La pace si allontana e a rimetterci siamo anche noi

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – La Russia ha deciso di espellere 24 diplomatici italiani. La cacciata, che non è una misura esclusivamente riservata a noi perché Mosca ha deciso di allontanare anche i rappresentanti di Francia e Spagna, era nell’aria. Il 5 aprile, dopo l’invasione dell’Ucraina, in accordo con altri Paesi europei, il governo Draghi aveva messo alla porta 30 addetti
dell’ambasciata russa, etichettandoli come persone non gradite. A stupire è semmai il ritardo con cui è arrivata la «rappresaglia» di Vladimir Putin.

Infatti la reazione si è fatta attendere per oltre un mese e mezzo, tempo in cui lo zar del Cremlino forse auspicava un passo avanti delle trattative per raggiungere una tregua. Ma al posto del cessate il fuoco sono arrivati altri missili e, come ormai appare a tutti evidente, interrompere l’escalation di armi e massacri diviene ogni giorno più difficile. I due eserciti si fronteggiano, con l’armata rossa che in alcune zone avanza di qualche chilometro e le truppe ucraine che ne riconquistano qualche altro a poca distanza. A parte la caduta di Mariupol (la cui difesa da parte del battaglione Azov è descritta dalla maggior parte degli inviati italiani con toni lirici, ma per Kiev rimane pur sempre una sconfitta), non c’è niente di nuovo sul fronte orientale, se non l’incanaglirsi della battaglia.

Già. Ed è questo che dovrebbe preoccuparci di più. Mentre si chiudono i pochi spiragli di trattative e i diplomatici fanno le valigie, la guerra va avanti senza alcuna sostanziale progressione. Gli ucraini confidano nelle nuove armi che dovrebbero arrivare da Europa e America e Zelensky, dopo aver fatto il giro di tutti i Parlamenti occidentali per chiedere aiuti, ormai si è rassegnato all’idea che nessun Paese della Ue sia disposto a rinunciare al gas russo per difendere l’Ucraina. Allo stesso tempo, Putin, che sul fronte degli idrocarburi ha vinto il primo round, costringendo le aziende europee che si riforniscono di metano e petrolio a pagare in rubli, ha un esercito che non sembra in grado, nonostante il grande schieramento di uomini e mezzi, di portare a termine «l’operazione militare speciale», che da passeggiata si è trasformata in imboscata. Insomma, le cose si complicano. Per la Russia, per l’Ucraina e anche per noi. Infatti, più la soluzione del conflitto si allontana nel tempo e più gli effetti economici sui Paesi coinvolti si fanno pesanti. Lasciamo perdere le conseguenze che riguardano Mosca e Kiev, che sono evidenti a chiunque. Ciò che non è chiaro sono i contraccolpi che subirà l’Europa. Chiunque abbia a che fare con imprenditori grandi o piccoli coglie segnali di allarme che dovrebbero indurre a serie riflessioni, perché quella che si sta apparecchiando è una recessione grave. Ma se non fossero ritenute degne di attenzione le testimonianze di chi è alla guida di un’azienda, perché considerate di parte, forse dovrebbero essere ascoltate le riflessioni del calibro di un governatore della Banca d’Inghilterra o di manager che pilotano istituti di credito di sistemi come l’amministratore delegato di Banca Intesa. Se spazziamo via la fuffa delle dichiarazioni politiche, di destra e di sinistra, rimangono i numeri dell’economia, che non sono affatto buoni. L’inflazione è destinata a salire, il prodotto interno lordo a diminuire, la disoccupazione ad aumentare, il potere d’acquisto a scendere. Dunque, ci dobbiamo preparare a una crisi economica, questa sì speciale, con un rincaro e una penuria delle materie prime, a cominciare da quelle alimentari.

Il nostro presidente del Consiglio, commentando l’espulsione dei nostri diplomatici, ha detto che si tratta di un atto ostile, ma che non bisogna assolutamente interrompere i negoziati. Ma la realtà è che i canali diplomatici sono già interrotti, perché se accusi di crimini di guerra l’uomo con cui devi trattare e minacci di arrestarlo e trascinarlo in manette davanti a un tribunale internazionale, il dialogo diventa impossibile.

Naturalmente ci vorrà del tempo per tirare le somme e contare gli errori dei protagonisti di un conflitto che ancora oggi rischia di trasformarsi in una guerra mondiale. Di una cosa però già siamo certi ed è l’inadeguatezza della nostra classe politica, incendiaria quando serviva un pompiere e pomposamente inutile quando del suo intervento non si sentiva il bisogno. Insomma, i diplomatici fanno le valigie, i soldati preparano gli zaini pronti a partire per il fronte. E già questa immagine descrive un fallimento.

7 replies

  1. Bel( si fa per dire) Pietro, qualche verità infarcita di tante bufale,
    D’altronde pure lui tiene famiglia,

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    • Saranno anche cavoli miei ma le sue argomentazioni non resterebbero nemmeno in una discussione in un asilo nido!

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  2. Aiuuuuutoooooo!!!!!!!

    Segnalo da Internazionale:

    19 maggio 2022
    Africana

    La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

    La cerimonia d’insediamento del nuovo presidente Hassan Sheikh Mohamud in un tendone all’aeroporto di Mogadiscio, Somalia, 16 maggio 2022. (Hasan Ali Elmi, Afp)

    Cambio alla guida in Somalia Hassan Sheikh Mohamud è stato eletto presidente della Somalia il 15 maggio alla terza votazione in parlamento. Ha avuto la meglio sul capo dello stato uscente, Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo. Mohamud è già stato presidente della federazione somala dal 2012 al 2017, quando fu battuto da Farmajo, che all’epoca era considerato un “novellino”. Secondo il sito Garowe Online, Mohamud ha promesso di rispettare i diritti politici, aggiungendo che il suo predecessore aveva limitato la libertà d’espressione e di associazione. Tuttavia, si chiede il quotidiano burkinabé Le Pays, qual è il reale margine d’azione del presidente, le cui forze controllano solo una minima parte del territorio, di fronte alle enormi sfide (siccità, carestia, terrorismo) che il paese deve affrontare? Intanto gli Stati Uniti hanno annunciato il 16 maggio che manderanno circa cinquecento soldati in Somalia per nuove missioni di stabilizzazione e di lotta ai guerriglieri estremisti islamici di Al Shabaab, ribaltando la decisione presa ai tempi di Donald Trump di ridurre l’impegno militare in Somalia.

    Ma chi è Hassan Sheikh Mohamud? Il presidente eletto gode di una certa popolarità tra i giovani intellettuali e l’élite politica. Ha contribuito a fondare l’università Simad a Mogadiscio. Secondo un’analista somala intervistata da Foreign Policy, ha il consenso dei giovani somali della diaspora, che sono molto attivi su Twitter. D’altro canto, Farmajo ha perso parte della sua base di sostenitori dopo che la sua amministrazione è stata accusata di prendere di mira i giornalisti e gli oppositori, e ha alimentato una disputa diplomatica con il Kenya. In termini di alleanze regionali, negli ultimi cinque anni Farmajo si è riallineato con Eritrea ed Etiopia, e ha seguito la linea dettata dal Qatar, a scapito di relazioni tradizionalmente più salde come quelle con Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

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