Ecco il conto della guerra per procura

L’inflazione galoppa verso il 7%. Il Pil avrebbe dovuto crescere del 4,7%: nel primo trimestre cala a -0,2%. E siamo solo all’inizio. Con il balletto sul gas russo si spalanca la botola della recessione. Un report di Jp Morgan prefigura un ritorno agli anni Cinquanta.

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – I primi risultati della guerra si cominciano a vedere. Non parlo dei civili uccisi, delle città ridotte a macerie, dei milioni di profughi in fuga dalle bombe. Quelli, purtroppo, sono fatti che siamo costretti a registrare dal 24 febbraio, giorno dell’invasione dell’Ucraina. No, i «risultati» a cui alludo sono le conseguenze economiche del conflitto. Altro che sacrificio di qualche grado di riscaldamento o di raffrescamento in casa pur di sostenere la democrazia di Kiev minacciata dalle truppe russe. La tesi minimalista espressa dal presidente del Consiglio per giustificare il nostro coinvolgimento militare nella guerra in corso non trova riscontro nei numeri che si vanno accumulando e che segnalano l’inizio di una recessione, dell’Italia per prima e dell’intera Europa per seconda.

La follia del conflitto per procura, di una battaglia che conduciamo pur senza avere il coraggio di dichiararla, convinti che basti nascondersi ipocritamente dietro l’esercito ucraino per salvarsi, è scolpita nei numeri. Che sono chiari e incontestabili. Quest’anno, secondo le stime del governo, il nostro Pil avrebbe dovuto crescere del 4,7 per cento dopo gli anni duri della crisi e del Covid. Già settimane fa Palazzo Chigi aveva deciso di correggere al ribasso le stime, parlando di un meno trionfalistico 3,1 per cento. Ma ieri è arrivata la doccia fredda degli aggiornamenti dell’Istat. Nel primo trimestre, la crescita del prodotto interno lordo si è azzerata, segnando addirittura un arretramento dello 0,2 per cento. Ovviamente si tratta di pochi mesi e se fossimo in un’altra stagione storica sarebbe legittimo augurarsi un recupero della flessione. Peccato che con una guerra in corso e un’estrema tensione sui mercati internazionali delle materie prime, sia irrealistico pensare a qualsiasi recupero. Anzi: più facile ritenere il contrario. Basti dire che lo 0,2 per cento in meno conseguito nel trimestre appena trascorso tiene conto di un solo mese di conflitto. È dunque facile immaginare che i prossimi tre mesi possano essere anche peggiori, accumulando una perdita in termini reali del fatturato dell’azienda Italia.

Alle cattive notizie che riguardano il Pil se ne aggiungono altre due, che non promettono nulla di buono. La prima riguarda l’inflazione. Nell’Eurozona, ad aprile il rincaro dei prezzi ha toccato una media del 7,5 per cento. Quella italiana è stata migliore, ma solo per effetto dei provvedimenti decisi per contenere l’aumento dei prodotti petroliferi. Nonostante questo, l’Istat ha registrato un aumento del 6,2 per cento, cifre che nel nostro Paese non si vedevano da almeno trent’anni. Tanto per essere chiari, questo significa un impoverimento del potere d’acquisto dei salari, ma anche un aumento dei tassi d’interesse, perché nonostante gli interventi che potrà mettere in campo la Bce per contenere i rialzi, è evidente che le rate dei mutui a tasso variabile, presto o tardi subiranno un aumento.

La terza cattiva notizia arriva dalla Banca d’Italia. Il governatore Ignazio Visco, che con scarsa lungimiranza meno di una settimana fa aveva definito poco probabile una recessione per effetto del conflitto in Ucraina, ieri invece si è corretto, dicendo che un improvviso stop al gas russo provocherebbe nel nostro Paese una inevitabile recessione, sia nel 2022 che nel 2023.

Insomma, la guerra non si ridurrà al sacrificio di qualche grado in meno dei termosifoni o in più del condizionatore, ma in una crisi vera, che gli italiani potrebbero essere costretti a pagare senza mai essere stati consultati e nonostante la manifesta contrarietà all’invio di armi per combattere un conflitto che non solo non hanno mai innescato, ma che non hanno alcuna intenzione di combattere.

Più passano i giorni e più ci si avvicina pericolosamente al bordo dell’abisso, si capisce la follia di forze politiche che per ragioni oscure di convenienza si dimostrano guerrafondaie, credendo che sia ancora possibile nascondersi dietro l’ipocrisia della resistenza ucraina. Nonostante dalla presidenza della Repubblica fino a quella del Consiglio, passando per i principali partiti, si continui a fingere di essere esterni al conflitto, l’Italia, l’Europa e l’America sono pienamente coinvolte, con la differenza che il nostro Paese e il resto della Ue pagheranno il conto più salato e qualcuno, sul Colle o nel Palazzo, dovrebbe avere il coraggio di dirlo agli italiani. Un interessante studio di JP Morgan, la più importante banca d’affari del mondo, citando le previsioni del segretario al Tesoro Usa Janet Yellen descrive uno scenario (chiamato Bretton Woods framework), in cui in pratica si parla di un nuovo ordine mondiale dopo l’invasione dell’Ucraina. Con un riallineamento dell’economia mondiale definito «ritorno agli anni 50», la fine della globalizzazione e un ferreo controllo «politico» delle catene dell’offerta delle principali commodities. Si tratta di 14 pagine di grafici e analisi che sintetizzo in poche parole. Ci stiamo avviando a passo spedito verso un’Italia più povera, con poca energia e ancora meno materie prime. Di questo dovrebbe parlarci Mattarella invece di cantare Bella ciao.

1 reply

  1. cari sostenitori della fornitura delle armi ai naziucraini, a risentirci a fine autunno, quando inizieranno i veri rigori invernali. Vi scalderete con le chiacchiere del drago, enrico stai sereno entrambi farisei sguatteri USA e i sogni deliranti di vittoria di nazi-zelenskí.
    ciao a presto co…….ni!

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