Processo all’università

(Corrado Zunino, Salvo Palazzolo e Sandro De Riccardis – la Repubblica”) – Il momento è difficile per l’università italiana, violata nella sua convinta autonomia da inchieste penali che fanno emergere, una dopo l’altra, la questione più difficile e mai risolta: il concorso pubblico, porta d’accesso ai dipartimenti, inizio di carriera per un laureato.

Il concorso d’ateneo è sempre più discusso, e fragile. Negli ultimi tre anni, a partire da “Università bandita” allestita a Catania, nove procure hanno organizzato indagini strutturali che hanno messo in evidenza al Sud (Università Mediterranea di Reggio Calabria), nelle isole (Università di Palermo e Sassari), al Nord (Statale di Milano, Torino e Genova), nelle province del Centro (la Stranieri di Perugia) e nelle sue città (Università di Firenze) accordi trasversali sulle singole discipline, in particolare a Giurisprudenza e Medicina, patti tra baroni, commissioni controllate, candidati favoriti, candidati ostacolati.

Gli ultimi tre anni dicono che l’accordo accademico, sì, ha le stimmate del sistema. I numeri sono di peso: 191 tra ricercatori a tempo indeterminato e precari, professori associati e ordinari, direttori di dipartimento, prorettori e rettori sono stati indagati nelle ultime due stagioni per titoli di reato gravi: la truffa, l’abuso, a Reggio Calabria e Firenze si contesta l’associazione a delinquere. E per aver pilotato 57 bandi di concorso pubblici.

Con l’inchiesta madre, Catania appunto, si aggiungono 55 docenti a processo, un prorettore che ha patteggiato la condanna e altri 27 bandi accertati come guasti. Il Tribunale di Torino ha infine condannato con rito abbreviato un primario di Chirurgia estetica e la candidata al posto di professore associato, due commissari di concorso sono in attesa di giudizio.

Mai nella storia dell’accademia italiana si era aperto un fuoco giudiziario così scandito nei confronti di un’istituzione decisiva per lo sviluppo del Paese: l’università. Il raffreddamento delle immatricolazioni degli studenti nel 2021-2022 dopo otto anni di crescita e il calo dei laureati accertato da Eurostat per la prima volta dopo vent’anni sono il segnale che una parte consistente del mondo accademico non vuole cogliere.

Il via libera dei vertici

Secondo le accuse, e secondo tutti coloro che a questo sistema si sono opposti, l’organizzazione concorsuale indebita parte spesso dai vertici accademici. Non a caso, sono stati rinviati a giudizio gli ultimi due rettori dell’Università di Catania e nelle successive inchieste ne sono stati coinvolti altri sette.

Iniziatore di questa svestizione del carisma di chi guida un ateneo è stato il professor Giuseppe Novelli, genetista condannato a un anno e otto mesi per tentata concussione e istigazione alla corruzione compiute nella sua veste di guida di Roma Tor Vergata.

Il sistema si legge con chiarezza seguendo l’ultima indagine. La procura di Genova ha messo in relazione i due riferimenti interni di Giurisprudenza con venti professori (locali e no) pronti a scambiare vittorie nei concorsi.

La prorettrice Lara Trucco e il prof emerito Pasquale Costanzo promettevano e ottenevano posti da colleghi della Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, della stessa privata e borghese Bocconi. Tra gli indagati, qui, ci sono Daniele Granara, avvocato dei medici No Vax del Paese, e Camilla Bianchi, garante per l’Infanzia della Regione Toscana.

Alla Mediterranea di Reggio Calabria, dove «emerge un quadro desolante» su tre dipartimenti, la figlia dell’ex vicepresidente del Consiglio regionale, del Pd, partecipava alla distribuzione di cattedre, assegni di ricerca e posti in corsi di specializzazione su indicazione del rettorato.

E il “Magnifico” Santo Marcello Zimbone ha barattato in proprio un dottorato con la promozione dei pargoli al liceo: ha offerto il posto alla figlia del professore che avrebbe voluto bocciarli.

Ancora, la figlia dell’ex rettrice dell’Università della Basilicata, Aurelia Sole, in corsa a Reggio Calabria per un dottorato con un curriculum «che fa raccapriccio», era utile per alimentare un contro-concorso per dottorandi a Potenza. La logica dello scambio.

Il buon pastore di Firenze

«Occorre fare sistema», dicono i docenti del cerchio Dei, rettore indagato e interdetto all’Università di Firenze, «dobbiamo essere pastori del gregge». Qui un primario nauseato dal successo senza merito ha dato luce agli accordi segreti in sala operatoria, così come un ricercatore inglese, Philip Laroma, aveva consentito di scoperchiare nel 2017 le trame a Giurisprudenza: «Non è che tu non sei idoneo, è che non rientri nel patto del mutuando».

D’altro canto, la scalcinata Università per stranieri di Perugia, dove il procuratore Raffaele Cantone contesta cinque bandi di concorso, ha offerto una patente B1 in Lingua italiana al calciatore uruguaiano Luis Suarez, capace di definire l’anguria “la cocomera”.

Il rettore di Palermo insediato la scorsa estate, Massimo Midiri, ha compreso perfettamente che il logorio delle inchieste penali, a cui si aggiunge un quotidiano stillicidio di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, sta corrodendo l’immagine e l’anima dell’università italiana e ha deciso di cambiare le regole dei concorsi: nessun membro interno in commissione.

«Si percepisce che tra i giovani c’è sfiducia nell’istituzione», spiega Midiri. Nel suo ateneo undici medici sono sotto inchiesta per falso e turbata libertà del procedimento. Nel primo interrogatorio dei carabinieri del Nas, il denunciante principe spiegò: «Il professore Gaspare Gulotta decide prima chi debba diventare ordinario, sceglie fra i suoi fedelissimi».

La gip di Palermo ha scritto: «Il reparto diretto da Gulotta si profila come un salotto privato nel quale vengono discussi i giochi di potere del professore, che spadroneggia impunito». Una telecamera nascosta ha dato un corpo a queste indicazioni.

“Perdenti più titolati”

Sono undici gli indagati a Sassari. Alla Statale di Milano, il bisogno di far fare carriera agli allievi ha portato sotto inchiesta un volto televisivo di questi due anni di pandemia, il virologo Massimo Galli.

Ecco, in un lavoro inviato alla rivista Lancet dal professore associato Pasquale Gallina e dall’associato in pensione Berardino Porfirio si avanza la tesi che un ricercatore che non ha mai avuto posizioni accademiche in università vanti un H-index – indicatore che misura l’impatto scientifico di un autore – migliore rispetto ai 186 docenti fiorentini presi in esame.

Dice il procuratore Cantone, già presidente dell’Autorità anticorruzione: «A mettersi contro il sistema si rischia. Negli atenei ci sono un deficit etico e un’abitudine a tollerare l’andazzo, a considerarlo parte del sistema. Anche le persone con più capacità, per sopravvivere, devono sottoporsi a pratiche umilianti».

COSÌ PARLANO I BARONI: “CI SCEGLIAMO I VINCITORI E POI SCRIVIAMO I BANDI”

(Alessia Candito e Marco Lignana – la Repubblica) – Greve, sfacciato, a tratti inquietante. È il linguaggio a restituire l’idea di meritocrazia diffusa nelle università italiane: basata non sui titoli e le competenze, ma sulle relazioni di potere.

E c’è ben poco di accademico nelle telefonate in cui, da Milano a Palermo, si mercanteggia di cattedre. «Siamo tutti parenti (…) I nostri concorsi sono truccati». La regola è che «non si possono prima fare i bandi e poi cercare i vincitori, bisogna fare il contrario».

E per i rivali «un po’ di mobbing, così dimenticano i concorsi». Frasi pronunciate da quei professori – ordinari, associati, direttori di dipartimento, rettori – ben rodati nelle spartizioni. E che sono agli atti di inchieste avviate nelle procure di mezza Italia.

Sempre le stesse famiglie

L’ex rettore di Catania Francesco Basile, finito sotto inchiesta due anni e mezzo fa, aveva una sua personalissima teoria: «Perché poi alla fine qui siamo tutti parenti – diceva intercettato -. Alla fine l’università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta, una specie di élite culturale della città, perché fino adesso sono sempre quelle le famiglie».

Il professore Gaspare Gulotta, direttore del Dipartimento di Chirurgia generale di Palermo, paragonava invece alcuni universitari ai boss. Ma non era un’accusa, tutt’altro: «Da Roma tutti preferivano fare le commissioni con i siciliani, volevano fare i patti con i siciliani, perché i siciliani erano affidabili, c’era ‘sta cosa della mafia, infatti si diceva che un siciliano muore ma non…».

A Reggio Calabria invece non c’è pubblicazione, risultato accademico o collaborazione che tenga. Si vince solo per indicazione dei vertici dell’ateneo. «Che devo fare, ormai ha gli impegni presi. Non capisco perché ma vabbè. Comunque, lo vogliamo fare e stiamo prendendo due cessi. È inutile che Pasquale (Catanoso, ndr) mi dice che sono fuoriclasse», sbottava il capo del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Reggio Calabria, Massimiliano Ferrara, mentre parlava con il rettore dell’epoca, Pasquale Catanoso, e quello che gli succederà, Marcello Zimbone. Avvicendamento che non ha cambiato l’andazzo, perché «tutti e due all’unisono vanno a braccetto», diceva il direttore di Architettura, Adolfo Santini.

Telefonate sfacciate

I prof non usano eufemismi: «Stavolta tocca a me e la prossima volta tocca a lui. Gli ho fatto un associato dieci giorni fa e gliel’ho fatto col solito sistema», diceva ancora Gulotta parlando del suo grande rivale, Mario Adelfio Latteri. Lo stesso Gulotta alla fine arrivava ad ammettere: «È bene che facciamo il regolamento di ateneo perché effettivamente anche i nostri concorsi sono truccati».

Il nodo riguarda sempre come trovare il modo più efficace per bypassare le regole. A Milano un’inchiesta sui bandi a Medicina, all’ospedale Sacco, vede indagato l’infettivologo Massimo Galli: «Ma cerchiamo di fare le robe ogni tanto un po’ più… seriamente», diceva la direttrice amministrativa di Scienze biomediche Monica Molinai a una ricercatrice.

Parlava della disinvoltura di Galli nel pianificare i bandi. Le due commentavano anche la commissione: «Mettiamo che quello di Palermo sia abituato a metodi un po’ più spicci, quello di Roma magari sta più attento, no?».

Nell’inchiesta di Genova su Giurisprudenza, invece, le figure centrali sono la prorettrice Lara Trucco e il prof emerito Pasquale Costanzo. Che arrivava a dire: «Non si possono fare i bandi e poi cercare i vincitori, bisogna fare il contrario».

Per il docente era questione di fair play: «Si presentano persone senza farmelo sapere. Vi rendete conto? Un po’ di galateo accademico».

La torta e lo champagne

Una volta apparecchiata la tavola, per gli accademici resistere alla metafora enogastronomica è dura. Sempre a Genova, il prof Costanzo si rivolgeva al collega Daniele Granara, che stava per diventare associato, in merito alla scelta fra cattedra in Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato: «È solo una tua preferenza soggettiva… se vuoi il bignè o la torta o il cannolo».

Negli stessi giorni a Milano Stefano Centanni, direttore del dipartimento di Scienze della salute della Statale, studiava un piano insieme al rettore della sua università, Elio Franzini (entrambi indagati): due concorsi da bandire con la stessa commissione per soddisfare i gruppi di potere a Urologia.

In questa conversazione riportava il suo dialogo con Marco Carini, altro potentissimo urologo fiorentino (indagato anche a Firenze). «Mi ha detto: “Sarebbe bellissimo chiudere tutte e due le gare insieme”. E io gli ho detto “Sì, perché a questo punto facciamo una grande festa” (…). E poi diciamo di portare il Dom Pérignon ovviamente», rideva Centanni. «Dom Perignon in calici – rispondeva Franzini – . E poi ci sorridiamo, è finita lì. Bel brindisi».

Maschilismo e pressioni

Parole in libertà, pronunciate nell’intimità di telefonate private. Ma da cui traspare un atteggiamento prevaricatore. Così la candidata invisa al sistema diventava «una femmina dal curriculum pesante». E per il prof ribelle si auspicava «un po’ di mobbing» affinché «si dimentichi i concorsi».

Conversazioni trascritte dai finanzieri che indagano sui bandi pilotati all’Università di Firenze: quaranta indagati, tra cui l’ex rettore Luigi Dei. L’ex primario dell’Urologia oncologica, Marco Carini, sembrava progettare ritorsioni contro un collega anti-sistema, il chirurgo Massimo Bonacchi.

«Io una soluzione l’avrei, un po’ di mobbing obbligandolo a fare guardie e lavorare. Chiaramente si dimentichi concorsi». Poi, quasi rammaricandosi di non poter attuare il piano: «Se lo potessi gestire in questo ultimo mio anno lo farei divertire».

9 replies

  1. Del pubblico si fa privato borsello, la classe dirigente si determina piazzando parenti e discepoli fedeli, dei luoghi di cultura si fa bordello.

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  2. Questa è la tanto decantata Comunità scientifica cui viene data carta bianca, a cui si dà completa fiducia nel decidere del destino e della vita, anche e soprattutto di quei pochi che ancora hanno il coraggio di sottrarsi ai suoi diktat. Poco importerebbe infatti che il controllo fosse fatto su quella maggioranza ben soddisfatta di sottomettersi ai suoi voleri, maggioranza formata anche da soggetti che contraddittoriamente la menano con il DUBBIO, il metodo scientifico, l’atteggiamento critico, senza accorgersi che sono in preda all’atteggiamento il più fideistico che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto, da quando felice viveva sugli alberi, in faccende molto più serie occupato, per le quali anche lo spulciarsi appariva una sopraffina attività intellettuale in confronto.

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  3. Chi ha frequentato l’università sa bene come funzionava e funziona. Poi, ogni tanto, nel mucchio, ne pescano uno bravo, nonostante sia lì perché del partito “giusto” . Ne ho conosciuti un paio.
    Nessuno controlla alcunché , se ottieni il posto sei a posto ad libitum anche se non ci sei mai. E se un malcapitato studente va in rotta di collisione ( eufemismo) con un professore ( o più spesso una professoressa) di quelli che “Io sono io e tu non sei …” si gioca anche la laurea.

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