per “addomesticare” M5S e Lega. Chi lo sa se il prossimo partito che rischia la scissione non è proprio quello di Matteo Salvini: la linea diretta tra Draghi e Giancarlo Giorgetti è più antica di questo governo.

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3 replies

  1. Ci avviamo ad un decennio di status quo e di annientamento delle voci fuori dal coro: benzina e gas a prezzi d’oro, privatizzazione e spolpamento del poco di stato che è rimasto, l’eliminazione di inutili sussidi come il reddito di cittadinanza o i vari bonus edilizi, o come il cashback, possibilità per chi gestisce le regole del lavoro di sopportare a piacimento le persone, che dovranno finalmente subire e baciare il bastone, consegnando via via i risparmi nelle mani dei migliori. Basterà qualche bello slogan è il popolino sarà felice lo stesso, con il nuovo telefonino in sconto da accaparrarsi per mettersi le proprie foto sui social. Famiglie sfasciate è sempre meno figli, tra i quali sempre più problematici e pieni fino al midollo di aggressività.

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    • @Lcv
      Sono tristemente d’accordo con te su ogni singola parola.
      L’unica nota è che al decennio di cui parli all’inizio non ci stiamo avviando ma ci siamo già dentro con entrambe le scarpe.
      E purtroppo non è solo un decennio ma un incubo a tempo indeterminato.

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