L’India alle prese con la guerra del grano

L’improvviso stop dell’India all’export di grano ha causato un nuovo shock sui mercati mondiali già colpiti dalla guerra in Ucraina. Il G7 cerca di correre ai ripari richiamando Nuova Delhi alle proprie responsabilità, mentre crescono le preoccupazioni dei produttori locali. Lo scenario.

(Tiziano Marino – tag43) – È giunto come un fulmine a ciel sereno l’annuncio da parte dell’India del blocco totale delle esportazioni di grano. Con questa decisione il governo di Narendra Modi non solo ha innescato forti rialzi del prezzo dell’oro giallo sul mercato globale, ma ha anche smentito l’irrealistica narrazione governativa di un’India pronta a divenire il granaio del mondo. Solo l’11 maggio scorso, Delhi celebrava pubblicamente le cifre record dell’export di grano che nel mese di aprile aveva raggiunto 1,4 milioni di tonnellate. Dati esaltanti che avevano persino spinto il ministro del Commercio ad annunciare l’invio di delegazioni in ben nove Paesi, dal Sud-Est Asiatico al Nord Africa, con l’obiettivo di incrementare le esportazioni complessive dalle 7 tonnellate del 2021 fino a 10 per il biennio 2022-2023. Peccato solo che il governo indiano avesse fatto male i conti. Quest’anno, infatti, a causa delle temperature elevate che hanno rovinato i raccolti la produzione indiana potrebbe non superare i 100 milioni di tonnellate, un risultato ben lontano dai 111 inizialmente previsti. Con questi numeri, l’India nel 2022 non solo non esporterà grano ma potrebbe persino fare fatica a soddisfare il fabbisogno interno.

L'India alle prese con la guerra del grano: blocco delle esportazioni
Un lavoratore nello stabilimento di Khanna nel Punjab (Getty Images).

Guerra e caldo record dietro lo stop all’export

Le ambizioni dell’India, secondo produttore mondiale di grano dopo la Cina, hanno dovuto ben presto fare i conti con la realtà. Trainata dal prezzo del grano – cresciuto fino al 60 per cento nell’importante mercato di Indore in Madhya Pradesh – l’inflazione sui beni alimentari ha superato l’8 per cento nel mese di aprile. In questo contesto, l’annuncio del bando alle esportazioni di grano ha prodotto effetti immediati sui prezzi interni che sono scesi rapidamente, come segnalato da Standard & Poor’s. Tuttavia, mentre la corsa dei prezzi in India rallenta, il resto del mondo deve fare i conti con l’ennesimo shock. Già con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – rispettivamente quinto e primo esportatore di grano al mondo nel 2020 – l’export del prezioso cereale aveva subito un forte rallentamento a causa dei porti ucraini bloccati, dei silos distrutti, e delle misure protezionistiche di Mosca. Ma ad aggravare la crisi del grano in India hanno contribuito anche i fattori climatici. L’ondata di caldo torrido che si è abbattuta sul Paese, con picchi di 49 gradi nella Capitale, ha infatti impattato negativamente sui raccolti in calo per la prima volta dopo cinque anni consecutivi di crescita.

L’impatto “glocal” della decisione indiana

La decisione dell’India ha scatenato la reazione immediata dei ministri dell’Agricoltura del G7. Pronto a portare il dossier sul tavolo del vertice del prossimo giugno in Germania – al quale è stata invitata anche l’India -, il ministro tedesco Cem Özdemir ha richiamato Delhi alle proprie responsabilità. Intanto, a dover fare i conti nell’immediato con la decisione indiana ci sono gli Stati nordafricani. In particolare, l’Egitto – primo importatore di grano al mondo – ha già avviato contatti bilaterali con l’India per garantirsi un’esenzione dal bando dell’export. Ma la decisione del governo Modi potrebbe avere un impatto anche sugli stessi agricoltori indiani con i quali da tempo non corre buon sangue. L’annuncio del blocco, infatti, ha colto di sorpresa anche molti coltivatori che stavano accumulando il prodotto in attesa di un ulteriore rialzo dei prezzi. Nel nuovo contesto, tuttavia, molti di loro saranno costretti a vendere il grano alle agenzie governative a prezzo controllato rinunciando così agli extra-profitti.

L'India alle prese con la guerra del grano
Una guardia nel mercato di Nuova Delhi (Getty Images).

Cosa c’entra la Cina con il blocco indiano

Dietro la decisione indiana di bloccare l’export di grano ci sarebbero anche ragioni politiche. Subito dopo l’annuncio del bando alle esportazioni, diversi media locali hanno rilanciato la notizia secondo cui dietro la decisione ci sarebbe la volontà di impedire ad “attori esterni” di influenzare le dinamiche dei prezzi del grano mettendo così a rischio la sicurezza alimentare del Paese. Ma di quali “attori esterni” parlano le fonti indiane? Il riferimento sarebbe alla Cina, seppure il Dragone non venga mai direttamente citato. Da mesi, infatti, Pechino è molto attiva sul mercato dei beni alimentari e ben prima dello scoppio delle ostilità in Ucraina aveva iniziato a fare scorte di cibo. Stando a quanto riportato da un’inchiesta di Nikkei Asia dello scorso novembre, la Cina si è accaparrata circa il 70 per cento delle riserve mondiali di mais, il 60 per cento di quelle di riso e il 51 per cento di grano. Tuttavia, a oggi Pechino sembra essersi posizionata al fianco del rivale indiano facendo sapere che la decisione di Delhi impatterà in maniera minima sul mercato mondiale del grano (dal subcontinente arriva meno dell’1 per cento dell’export globale) in cui sono Usa, Canada e Ue a farla da padroni.

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4 replies

  1. Detassare completamento l’acquisto di terreni agricoli e incentivare le piccole e medie aziende, pianificare le produzioni interne e le sementi autoctone, liberare terreni da progetti speculativi di fer e cemento e tornare alla sovranità alimentare! Occhio che se continuiamo a esportare, e gli altri contestualmente chiudono all’export, rimaniamo a mangiarci i sassi!

    …..a ben vedere la globalizzazione è stata una cagata pazzesca!

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  2. Massi, dai, preoccupiamoci anche dell’India adesso! Il prossimo leitmotiv sta già suonando: Putin affama il mondo. Ed è “colpa nostra”.
    Come minimo occorre sganciare l’obolo e votare Italia Viva, l’amico di Obama. Oppure il PD , che è lo stesso.
    O avrai milioni di bambini ciechi, denutriti, malati, … sulla coscienza.

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    • @Carolina, mi spiace ma questa volta si sbaglia: i prossimi a finire nei video per l’obolo saremo noi. Qui piantiamo pannelli e cemento nei terreni agricoli! La poca produzione agricola di sementi autoctone e pregiate viene venduta in gran parte all’estero, non abbiamo di contro sufficiente produzione estensiva cerealicola destinata a soddisfare il consumo di massa e a sostenere gli allevamenti di bestiame. Sono spariti gli orti e le coltivazioni familiari, di quartiere o fuori porta, curati e diffusi fino alla fine degli anni 70 e minor parte degli anni 80. Tantissimi terreni a vocazione agricola vengono tenuti “in attesa” di modifiche dei piani regolatori, o di impianti di produzione energetica o di qualche speculazione. La pianificazione per l’accentramento che è stata operata negli ultimi 30 anni ha penalizzato l’acquisto dei piccoli e medi appezzamenti a chi non possiede il titolo fiscale di “imprenditore agricolo” con un regime di tassazione all’acquisto del 15% più imposte e Notaio; questo vuol dire che se voglio acquistare 500 Mq di terreno agricolo per farci orto e giardino in Veneto ho una spesa aumentata di 1/5 o 1/4, quindi vuol dire che invece di spendere 6000€, ne spendo poco meno di 10.000€. Se si vuol realizzare un orto di comunità, dove servono al minimo 3-4 ettari, ossia 30000-40000 Mq resta la tassazione al 15% più registro e Notaio. Questo per significare che, rispetto ai nostri nonni, se oggi si ferma la grande distribuzione, oltre a aver perso tutto il patrimonio di conoscenze agricolo-esperienziali, giacché non ci si improvvisa nemmeno piccoli agricoltori, moriamo di fame a milioni. Senza contare che i nostri giornalai parlano di questioni enormi come il grano e i concimanti ma il problema non sarà solo il grano……

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  3. Tutto giusto, gentile Elena, ma noi non finiremo mai nei video. La “democrazia occidentale” è portatrice solo di libertà e benessere, quindi anche se fossimo alla fame i video che girerebbero il mondo sarebbero pieni di bimbi felici con nel piatto una fioentina di… cartone.

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