Polo Nord

Il drastico ridimensionamento della Lega al Nord. Piacenza, Como, Crema, Verona, Lodi. Il drastico calo di consensi della Lega a favore di Fratelli d’Italia nelle tradizionali roccaforti preoccupa governisti e vecchia guardia del partito. Che ora vedono le prossime elezioni al Pirellone come decisive per le sorti di Salvini.

(Luca Di Carmine – tag43.it) – È una radiografia impietosa quella che i colonnelli leghisti hanno portato lunedì 13 giugno, all’indomani del voto amministrativo, a Matteo Salvini, il leader della Lega uscito sconfitto dalla tornata elettorale e referendaria. Se il referendum è stata una débâcle, forte è stato anche il tonfo elettorale nelle storiche città dove la Lega aveva nel 2017 preso voti al Partito democratico. Ora invece Fratelli D’Italia è subentrata nei consensi che erano del Carroccio. E Salvini è diventato un leader ridimensionato e fortemente azzoppato. E i numeri sono lì impietosi a dimostrarlo.

La perdita di consensi nelle tradizionali roccaforti del Nord

Piacenza la Lega nel 2017 aveva raccolto il 13 per cento, oggi è ferma al 6,7. Allo stesso tempo il partito di Giorgia Meloni si attesta nella città emiliana al 12,6 per cento: nel 2017 era al 7. Lo stesso effetto lo si può vedere a Verona, dove la Lega ha perso 2 punti, o ad Alessandria dove ne ha persi 3. Ma anche a Como si registra un -3,5 per cento, a Crema -3 e ancora nella roccaforte di Lodi un -4. Sono numeri da temperature glaciali, che spiegano bene come quanto era stato raccolto dal leader leghista negli ultimi 5 anni sia stato oggetto di un drastico ridimensionamento. La Lega ribolle, titolano i quotidiani. Ma in realtà, più che ribollire, è ferma al palo. Nessuno ha la più minima idea di cosa fare. Ora il partito si è lanciato in una battaglia contro il governo, ma Salvini ha abituato da tempo il suo elettorato a questi voli pindarici per riprendersi un po’ di spazio sui quotidiani. Si dice che Giancarlo Giorgetti, il ministro dello Sviluppo Economico, non veda di buon occhio le scelte del segretario, in particolare in politica estera. Ma anche questa ipotesi è fortemente esagerata. Il problema è che nella Lega non sanno più che pesci pigliare. C’è chi vorrebbe riabbracciare la battaglia nordista, cara all’ex leader e fondatore Umberto Bossi.

il crollo della lega di salvini al nord
Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia-Giulia (da Fb).

L’inesorabile avanzata di Fratelli d’Italia a discapito della Lega

Sarebbe un modo per scacciare anche i fantasmi di Fratelli d’Italia che in due regioni chiave come Lombardia e Veneto stanno raccogliendo consensi tra gli imprenditori. Ricordano appunto la Lega di qualche anno fa. A sud le cose vanno male da tempo, ma Salvini sta cercando comunque di tenere in piedi quel poco che è stato costruito in questi anni, con una classe dirigente assolutamente non all’altezza. La coperta è corta. Ora si parla del prossimo appuntamento di Pontida a settembre (il 18 settembre) come di una data cruciale. È davvero improbabile, come spesso è successo, che gli assetti interni cambino da qui ai prossimi tre mesi. «Non c’è nessuno che in questo momento possa sostituire Salvini», dicono i ben informati nel quartiere di via Bellerio. C’è chi sostiene che un buon candidato possa essere Massimiliano Fedriga, attuale governatore del Friuli Venezia Giulia. Altri parlano di Luca Zaia, che però non ha mai voluto fare il lungo passo a livello nazionale. Più che altro, invece dei leader, iniziano a scarseggiare le idee. Le figuracce a livello internazionale non hanno aiutato. Il prossimo anno si vota in Regione Lombardia. Non è ancora chiaro se a candidarsi sarà Attilio Fontana. C’è chi vorrebbe al suo posto Guido Guidesi, abile politico molto vicino a Giorgetti.

il crollo della lega salviniana nel Nord Italia
Guido Guidesi con Giancarlo Giorgetti (da Fb).

I governatori critici ma riluttanti e il nodo Lombardia

Ma c’è chi parla persino della possibilità che a candidarsi sia lo stesso Salvini, così da aver finalmente un incarico istituzionale, una scusa per tornare nelle valli padane da cui tutto era partito. In questi giorni intanto è tornato a farsi sentire l’ex ministro Roberto Castelli, da sempre vicino a Bossi. In un’intervista a Repubblica ha paragonato la parabola discendente di Salvini a quella dell’altro Matteo, Renzi. Per Castelli Salvini non lascerà il comando, resterà in sella almeno fino alle prossime politiche «Non credo che lo farà prima delle Politiche. Ma se continua così rischia di fare la fine di Renzi. Che, per inciso, fu travolto da un referendum». Nel partito «esiste un mugugno critico, mettiamola così. Io vivo la pancia della vecchia Lega: il malcontento, che era forte prima, ora è fortissimo», dice. E aggiunge: «Anche con Bossi abbiamo cercato di guardare al Sud: magari da quelle parti arrivavamo al 3 per cento, ma non tradendo le origini. Oggi abbiamo snaturato un partito per conquistare un non esaltante 6 per cento. Mentre al Nord siamo crollati». Insomma. Il messaggio è chiaro: forse è il momento di tornare al Nord e alle battaglie distintive e identitarie del partito invece che organizzare viaggi a Mosca. Ma chissà se l’appello della vecchia guardia sarà raccolto da un Salvini che pare andar dritto per la sua strada.

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