De Masi: “Caro Fini, anch’io critico il progresso. Ma ci spero”

Ringrazio Massimo Fini che il 28 maggio ha dedicato un’intera pagina del Fatto a commento di un mio scritto apparso sette giorni prima sullo stesso giornale. Quel mio scritto, come il Fatto evidenziava, era solo l’incipit del libro […]

(DI DOMENICO DE MASI – Il Fatto Quotidiano) – Ringrazio Massimo Fini che il 28 maggio ha dedicato un’intera pagina del Fatto a commento di un mio scritto apparso sette giorni prima sullo stesso giornale. Quel mio scritto, come il Fatto evidenziava, era solo l’incipit del libro La felicità negata, pubblicato in questi giorni da Einaudi. Fini mi fa varie critiche ma deve ammettere che giudicare il mio pensiero sulla base di un incipit è come valutare un corpo disponendo di un alluce.

In sintesi Fini mi fa quattro critiche. Anzi tutto mi rimprovera di essermi infognato in un concetto come quello di felicità, che sfugge a ogni catalogazione sociologica. Ma io so bene che la felicità, come diceva Mozart, è solo immaginazione, perciò nel mio libro mi interesso di infelicità, che è tutt’altra cosa, ben più precisa e quantificabile in termini di fame per mancanza di cibo, dolore fisico per mancanza di analgesici, analfabetismo per mancanza di scuole, disoccupazione per mancanza di lavoro, ecc. La tesi del mio libro è che le politiche economiche neo-liberiste hanno imposto queste condizioni di infelicità a milioni di persone.

La critica è che io negherei diritto di cittadinanza alla più semplice sapienza contadina. Io mi sono limitato a negare “che la società rurale abbia offerto ai nostri antenati alcuni millenni di serena convivialità contadina” come pensava Pasolini. Ne ho discusso più volte con Pier Paolo anche durante i seminari che egli generosamente tenne ai miei studenti napoletani. Io sostengo che questo in cui noi oggi viviamo non è il migliore dei mondi possibili (come diceva il Candide di Voltaire) ma è certamente il migliore dei mondi esistiti finora: grazie alla longevità, alla sconfitta del dolore fisico, alla quantità di cervelli istruiti e interconnessi che vivono sulla faccia della Terra. Può darsi che tutto questo non faccia la felicità, ma certamente contribuisce a ridurre l’infelicità.

Per terza critica Fini mi rimprovera di connettere la felicità “se non proprio alla ricchezza, alla possibilità di produrre beni infiniti, e sempre più allettanti, beni di consumo. Insomma al progresso”. Non so dove abbia pescato questo mio pensiero. Ovunque – nei miei quaranta anni di insegnamento, nei miei numerosi scritti, nell’ultimo libro La felicità negata e anche nello stralcio che ne ha pubblicato il Fatto – ho sempre sostenuto che il progresso economico e tecnologico, di per sé, non migliora la condizione umana. Avere oggi 12.725 testate nucleari al posto delle 12.725 baionette che avevano i nostri antenati non è affatto un progresso. A mio avviso c’è vero progresso solo nella misura in cui la gara individualista e insensata per soddisfare quelli che Agnes Heller chiama “bisogni alienanti” (potere, possesso e denaro) viene sostituita dall’impegno corale per assicurare a tutti la soddisfazione dei “bisogni radicali” (introspezione, amicizia, amore, gioco, bellezza e comunismo).

Perciò nel mio libro contrappongo alla Scuola economica di Vienna, che ha centrato il suo paradigma sui bisogni alienati, la Scuola filosofica di Francoforte, che lo ha centrato sui bisogni radicali analizzando e criticando meglio di qualsiasi altro il consumismo e l’industria culturale. Inoltre, sia nel libro La felicità negata che in un recente articolo sul Fatto, elenco e condivido tutte le critiche alla società di massa avanzate sia “da destra” (Ortega y Gasset, Benedetto Croce, Thomas S. Eliot, ecc.) che “da sinistra” (Wright Mills, Harold Lasswell, Umberto Eco, ecc.). Come si fa ad attribuirmi un entusiasmo acritico per il progresso?

Questa è la quarta critica che Fini mi fa. Mentre io distinguo tra progresso e progresso, egli nega tout court l’esistenza stessa del progresso e porta a sostegno della sua convinzione il fatto che oggi ci sono più suicidi, drogati e utilizzatori di psicofarmaci di quanti ce ne furono nel Seicento; che ci sono più suicidi in Europa che in Africa, più in Lombardia che in Campania; che c’è più competizione e invidia nella società moderna di quanta ce ne fu nella società feudale rigidamente divisa in caste.

A dire il vero, nel mio scritto avanzo critiche ben più solide al progresso: la sua minaccia di distruggere il pianeta, il pericolo che esso provochi pandemie e sterilità, la sua attitudine a dilapidare le risorse naturali, a distruggere la biodiversità, a esaurire l’ozono atmosferico e aggravare l’effetto serra. Ma ciò non mi impedisce di cogliere nel progresso anche vantaggi inimmaginabili fino a ieri e di lottare affinché ne siano tempestivamente scongiurati pericoli e svantaggi, a cominciare dalla minaccia delle armi nucleari. Sono nato ottantaquattro anni fa in un paese del Sud in cui non c’era né luce, né acqua corrente. Perciò ora, da vecchio, inclino a pensare – con Giambattista Vico – che “il mondo è giovane ancora”.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

Tagged as: , ,

2 replies

  1. Piacerebbe esistesse un misuratore di felicità per capire la differenza tra quella provata da un bambino della mia epoca che trovava per regalo (a S.Lucia o Babbo Natale o Befana) un piatto con qualche caramella di zucchero, due arance, una maglietta di lana e (non per tutti) un fucilino col tappo, e quella di un bambino di quest’epoca letteralmente sommerso da regali da non riuscire ad immaginare di avere il tempo per giocarci…

    Piace a 1 persona

  2. Ci si incaponisce a definire progresso la disponibilità di comodità, l’allungamento dell’età media, la capacità di sfruttamento delle risorse.
    Come si può onestamente mettere a comparazione la vita contadina ‘800esca con quella cittadina, sopratutto quella dei privilegiati che vivono in splendidi appartamenti nei centri storici, di oggi?
    Quale storico, filosofo, sociologo, intellettuale può portare avanti uno studio basato su mondi così distanti? Varrebbe la pena confrontare il mondo contadino di due secoli fa con quello moderno, e le condizioni di vita di un cittadino di due secoli fa con quelle di un cittadino moderno.
    In ogni caso, sarebbe utile valutare anche cosa si intenda per progresso, cosa per evoluzione, cosa per benessere. Ciò che si è raggiunto sin qui, in una piccola porzione di mondo, non è sufficiente a rendere la vita moderna sostenibile, sia come impronta ecologica sia come raggiungimento di uno stato di serenità (se non vogliamo chiamarla felicità). La tecnologia si è trasformata in una matrigna che ci concede di essere usata in cambio della nostra libertà.

    "Mi piace"