La stupidità colta, uguale e contraria a quella dei minus habens.

(Gianvito Pipitone) – Qualche mese fa mi sono riservato di abbozzare una piccola fenomenologia dell’asinità: categoria di giudizio per quelle persone che, come indicava già nel XVI secolo il buon Giordano Bruno, non hanno mancato di stupire il mondo per le ragioni più disparate e disperate. Giusto per volerla toccare piano, con un eufemismo.

Cos’altro è dopotutto l’asino assoluto se non una specie di stupor mundi al contrario. Ma non voglio farla lunga qui: chi vuole approfondire la mia dissertazione sull’asinità troverà nei primi due articoli della serie il tema applicato a due episodi colti in contesti reali e opposti: l’ozio in un parco in un giorno di riposo: Fenomenologia dell’asinita’ P. 1 e le orde dei sapientoni da tastiera che vivono sul web: Fenomenologia dell’asinita’ P. 2 .

Oggi andremo invece ad indagare come l’asinità non ami frequentare soltanto le cosiddette anime semplici, senza offesa per nessuno: quelle invertebrate, o quelle che sono convinte, anche in maniera genuina, che “uno vale uno” e che – inesorabilmente – tendono a riprodursi a tinchitè, come si dice dalle mie parti.

Accanto a questi minus habens – detto senza alcuna venatura classista né razzista, ma come pura constatazione contabile – l’asinità si applica con uguale fedeltà alla categoria teoricamente più pregiata: quella dei governanti. Politici e amministratori che, oltre alla responsabilità di guidare un paese, portano sulle spalle anche quella di custodire la cultura nel modo più pluralistico e aperto possibile. E che, cosa più grave, la tradiscono – non di rado – in maniera manipolatoria.

E veniamo al contesto. Nei giorni scorsi, sessanta fra gli intellettuali più autorevoli del paese – tra cui Massimo Cacciari – hanno firmato una petizione contro un documento redatto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un documento non vincolante, va detto. Ma capzioso nella sostanza: dal momento che le sue linee guida proposte sembrano voler restringere dai programmi di studio al liceo il pensiero di alcuni filosofi. Marx, Spinoza e Leibniz – non proprio gli ultimi arrivati – rischiano cosi di sparire dai programmi ministeriali. Mentre Kant, il padre del criticismo moderno, viene spezzettato in due tranche: una parte va bene, l’altra invece, secondo il Ministero, no. Inoltre, agli insegnanti di filosofia del liceo viene chiesto di scegliere uno solo tra LockeHobbes Rousseau: tre pensatori che, messi nella stessa riga, sono già di per sé una contraddizione, tanta è la distanza che li separa.

Di che parliamo ? Molto probabilmente di una mossa provocatoria, con una volontà precisa: piegare l’inerzia della cultura verso un controllo discrezionale, se non verso una scelta apertamente ideologica. È una direzione che i ministeri competenti, il Ministero della Cultura incluso, stanno percorrendo con crescente spericolatezza.

Bisogna partire dalla tesi che questa destra al potere – avvalendosi di tutti i suoi strumenti di propagazione e propaganda – ha messo al centro del proprio programma culturale un punto ideologico importante per loro: cancellare l’egemonia culturale del centrosinistra. Lo si intuisce, o addirittura lo si sente ripetere spesso da quelle parti, con una facilità che fa quasi tenerezza. Una posizione ardita che, a parti inverse, richiederebbe un gran bel coraggio intellettuale.

Sarebbe insomma come se i governi di centrosinistra degli ultimi decenni avessero provato a cancellare dai programmi ministeriali Pirandello e D’Annunzio, perché vicini al regime fascista, conniventi secondo il parere di alcuni. Stessa questione per i filosofi Croce e Gentile, padri dell’idealismo italiano. Oppure il Futurismo e Marinetti. Artisti e pensatori che la critica un tempo marxista, durante tutto il Novecento, non ha certo mai amato, ma che almeno ha attaccato dall’interno nel merito e con il rigore – ideologico, ma coerente – che si deve a ciò che si conosce.

Proporre di tagliare dai programmi ministeriali alcuni filosofi di area progressista o limitare l’apporto di quelli che hanno gettato le basi dell’Illuminismo critico, appare invece una novità senza precedenti. Ed è un po’ esemplificativo della qualità tutta speciale di questa attuale classe dirigente: la parzialità elevata a metodo. Anche su un terreno, la filosofia, che – almeno finora – era stato il campo di gioco per i più disparati interessi culturali e politici. Il risultato è l’asinità nella sua forma più compiuta: quella colta. E quindi la più grave, perché assurda, maldestra e, in fondo, beffarda.

Eppure, non c’è nulla di sorprendente in ciò che sta accadendo. Da anni viviamo una piccola grande tragedia: la scomparsa del pensiero critico. Succede ovunque, in ogni angolo della vita civile. Il pensiero critico si indebolisce perché non è gradito, perché viene guardato con sospetto, perché non è abbastanza allineato al coro. E così, per paura dello stigma, si smette di esporsi, con conseguenze inevitabili: la stupidità collettiva cresce come erba cattiva, indisturbata.

Sta accadendo, ogni giorno sempre più. Ed è proprio su questo terreno che ormai si può squalificare chiunque, giudicandolo inutile o superfluo: anche Socrate – il padre del pensiero critico – prima ancora di arrivare a Kant, o a liquidare l’Illuminismo di Voltaire come un periodo pericolosamente eversivo.

A che serve dopotutto pensare “in maniera critica” con la propria testa, se ormai ogni risposta arriva con con l’intelligenza artificiale ?

Sembra uno sforzo inutile. E a che serve perdersi nel mare infinito delle informazioni, in un flusso che il nostro cervello non è nemmeno progettato per reggere? È un sovraccarico continuo che non reggiamo più.

Così, seguendo questa logica, fra poco non sapremo fare nemmeno un conto elementare, come molti hanno già dimenticato come si scrive con una penna.

Succede lo stesso con gli articoli troppo complessi: li abbandoniamo dopo dieci righe, senza rimpianti. Preferiamo che qualcun altro li legga, li interpreti, e ci dica cosa pensare.

E per finire, è più o meno quello che accade con il voto durante le elezioni o i referendum: siamo più inclini a pensarla come chi riteniamo simile a noi, senza capire che così facendo spalanchiamo le porte alla stupidità più letale.

Esattamente quella asinità adottata ormai come paradigma da chi – avendo capito come funzionano le cose – sta approfittando di questo vuoto per liberarci, uno alla volta, dei fardelli della cultura. Non dopo averla soppressa.

Vale per Marx. Vale per Spinoza e per Kant. Per Adam Smith come per Nietzsche. Ma prima di non essere d’accordo con loro, bisogna averli letti e magari capiti.

Altrimenti, a comandare, resta l’asino.