Pure l’uranio russo è difficile da sostituire

C’è un’altra fonte di energia che proviene dalla Russia, dalla quale l’Occidente è altamente dipendente ma per la quale sinora nessuno ha proposto l’embargo: è l’uranio. Mosca è un fornitore chiave per l’industria elettronucleare globale […]

(DI NICOLA BORZI – Il Fatto Quotidiano) – C’è un’altra fonte di energia che proviene dalla Russia, dalla quale l’Occidente è altamente dipendente ma per la quale sinora nessuno ha proposto l’embargo: è l’uranio. Mosca è un fornitore chiave per l’industria elettronucleare globale e sia l’Ucraina che gli Usa ne sono clienti. Sono 32 i Paesi dotati di centrali elettronucleari, circa 440, che producono il 10% dell’elettricità globale. Gli Usa hanno 93 reattori che producono il 20% dell’energia nazionale, seguiti da Francia (56 impianti da cui esce il 69% dell’elettricità francese) e Cina (53 reattori). L’Ucraina produce il 51% della sua elettricità dall’atomo, seguita da Ungheria (46%), Finlandia (34%) e Svezia (31%). La filiera dell’uranio civile è divisa in cinque fasi. L’uranio grezzo estratto (meno del 2% del volume totale) viene macinato e separato in una polvere chiamata “torta gialla” (yellowcake), poi trasformata in esafluoruro di uranio gassoso. Da questo si concentra l’uranio-235 solido, che è solo lo 0,7% di quello naturale e va arricchito sino a una concentrazione minima del 5% per ottenere le barre di combustibile. Il settore, altamente complesso, conta poche industrie presenti lungo tutta la filiera: la scelta dei fornitori, come la società pubblica russa Rosatom o quella francese Framatome, porta a dipendenze strategiche decennali.

La Russia non è il primo Paese estrattore di uranio base (ha solo il 5% del totale): il primato spetta al Kazakistan (40%) seguito da Canada (12,6%), Australia (12,1%) e Namibia (10%), mentre Usa ed Europa producono meno dell’1%. Ma Mosca controlla i corridoi attraverso i quali l’uranio kazako raggiunge l’estero. Soprattutto è leader mondiale nella produzione di esafluoruro di uranio (33% del totale globale) e della capacità di arricchimento (43%), seguita da Europa (33%), Cina (16%) e Stati Uniti (7%). Rosatom costruisce e rifornisce di combustibile reattori nucleari che esporta nella stessa Ucraina, in Ungheria ed Egitto. Anche gli Stati Uniti dipendono per il 16-20% del proprio fabbisogno annuale di uranio arricchito dalla Russia. Uno stop a Mosca potrebbe bloccare due progetti avanzati di reattori Usa, l’Xe-100 e il Natrium, ai quali serve uranio-235 arricchito al 20%, del quale Mosca è l’unico produttore. In caso di stop all’export, gli effetti non sarebbero immediati. I reattori sarebbero colpiti nel giro di 18-24 mesi, in base al decadimento e agli ordini delle loro barre. Ecco perché Canada e Australia progettano un aumento dell’estrazione dalle proprie riserve, sostenuti da alcuni investitori come Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, che è diventata azionista dei produttori canadesi Cameco e NexGen Energy, sui quali ha puntato centinaia di milioni di dollari. Anche l’Ucraina sta già lavorando, con l’azienda statunitense Westinghouse, per produrre uranio per i suoi reattori progettati dalla Russia in modo da sostituire il combustibile di Mosca. Prima dell’invasione, sette dei 15 reattori ucraini utilizzavano già barre prodotte in Svezia. Ma all’Occidente serviranno lustri e grandi investimenti per liberarsi dell’uranio russo: non a caso sinora nessun Paese lo ha inserito tra i prodotti sotto embargo.

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3 replies

  1. Potrebbe essere Mosca a interrompere le forniture,non solo quelle dell’uranio, se si attuassero le iniziative occidentali tese a procurare un default artificiale della Russia.

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  2. 21/03/2022
    La Russia sta studiando la possibilità di un divieto all’esportazione di uranio negli Stati Uniti
    nell’ambito di un pacchetto di sanzioni di ritorsione, ha affermato il vice primo ministro russo Alexander Novak
    quindi se lo “auto embarga”

    ma pure che i senatori repubblicani degli Stati Uniti hanno presentato un disegno di legge
    per vietare l’importazione dell’uranio russo.
    “È giunto il momento di rimuovere definitivamente tutte le risorse energetiche russe dal mercato americano”,
    ha affermato in una nota John Barrasso, uno degli autori del disegno di legge.
    mentre un altro degli autori del documento, Roger Marshall, ha spiegato che quasi la metà dell’uranio
    importato dagli Stati Uniti proviene da Russia, Kazakistan e Uzbekistan.
    ma gli ultimi due, a scanso di equivoci, non sono nella Federazione Russa

    e, stranamente alcune centrali nucleari europee, costruite dall’unione sovietica e tutt’ora
    in funzione, che utilizzano ‘carburante’ russo passeranno a breve a quello di Westinghouse,
    come hanno fatto gli ucraini, anche se poi gli americani non riprocessano l’esaurito
    e non fanno il loro stoccaggio a secco, contrariamente ai russi -anche se per farlo si fanno pagare-
    il che rimane a carico di chi cambia carburante
    gli ucraini hanno comprato un progetto per un impianto a secco dagli… indovinare è semplice,
    americani ma ancora pare non essere pronto e intanto gli esausti aumentano, ed i soldi
    vanno in usa più veloci che su un F15.
    le altre nazioni non so come si comporteranno, magari delegano agli ucraini, se riescono
    a far partire l’impianto

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