Ucraina, la terra del destino

(Emanuel Pietrobon – it.insideover.com) – Gli antichi romani credevano che il destino degli uomini fosse nascosto nel loro nome. Una convinzione condensata in una locuzione che ha resistito all’erosione del tempo e al passare delle epoche: nomen omen, il nome è un presagio. Una legge, più che una convinzione, avvalorata dalla storia.

Se è vero che il nome è destino, come credevano i figli della Lupa, allora è noiosamente prevedibile, straordinariamente normale, che l’Ucraina sia al centro della storia dalla notte dei tempi. Perché Ucraina significa “terra” nell’ucraino contemporaneo e significava “al confine” nell’antica lingua slava orientale. Ucraina, terra di confine. E terra di confine, punto di intersezione di una miriade di civiltà e imperi, lo è stata veramente: fonte battesimale del Mondo russo, ancestrale dominio dei magiari, provincia della Repubblica delle due nazioni, Mela d’oro della Sublime Porta e, infine, perno della geostrategia per l’Eurasia degli Stati Uniti.

Ucraina, la terra di confine, non è che qui che sarebbe potuta scoppiare la più grave crisi tra Occidente e Oriente del dopo-guerra fredda. E qui, difatti, è scoppiata. Ieri trincea delle guerre russo-turche, cominciate sul fiume Kalka, e oggi arena del confronto russo-americano, iniziato in Majdan Nezaležnosti.

Ucraina, terra di confine e, dunque, punto di un bivio naturale: teatro di ineludibile scontro o luogo di possibile incontro. Scontro dalle inevitabili ripercussioni globali, come in Crimea nel 1853, come Euromaidan nel 2014 e come nel 2022. Incontro dalle irradiazioni altrettanto globali, come dimostrato dalla Conferenza di Jalta del 1945. Ed è proprio con lo sguardo e il pensiero rivolti a Jalta che Vladimir Putin, il 19 giugno 2020, lanciò una proposta che avrebbe potuto evitare lo scoppio della guerra in Ucraina.

La seconda Jalta mai compiuta

Il 19 giugno 2020, riflettendo sulle cause e sull’esito della Seconda guerra mondiale, Vladimir Putin pubblicava un lungo articolo dal titolo eloquente: “La responsabilità condivisa nei confronti della storia e del nostro futuro”. Un articolo ricco di messaggi, a volte espliciti e altre volte subliminali, che avevamo analizzato, decifrato e interpretato per i nostri lettori.

Conclusione della decrittazione fu la seguente: trattavasi di un invito e di un ultimatum allo stesso tempo. Un invito a riscoprire lo spirito di Jalta, a ponderare un ritorno all’epoca delle sfere di influenza e delle linee rosse. Un ultimatum volto ad evitare l’aggravamento della competizione tra grandi potenze. In entrambi i casi, sia come monito sia come ultimatum, il messaggio era stato indirizzato ad un recapito ben preciso: l’Occidente a guida statunitense.

Il mondo era stato sconvolto dalla pandemia di COVID19, tra i blocchi era un crescendo di tensioni e incomunicabilità, e il capo del Cremlino aveva intravisto in una nuova Jalta, in un incontro multi tematico tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una possibile soluzione ai grandi problemi dell’attualità: le convulsioni del decadente sistema unipolare, il disordine diffuso dall’emergenza sanitaria globale, la necessità di riscrivere (superare?) l’ordine liberale.

Jalta avrebbe dovuto essere il punto di riferimento dell’Incontro dei Cinque. Perché lì, nelle stanze del sontuoso Palazzo di Livadija, “Stalin, Roosevelt e Churchill, pur rappresentando dei Paesi con ideologie, aspirazioni nazionali, interessi e culture differenti, dimostrarono una grande volontà politica […] mettendo i reali interessi della pace al primo posto […] e raggiungendo un accordo, ottenendo una soluzione, dal quale trasse beneficio l’intera umanità”.

La nuova Jalta, da interpretare più come una sorta di Vienna 1815 che come una volontà anacronistica di (ri)spartire l’Europa, avrebbe dovuto fungere da piattaforma presso la quale “discutere i passi [da fare] per lo sviluppo di principi collettivi negli affari mondiali […] su argomenti come la preservazione della pace, il rafforzamento della sicurezza regionale e globale, il controllo degli armamenti strategici, gli sforzi congiunti nel contrastare il terrorismo, l’estremismo e altre grandi sfide e minacce”.

L’iniziativa di riconciliazione globale, secondo quanto dichiarato da Putin, era stata accolta con interesse da ognuno dei potenziali invitati. Eppure, nonostante il clima di apparente distensione – emblematizzato dal concomitante lancio di un altro forum multilaterale mai materializzatosi, il trumpiano G11 (G7 più Russia, IndiaAustralia, Corea del Sud) –, nessun risultato tangibile fu raggiunto. Neanche la bilaterale Putin-Biden del giugno 2021, allestita allo scopo di discutere le rispettive linee rosse, fu seguita da un allentamento della tensione tra i blocchi. E due anni dopo la proposta di una seconda Jalta, la notte del 24 febbraio 2022, l’Ucraina è tornata al centro del mondo, ma non come avrebbe voluto la Russia.

Da Jalta ’45 a Berlino ’48

Putin è stato alla ricerca di una seconda Jalta, e ha creduto che fosse possibile realizzarla, sino alla notte del 24 febbraio, quando, dinanzi allo stallo delle trattative sulle cosiddette garanzie di sicurezza, è caduto nella tagliola dell’amministrazione Biden. E l’Ucraina, da momento-opportunità di dare stabilità ad una competizione egemonica crescentemente distruttiva, è divenuta trincea di una guerra per procura degli Stati Uniti verso la Russia.

Un momento del vertice di Yalta con Stalin, Roosvelt e Churchill ( ANSA/ARCHIVIO/JOE O’DONNELL/DRN)

L’errore di calcolo è costato caro a Putin, che ha consegnato agli Stati Uniti il primo tempo della partita per la transizione multipolare. Il capo del Cremlino cercava una nuova Jalta, ha avuto un secondo ponte aereo per Berlino, questa volta diretto, però, verso Kiev. Un bellum omnium contra unum. Una guerra senza limiti trainata da un’Alleanza Atlantica, un tempo cerebralmente morta, rivitalizzata dall’aggressione all’Ucraina.

Dei margini per la materializzazione di una seconda Jalta sussistevano, pur essendo flebili, ma la vittoria nelle stanze dei bottoni a stelle e strisce del partito del duplice contenimento – cioè del contrasto simultaneo di Russia e Cina – su quello della diplomazia triangolare al rovescio – l’impiego della Russia contro la Cina – ha fatto naufragare il progetto. E l’esito è stato lo scoppio della guerra in Ucraina, dove gli Stati Uniti, seppellita l’idea di una nuova Jalta, confidano di impantanare mortalmente la Russia – con lo sguardo alle presidenziali del 2024 – in maniera tale da potersi dedicare totalmente alla vera sfida sistemica di questo secolo: il rinato Impero celeste.

La nuova Jalta non poteva funzionare perché non può esserci intesa tra il Secolo americano, iconica espressione della talassocrazia delle sorelle dell’Anglosfera, e il Revisionismo delle rancorose tellurocrazie dell’Eurasia in catene, trainato dall’asse Mosca-Pechino e seguito pavidamente dall’asse Parigi-Berlino. Un redde rationem era inevitabile. La fase delle periferie al centro ne era stato il preludio. E nell’attesa che cominci il secondo tempo, che sarà focalizzato sul contenimento avanzato della Cina – che gli Stati Uniti sperano di isolare e vorrebbero trarre in inganno in scenari ucraini per testarne le capacità –, Biden ringrazia Putin: sulle ceneri della nuova Jalta è stato costruito un nuovo ponte aereo per Berlino, diretto a Kiev contro Mosca ma con destinazione finale Pechino.

6 replies

  1. Alla luce di questa estrema e lucida proposta/tentativo di Putin, che ignoravo, sarebbe LUI il pazzo?
    Stiamo correndo verso una catastrofe… e diamo la colpa a chi aveva visto da tempo il dirupo e voleva evitarlo?

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    • eh sì. Ovviamente non lo sapevamo noi, ma Riotta si suppone di sì.

      E il COPASIR a caccia di spie russe nelle televisioni, qualcosa che fa rabbrividire solo all’idea.

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  2. C’era una volta (nel 2017) qualcuno certamente non filo-russo, dalla grande esperienza ( e freddezza/ferocia) che si espreimeva così:
    ( Posto il testo in inglese perchèb sui nostri media è comparso a pezzi e completamente stravolto)

    https://www.washingtonpost.com/opinions/henry-kissinger-to-settle-the-ukraine-crisis-start-at-the-end/2014/03/05/46dad868-a496-11e3-8466-d34c451760b9_story.html

    Ovviamente un disfattista pagato da Putin pure lui…

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  3. La traduzione in italiano,

    Henry Kissinger: Per risolvere la crisi ucraina, inizia dalla fine
    Di Henry A. Kissinger5 marzo 2014
    Henry A. Kissinger è stato segretario di stato dal 1973 al 1977.

    La discussione pubblica sull’Ucraina riguarda il confronto. Ma sappiamo dove stiamo andando? Nella mia vita ho visto iniziare quattro guerre con grande entusiasmo e sostegno pubblico, tutte che non sapevamo come finire e da tre delle quali ci siamo ritirati unilateralmente. Il test della politica è come finisce, non come inizia.

    Troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti: se l’Ucraina si unisce all’Est o all’Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra di loro.

    La Russia deve accettare che tentare di costringere l’Ucraina a diventare un satellite, e quindi spostare nuovamente i confini della Russia, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia di cicli che si autoavverano di pressioni reciproche con l’Europa e gli Stati Uniti.

    L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere solo un paese straniero. La storia russa iniziò in quella che fu chiamata Kievan-Rus. Da lì si diffuse la religione russa. L’Ucraina fa parte della Russia da secoli e le loro storie si sono intrecciate prima di allora. Alcune delle battaglie più importanti per la libertà russa, a cominciare dalla battaglia di Poltava nel 1709 , furono combattute sul suolo ucraino. La flotta del Mar Nero, il mezzo della Russia per proiettare potenza nel Mediterraneo, ha sede a Sebastopoli, in Crimea, con un contratto di locazione a lungo termine. Anche famosi dissidenti come Aleksandr Solzhenitsyn e Joseph Brodsky hanno insistito sul fatto che l’Ucraina fosse parte integrante della storia russa e, in effetti, della Russia.

    L’Unione europea deve riconoscere che la sua dilatorietà burocratica e la subordinazione dell’elemento strategico alla politica interna nel negoziare le relazioni dell’Ucraina con l’Europa hanno contribuito a trasformare un negoziato in una crisi. La politica estera è l’arte di stabilire le priorità.

    Gli ucraini sono l’elemento decisivo. Vivono in un paese con una storia complessa e una composizione poliglotta. La parte occidentale fu incorporata nell’Unione Sovietica nel 1939 , quando Stalin e Hitler si divisero il bottino. La Crimea, la cui popolazione è per il 60 per cento russa , divenne parte dell’Ucraina solo nel 1954 , quando Nikita Khrushchev, ucraino di nascita, lo assegnò come parte della celebrazione del 300° anno di un accordo russo con i cosacchi. L’ovest è in gran parte cattolico; l’est in gran parte russo-ortodosso. L’occidente parla ucraino; l’est parla principalmente russo. Qualsiasi tentativo da parte di un’ala dell’Ucraina di dominare l’altra – come è stato il modello – porterebbe alla fine alla guerra civile o alla rottura su. Trattare l’Ucraina come parte di un confronto est-ovest farebbe affondare per decenni qualsiasi prospettiva di portare la Russia e l’Occidente, in particolare Russia ed Europa, in un sistema internazionale cooperativo.

    L’Ucraina è indipendente da soli 23 anni; in precedenza era stata sotto una sorta di dominio straniero sin dal XIV secolo. Non sorprende che i suoi leader non abbiano imparato l’arte del compromesso, tanto meno della prospettiva storica. La politica dell’Ucraina post-indipendenza dimostra chiaramente che la radice del problema risiede negli sforzi dei politici ucraini di imporre la loro volontà alle parti recalcitranti del paese, prima da una fazione, poi dall’altra. Questa è l’essenza del conflitto tra Viktor Yanukovich e la sua principale rivale politica, Yulia Tymoshenko. Rappresentano le due ali dell’Ucraina e non sono state disposte a condividere il potere. Una saggia politica statunitense nei confronti dell’Ucraina cercherebbe un modo per le due parti del paese di cooperare tra loro. Dovremmo cercare la riconciliazione, non il dominio di una fazione.

    La Russia e l’Occidente, e meno di tutte le varie fazioni in Ucraina, non hanno agito secondo questo principio. Ognuno ha peggiorato la situazione. La Russia non sarebbe in grado di imporre una soluzione militare senza isolarsi in un momento in cui molti dei suoi confini sono già precari. Per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per l’assenza di uno.

    Putin dovrebbe rendersi conto che, qualunque siano le sue lamentele, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra Guerra Fredda. Da parte loro, gli Stati Uniti devono evitare di trattare la Russia come un aberrante a cui vengono insegnate con pazienza le regole di condotta stabilite da Washington. Putin è uno stratega serio, sulla base della storia russa. Comprendere i valori e la psicologia degli Stati Uniti non sono i suoi punti di forza. Né la comprensione della storia e della psicologia russe è stata un punto di forza dei politici statunitensi.

    I leader di tutte le parti dovrebbero tornare a esaminare i risultati, non competere nella posizione. Ecco la mia nozione di risultato compatibile con i valori e gli interessi di sicurezza di tutte le parti:

    1. L’Ucraina dovrebbe avere il diritto di scegliere liberamente le sue associazioni economiche e politiche, anche con l’Europa.
    2. L’Ucraina non dovrebbe aderire alla NATO, una posizione che ho preso sette anni fa, quando è emersa l’ultima volta.
    3. L’Ucraina dovrebbe essere libera di creare qualsiasi governo compatibile con la volontà espressa del suo popolo. I saggi leader ucraini opterebbero quindi per una politica di riconciliazione tra le varie parti del loro paese. A livello internazionale, dovrebbero perseguire un atteggiamento paragonabile a quello della Finlandia. Quella nazione non lascia dubbi sulla sua feroce indipendenza e coopera con l’Occidente nella maggior parte dei campi, ma evita accuratamente l’ostilità istituzionale nei confronti della Russia.
    4. L’annessione della Crimea da parte della Russia è incompatibile con le regole dell’ordine mondiale esistente. Ma dovrebbe essere possibile porre le relazioni della Crimea con l’Ucraina su basi meno difficili. A tal fine, la Russia riconoscerebbe la sovranità dell’Ucraina sulla Crimea. L’Ucraina dovrebbe rafforzare l’autonomia della Crimea nelle elezioni che si terranno alla presenza di osservatori internazionali. Il processo includerebbe la rimozione di qualsiasi ambiguità sullo stato della flotta del Mar Nero a Sebastopoli.

    Questi sono principi, non prescrizioni. Le persone che hanno familiarità con la regione sapranno che non tutti saranno appetibili a tutte le parti. Il test non è la soddisfazione assoluta ma l’insoddisfazione equilibrata. Se non si raggiunge una soluzione basata su questi o elementi comparabili, la deriva verso il confronto accelererà. Il momento arriverà abbastanza presto.

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