(di Michele Serra – repubblica.it) – Come è orribile e come è prevedibile, ogni volta che un crimine scuote le nostre giornate, la disputa occhiuta sul passaporto del criminale, da dove viene, da dove vengono i suoi genitori, che religione professa.

L’ansia speculativa della destra peggiore (quella che è al governo) e dei suoi media esagitati non vede l’ora di smascherare il non italiano e il non cristiano: titoli giubilanti (non trovo parola più adatta) accolgono ogni delitto dell’Uomo Nero come la trionfale conferma di un’invasione sordida e violenta; mentre il delitto dell’Uomo Bianco, sul mercato dello spavento, non è spendibile.

Di contro, chi ha disgusto per la pratica razzista di quei titoli è ridotto ad augurarsi, a ogni crimine, che l’autore sia nostrano, come i salumi e i formaggi dop, così si può tirare un sospiro di sollievo, tra amici: “per fortuna l’assassino di Rocca di Sotto non è africano nemmeno di quinta generazione, è uno di Rocca di Sopra e pare sia battezzato e cresimato. Così almeno Salvini, Vannacci e Belpietro possono concedersi un turno di riposo”.

Questa classificazione delle colpe secondo criteri etnico-religiosi è una scemenza proprio dal punto di vista della comprensione dei fatti, ammesso che i fatti interessino: chiedete a un criminologo, a uno psichiatra, a un bravo poliziotto se essere musulmano, ateo, buddista, cattolico, anabattista ha un peso decisivo, nella genesi di un crimine.

Vi risponderanno, tutti assieme, che l’unica effettiva rilevanza, negli atti di violenza, è costituita da un insieme, i maschi giovani, di tutti i paesi e di tutte le religioni, che è al tempo stesso preciso e molto vago. “Maschio giovane fa una strage” non è però un titolo in uso. Bisognerebbe introdurlo, invece.