Santi e martiri della storia davanti e dietro le telecamere

La guerra in Ucraina e l’accumulazione documentaria. In Ucraina tante macerie quanti giornalisti. Una riflessione sulla Storia, dalle Guerre puniche a Massimo Giletti

(Valeria Russo) – Come sono andate davvero le cose? Domanda di livello zero, che percepiamo come perfettamente legittima, alla quale non si può rimproverare nulla se non l’uso improprio e ideologicamente scorretto di una parola: “davvero”. Non esiste una realtà oggettiva nel racconto di un fatto e se pensassimo alla storia come a una disciplina fatta dall’uomo per l’uomo, ne emergerebbe immediatamente la sua finitezza e imperfettibilità, figlia – come vorrebbe Heiddeger nell’Essere e tempo – della nostra idea del mondo.

Così com’è concepita, la pedagogia scolastica – quella che più si imprime come modello della mentalità individuale in comunicazione con la comunità – non rende un’idea della cedevolezza dei punti che segnano i confini della realtà. E, d’altronde, non potrebbe essere altrimenti: come rendere appetibile a un ragazzo o, ancor di più, a un bambino la pagina di un libro senza velarla sapientemente dell’indiscutibilità del dogma? Dunque, a scuola abbiamo studiato dei “fatti storici”.

Un’incongruenza affiora tuttavia nel confrontare il racconto sui fatti della storia antica con quelli della storia moderna o, ancor più, contemporanea. La stessa disciplina studia materiali, eventi e documenti di natura molto diversa. A livello implicito e tecnico, la differenza dottrinale esiste, ma si tratta di una consapevolezza demandata al balzo scientifico che compie la didattica universitaria, e quindi riservata agli addetti ai lavori. Ma, al di là delle conseguenze teoriche che implica questa divergenza, la disciplina storica si risolve il problema da sola e fa tutto da sé.

La storia antica, infatti, ci si presenta in modo approssimativo e, per forza di cose, questa superficialità attribuisce al conte (alla cosiddetta “favoletta”)una maggiore essenzialità e imparzialità. Se pensiamo alle Guerre puniche, un esempio tra migliaia che però potrebbe cedere al romano-centrismo della storia vista attraverso gli occhi degli occidentali e soprattutto degli italiani, si compiace del carattere equilibrato che permette di conferire ai cartaginesi, antagonisti dei nostri padri, un ruolo legittimo e un carattere non-oppositivo (in senso positivo/negativo) rispetto ai romani.

Per i fatti recenti o molto vicini a noi, invece, la tentazione di leggere, dietro la Storia, il racconto dei fatti secondo qualcuno è forte. E così la Seconda guerra mondiale – altro esempio banale, inteso non come un avvenimento svincolato e autonomo ma come il racconto di un avvenimento, che è la sola maniera in cui i testimoni non oculari possono conoscerlo e comprenderlo – è presentata come l’opposizione tra due fazioni, in cui una è occupata dai nemici per eccellenza. Rendere tale opposizione meno netta, d’altro canto, non implica solo un rischio intellettuale e ideologico, ma rappresenta una sfida alla concezione del mondo nettamente binaria che caratterizza, da almeno un millennio, la mentalità occidentale.

L’immagine di sé che l’Occidente si è fabbricata, di fatto, è stata costruita per opposizione a un termine contrario e, nel caso dell’età contemporanea, tale termine è stato fatto incarnare – se è concesso in questo contesto una reductio ad unum – dal pensiero e dalla politica nazista. In senso culturale, sociale e politico, la nostra mentalità ha dichiarato guerra alla dittatura, alle discriminazioni e all’indottrinamento, per fondarsi sulle tante declinazioni del pensiero liberale e sulle vivaci (e spesso contraddittorie) idee che tracimano dalla fede democratica e dalla libertà di affermazione e informazione. Viene dunque da chiedersi se, appunto, guardando la storia dal nostro punto di vista, non si stia discriminando una delle due parti, difendendo a spada tratta solo uno dei due attori in scena. È, in parte, la stessa domanda che guida l’ideologia di matrice sociale “Woke”, ma anche i gender studies e gli approcci post-coloniali, che mostrano e difendono la storia raccontata – a ben vedere – dal punto di vista del “più debole”. Se, invece, dovessimo metterci dalla parte del nostro nemico (e non del cattivo, dato che sarebbe impossibile definire il male in assoluto) come potremmo non notare che il nostro racconto trascura una delle due verità o alcune delle verità di quella storia?

Veniamo perciò ai fatti (che non sono ancora Storia) di oggi.

La questione è di grande attualità. Abbiamo recentemente compiuto un balzo in avanti, e questo grazie alla scoperta di un orizzonte situato oltre le bufale nostrane che abbiamo imparato a conoscere con l’esportazione del modello Steve Bannon in Europa e, in prima battuta sotto il segno giallo-verde, con la propaganda dei partiti e movimenti populisti in Italia.

Tale orizzonte è rappresentato dalle fake news russe, o quelle che noi consideriamo fake news, che rispondono a quella pratica di diffusione e interpretazione delle notizie promossa da Mosca. Le dichiarazioni che sforna quella che l’Occidente chiama disinformatia non possono apparire agli occhi dei nostri lettori o spettatori che come dei goffi e strampalati tentativi di ribaltare il racconto ufficiale. La stampa russa, però, la presenta banalmente, genuinamente e chiaramente come l’altra verità. Questo fenomeno non è altro che l’ennesima concretizzazione di un problema filosofico e pragmatico importante, ma direi anche centrale, per determinare la direzione del progresso, in un senso o nell’altro, delle civiltà. La cultura contemporanea e i suoi strumenti non hanno fatto altro che dimostrare, da svariati anni a questa parte, che un racconto coerente da cima a fondo, assemblato in maniera impeccabile in tutte le sue componenti, non sia affatto complesso da smontare e che, dunque, una sola verità non esiste.

            La deriva di tale riflessione è sullo schermo, tutti i giorni e a tutte le ore, nelle tv italiane, dove giornalisti (“di propaganda”) russi si confrontano e scontrano con opinionisti e giornalisti italiani (più o meno esperti del settore) sul conflitto in Ucraina.

Penso alla puntata di Otto e Mezzo del 12 aprile, dove Lilli Gruber smentisce le tesi della giornalista russa Nadana Fridrikhson (che dice che “la Russia non ha occupato il Donbass, ma ne ha riconosciuto l’indipendenza”). Lo scontro non è avvenuto su toni accesi, ma l’insofferenza reciproca era evidente e accompagnava ogni replica: mentre Lilli Gruber si erigeva a docente in Rudimenti di informazione libera, Nadana Fridrikhson, seccata, per non dire un po’ incazzata, annuiva falsamente al mansplaining in atto, che permetteva alla conduttrice di non rispondere alla visione dei fatti della giornalista russa, ma di scomodare concetti basilari quali la libertà di parola per smontare l’altra verità partendo dalle sue fondamenta.

Sempre su La7, e sempre chiamato in causa per raccontare l’altro punto di vista, Alexey Bobrovsky interviene nella puntata del 10 aprile di Non è l’arena. La discussione è centrata sull’uso propagandistico che i media russi avrebbero fatto di un post sui social di un’utente ucraina. Il giornalista russo viene demolito da Massimo Giletti, che ha raccolto vari materiali per dimostrare l’infondatezza dell’interpretazione che il russo dà al post. Tra questi materiali c’è anche e soprattutto un’intervista all’autrice di tale post. Nessun volto, solo una voce. Il russo, infatti, controbatte: “C’è un magistrato in studio da voi. Vorrei chiedergli: una registrazione audio, senza video, senza indirizzo, può essere considerata come qualcosa di attendibile?”. Giletti, giunto alle armi corte, risponde facendo appello unicamente alla garanzia della sua personale affidabilità e ai suoi trent’anni di esperienza come giornalista, come se tali criteri fossero indiscutibili, immanenti e trascendentali. Il tutto condito di un’incriticabile e iper-umana reazione di stizza (je suis Giletti), che tuona al suono di “non mi prenda per il c***”.

In questa guerra, che è sempre più uno scontro tra propagande e versioni della realtà tra loro inconciliabili, ha evidentemente (e ovviamente) già vinto – dal nostro punto di vista – la ragione dell’Occidente. Sul fronte opposto, invece, si continuano ad accumulare materiali per scomporre la realtà della guerra di invasione russa e sostenere l’immagine della Russia salvatrice della libertà ucraina.

Ma, a questo punto, cosa ci garantirà che non si affermi, col tempo e negli anni, la verità che si oppone alla nostra visione attuale delle cose? Forse sarà proprio l’accumulazione documentaria di questa guerra.

È incalcolabile il numero di giornalisti che si sono recati sul terreno di scontro, tra le macerie, nel fumo delle bombe e tra le mine inesplose, a rischiare la vita (o quasi) per documentare un’unica e sola realtà: cadaveri, palazzi sventrati e cittadini ucraini disperati che hanno perso tutto. Qualche scuola in più, qualche ospedale pediatrico in meno, ma la tragica gravità dei fatti è sempre quella, anche perché il limite era già stato superato almeno quattro settimane fa e da allora non potrebbe andar peggio. Verrebbe quasi da chiedersi se abbiamo davvero bisogno di affastellare, quasi facendone razzia, con accanimento, le foto e le interviste, di raccogliere documenti e di sovraesporre la guerra e la morte attraverso i media come stiamo facendo.

La risposta è sì (probabilmente) e (probabilmente) questa risposta è legata proprio al dubbio sulla natura disfattibile della realtà. In altre parole, quando i fatti che oggi raccontiamo sull’Ucraina diventeranno storia (e abbiamo visto come un’intenzione inconsapevolmente fuorviante si celi dietro l’espressione abusata “entrerà nei libri di storia”), l’abbondanza di materiali che li confermano servirà a documentare, in senso filologico-ricostruttivo, dei fatti in maniera imparziale e a costruire, a partire da questi, la nostra versione della storia – che, solo tra qualche cinquantennio, se ci arriveremo, potrà diventare Storia assoluta.

3 replies

  1. Che strano articolo: si uguale no.
    Se dovessimo basarci sui filmati, basterebbe dare uno sguardo ( su youtube) ai Deutsche Wochenschau ( l’equivalente del film Luce italiano) per capire che i tedeschi stavano vincendo la 2 guerra mondiale quando, improvvisamente, non si sa come e perchè, l’hanno persa. La signora, probabilmente non sa cosa sia la propaganda e che è vissuto un tizio che si chiamava Goebbels.
    Comunque, a mio avviso, la questione è relativamente semplice: esistono persone che non sopportano i nazisti ( vecchi e nuovi) e quelli cui stanno bene purchè combattano dalla parte dei ” buoni”.

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  2. Ah ridateci la Lombroso ! Questo articolo ha pochissimo senso , sostiene il tutto e il resto del niente di cui è infarcito…poi magari ci sarà qualcuno che la capisce , ma è sostanzialmente illeggibile , però adesso sta Russo me l appunto!

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  3. quella che l’Occidente chiama disinformatia

    in effetti è un termine coniato nella bassa padana e poi ripreso dai russi

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