I tornanti di Pasqua

(Marcello Veneziani) – Due Pasque solitarie e recluse di lockdown non hanno fatto perdere a noi pugliesi emigrati l’abitudine del ritorno a sud, in Puglia, a casa. La Pasqua da noi è più Pasqua che altrove. Sarà per i riti della settimana pasquale, ripristinati, sarà per i ritorni, le facce, i sapori, sarà per le cose che si mangiano, il vento e la luce pasquale di Puglia. Felici come una pasqua, si diceva una volta. La Pasqua che io ricordo è un’esplosione di vita naturale e soprannaturale, esuberante e solenne.

Esplode la vita da un Sepolcro, con la Resurrezione di Cristo, ma esplode la vita anche dopo l’inverno e i vestiti si fanno leggeri, come i modi di vivere; la natura fiorisce e il mare annuisce, mentre nei paesi riesplode lo struscio, da quello santo, perché le processioni pasquali inaugurano la stagione delle feste di strada, a quello profano perché il passeggio torna al centro della vita e non solo. A casa trionfano ciambelle e scarcelle, cartellate e tielle, il benedetto e l’agnello; e se quello di carne è deplorato, si può ripiegare su quello di pasta reale.

Ma questo è un quadro pasquale fuori dal tempo che riposa nei fondali della memoria di chi ha superato la soglia dell’età grave o di chi si è attardato nei paesi che più lentamente hanno dismesso le loro tradizioni. La Pasqua recente è più apolide e vacanziera, è pasqua di viaggio o di vita ordinaria; si è logorato il significato speciale di Pasqua. Anche se talvolta risale dentro di noi questa nostalgia della Pasqua d’infanzia, quasi il desiderio di tornare alla nostra originaria Isola di Pasqua. Questa Pasqua, poi, è come un esorcismo di massa per scacciare i fantasmi della paura, della pandemia e della guerra.

Che ne è della Pasqua antica di cui ho solari ricordi, sicuramente condivisi da molti di voi? Che ne è della civettuola, giuliva pasquetta, lunedì dell’angelo o con altri soprannomi locali (a Bisceglie è il lunedì del pantano)?

Trovo stupido fingere che il mondo non sia cambiato e ripetere che la stessa partecipazione abbia costellato i riti pasquali, le processioni e la passione di Cristo nelle strade di Puglia. No, l’atmosfera è più distratta e svagata, quasi turistica, c’è qualcosa di stanco e inautentico nei riti pasquali. Forse c’è la stessa partecipazione quantitativa di pubblico, ma più flebile è la partecipazione emotiva, religiosa, comunitaria. È una variante dello zapping televisivo, uno show dal vivo, un evento in diretta, quasi la prosecuzione di quei programmi tv che ti fanno vedere l’Italia e le tradizioni; un che di artificioso, di finto-tipico e di pseudo-etnico, da pro-loco. Eppure in molti paesi è stato grigio e ventoso, come sempre il Venerdì Santo, nell’ora dell’incontro tra Gesù Cristo con la croce sulle spalle e la Madonna addolorata.

Dall’altra parte, mi pare altrettanto stupido ripetere che ormai il tempo è cambiato; la Puglia di un tempo, l’Italia di un tempo è finita e oggi siamo tutti più o meno americani, cioè uomini nuovi nel pianeta uniformato. Forse la verità sta oltre questi due luoghi comuni: cerchiamo in modi nuovi, in forme nuove, le pasque che abbiamo perduto. E così la pasquetta si traveste di agriturismo, la resurrezione del corpo passa alla palestra, ai percorsi termali o alla beauty farm, la voglia di tradizione e di origini si proietta nella ricerca vacanziera di luoghi incontaminati o borghi antichi, il gusto dei sapori di una volta si camuffa di passione per il cibo etnico, gli interminabili banchetti pasquali si traducono in slow food, e mille varianti spirituali, sensoriali, rituali compensano la perdita di senso religioso. Mutano le forme, non i bisogni profondi. Restiamo animali ludici, simbolici, religiosi ma lo dissimuliamo o ne ricerchiamo i surrogati salutisti nel benessere. Eppure dopo la Rivoluzione francese le processioni e i riti cristiani furono aboliti e sostituiti fin nel calendario da riti nuovi, nomi nuovi, consacrazioni di astratte divinità. Poi quella febbre ideologica passò e al posto della Dea Ragione tornò la Madonna e dall’Albero della Libertà si tornò a San Nicola e a Cristo risorto.

Ci mancherà la nostra Pasqua. Ma voi che siete lì non lasciatela scivolare nella routine, nei social e nelle menate virtuali dei video e dei selfie dello smartphone. È bella la Pasqua reale, viva, condivisa, carnale e corale. La nostra Pasqua, la Pasqua dei presenti, degli assenti, dei tornanti.

(Gazzetta del Mezzogiorno, 17 aprile)

2 replies

  1. Non condivido molte, troppe cose che Veneziani scrive di solito. La Gazzetta del Mezzogiorno, poi, mi sta qui. Ma ho condiviso molto di questo suo articolo – che non è stucchevolmente nostalgico, ma meditativo – tanto come pugliese che come pugliese che vive fuori dalla puglia. MV ha ragione, la Pasqua nella Puglia del passato aveva una sua connotazione speciale.

    Penso che al di lá dell’osservanza religiosa e dei tecnologici tempi che avanzano, MV non abbia davvero approfondito l’unico vero motivo per cui la tradizione persiste: la famiglia, con le sue aggregazioni, il ritrovarsi insieme nella convivialitá. La Pasqua fra amici accade, certo, ma la Pasqua fra parenti la fa da padrone. E i piatti pugliesi squisitamente (è il caso di dirlo) pasquali sono importanti anzi mitici, ma non sono tutto. Niente famiglia, niente Pasqua, insomma.

    Auguri pasquali a tutti qui su Infosannio.

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