Ecco l’uguaglianza di genere per quelle più uguali

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – L’azione proterva di questo regime autocratico si sviluppa in tutti i campi con un dinamismo che richiede sorveglianza totale da parte di chi ritiene un diritto e un dovere l’esercizio della critica. Occupati a immaginare il futuro distopico allestito grazie al ripetersi di emergenze e conseguenti stati di eccezione, rischiamo di perdere di vista altre evoluzioni anche quelle indirizzate a incrementare disuguaglianze punitive per i non appartenenti o fidelizzati all’élite.

Ad esempio correvamo il pericolo di non estasiarci come avremmo dovuto per le misure del governo  volte alla valorizzazione del contributo delle donne alla rinascita e allo sviluppo del Paese, nel contesto del Pnrr e che finalmente applicheranno le norme contenute nel “Codice delle pari opportunità tra uomo e donna”, risalenti al  2006 ma ora modificate dalla legge n. 275/2021, allo scopo di “impegnare”  le imprese di maggiori dimensioni a procedere con più decisione sulla via della parità, imponendo la redazione annuale di un rapporto aziendale sulla situazione del personale maschile e femminile, senza il quale non vengono soddisfatti i criteri e i requisiti per poter presentare domanda di partecipazione alle gare pubbliche che utilizzano fondi derivanti da risorse del PNRR e del PNC.

Prima di tutto come ormai è tradizione, bisogna avere dimestichezza con lo slang imperiale e cominciare a chiamare questa azione “etica” col suo nome:  corporate gender equality , promossa a componente cruciale di ogni Corporate Governancecome è stato sottoscritto da 193 stati facenti parte dell’Onu in calce all’agenda ONU 2030, il programma di azione per lo sviluppo sostenibile, hanno introdotto tra i 17 goals fondamentali proprio il raggiungimento della parità di genere in tutti i settori, grazie al conseguimento  “del traguardo della piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica”.

La stessa attenzione al problema è stata dedicata dall’Europa, i cui vertici sono in controtendenza rispetto al trend dei paesi partner  nei quali il 45% di quote rosa nei Cda aziendali per disposizione normativa vige soltanto in Norvegia, mentre noi cittadini stiamo già saggiando la benefica influenza di genere e il suo portato di esperienze e qualità specifiche grazie a Madame Lagarde, alla baronessa von der Leyen, alla presidente dell’Europarlamento, per fare gli esempi più incoraggianti.

Forse voi non ve ne eravate accorti/e, ma l’Italia è già avanti da tempo come ebbe a rilevare la Consob che ha segnalato come le presenze femminili nel CDA delle società private quotate nel 2011, prima della legge 120/2011, la Golfo-Mosca, si aggiravano intorno al 6%, dal 2019  hanno toccato il 36% nei Cda e 38% nei collegi sindacali.

Lo so le donne sono afflitte da scetticismo, vittimismo e invidia, invece di compiacersi dei successi conseguiti da quelle che hanno rotto il soffitto di cristallo senza rinunciare a tacchi a spillo e estetista come l’onorevole Moretti, si lamentano per la condanna al precariato, per la disparità di remunerazioni tra lavoro femminile e maschile, per quel disonorevole compromesso imposto alla madri di famiglia che devono dirsi appagate dal part time che offre loro l’opportunità di dividersi tra occupazione sottopagata e impegni domestici.

Per fortuna ci ha pensato Mario, senza quel rapporto che interessa tutti i complessi aziendali con più di 50 dipendenti, le imprese saranno escluse dall’accesso ai fondi del Pnrr e del Pnc, non potendo certificare il loro generoso impegno per la parità  che si traduce nelle “indicazioni in ordine al numero dei lavoratori occupati di sesso femminile e maschile; alle assunzioni effettuate nel corso dell’anno; alle differenze tra le retribuzioni iniziali dei lavoratori di ciascun sesso, nonché all’inquadramento contrattuale e alle mansioni svolte da ciascun lavoratore occupato, anche con riferimento alla distribuzione fra i lavoratori dei contratti a tempo pieno e a tempo parziale”.

Si tratta dunque di dimostrare la volontà morale di raggiungere 8 obiettivi di lungo termine: la lotta agli stereotipi di genere, l’offerta di pari  opportunità di carriera, e di più potere decisionale, il sostegno alla genitorialità, un maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata, una parità di investimenti formativi, anche allo scopo di promuovere il benessere mentale e fisico e la lotta a qualsiasi forma di violenza o molestia.

Ecco fatto adesso siamo più libere e più uguali, come dimostrano le patinate  testimonial offerte dalla stampa femminile: la “Responsabile Selezione, Sviluppo e Formazione di Vodafone Italia”, o la “Responsabile Welfare, Diversity and Inclusion Management di Autostrade”, o la “Chief Sustainability Officer e Ceo’s Office Director di Edison”, addette a magnificarci  il contributo sociale della presenza del 53 per cento dei dipendenti donna nelle grandi imprese e le loro posizioni manageriali che superano il 40 per cento.

Mentre non abbiamo informazioni a caldo sugli effetti di questi traguardi, salvo quello di aver affermato “un modello che arricchisce quello maschile” come rivendica  una delle sacerdotesse della meritocrazia intervistata per l’occasione, facendo intendere che di sicuro la Responsible Welfare di Autostrade eserciterà una superiore vigilanza sulla manutenzione di ponti e autostrade, e che la Ceo’s Office Director di Edison offrirà uno specifico contributo per reindirizzare le scelte aziendali e governative in materia di energia e caro-bollette.

E non vale nemmeno al pena di ricordare che il tessuto economico del Paese è costituito da piccole e medie imprese, già colpite da un susseguirsi di penalizzazioni economiche, fiscali, commerciali, “sanitarie”, che già prima delle emergenze e della crisi che le ha messe a frutto per ridurre ai margini tutto quello che non è “grande”, multinazionale e speculativo, costringevano i lavoratori sotto ricatto a accettare rinunce e sopraffazioni, prime tra tutte le donne.

A completare il quadro di una strategia di promozione delle donne, ma solo quelle che sono già accomodate nelle stanze del dominio, del privilegio, delle dinastie, quelle che sanno che per emergere è indispensabile uniformarsi ai canoni del regime totalitario dello sfruttamento, ancora di più che alla tradizione patriarcale che ne costituisce un utile caposaldo, il Governo ha deciso che stanzierà un miliardo per favorire l’accesso delle donne alla formazione e alle carriere Stem, “per promuovere la partecipazione femminile al mondo delle scienze e della tecnologia”. Hanno ragione, vedi mai che si continui a studiare l’italiano, la storia, la filosofia, il greco, il latino, vedi mai che si pensi di insegnare con essere l’indipendenza, la dignità, il riscatto e la libertà di persone.

1 reply

  1. Mah io vedo un sacco di “utili idiote”.
    Tempo fa ascoltai magnificare il nuoivo sindaco di Chicago come “donna, nera e lesbica”. Il massimo.
    Ovviamente silenzio su eventuali titoli, competenze, carriera… Non era quello che interessava.

    Sogno un modo in cui tutte/e saremo chiamate/i a cariche e lavori di ogni tipo e genere, solo per cognome. Senza sapere il sesso, il colore della pelle, i gusti sessuali, e neppure eventuali malattie, handicap, figli morti o malati, infanzie infelici … (tutte notizie che vanno per la maggviore, non c’è velina o personaggio pubblico di ogni tipo che non si faccia pubblicità con vere o presunte disgrazie…)

    "Mi piace"