Gridano contro la “cancel culture” ma poi censurano i libri manco fossero in “Farenheit 451” 

(Alberto Simoni – la Stampa) – Greg Locke è un pastore di un villaggio vicino a Nashville, Tennessee, e ha organizzato un falò. Di libri. L’ha annunciato una domenica durante il sermone: ha convocato giornalisti e fotografi; quindi, ha avviato una diretta su You Tube e ha appiccato il fuoco in un grande bidone.

Uno dopo l’altro i fedeli si sono uniti a lui, gettando fra le fiamme copie di Harry Potter, l’intera saga di Twilight e diverse altre opere che secondo Locke deviano i piccoli americani dalla retta via. Non è un capitolo mancante di Fahrenheit 451, il libro distopico di Ray Bradbury che immaginava roghi di libri in una cittadina statunitense nel 2049. Quel che ha fatto il pastore Locke è effettivamente successo nell’America profonda – Dio, patria e fucile – una domenica di febbraio del 2022, 27 anni prima della proiezione di Bradbury.

Qualche giorno dopo, il consiglio scolastico di un distretto sempre del Tennessee si radunava per scegliere quali libri potevano finire sugli scaffali delle biblioteche scolastiche per i ragazzi delle medie. Al bando è finito Maus, il capolavoro in graphic novel di Art Spiegelman, premio Pulitzer, sull’Olocausto. La colpa di Spiegelman è quella di aver dipinto alcune donne senza veli e di aver messo la scritta «God damn» («Accidenti a Dio») fra i disegni.

Se il piromane culturale Locke è un unicum che media e tv americane hanno trattato al limite del folklore, il caso di Spiegelman invece è la fotografia di quanto l’America del terzo millennio sia immersa in un clima di «guerra culturale», dove se la minoranza – gay e comunità Lgbtq e neri fondamentalmente – cerca spazi di espressione negategli per decenni ed è aiutata in questo dal mondo liberal, dall’altra vi è un rumorosa parte che a colpi di petizioni, denunce, mozioni prova a togliere da scuole e biblioteche tutto ciò che non rientra nei canoni dell’americano patriota, bianco, cristiano e finendo così per alimentare una «cancel culture» al contrario.

L’Associazione delle biblioteche americane (Ala), ogni anno, stila un report sulle proposte di «censure» che arrivano nelle scuole. La fotografia scattata per il 2021 è incredibile: i tentativi di eliminare dai cataloghi alcuni testi hanno raggiunto il livello record da 20 anni. Ci sono state ben 729 richieste di rimozione: 1597 libri sono finiti sulla graticola, alcuni sono stati tolti dagli scaffali. E tutti per gli stessi contenuti: questioni Lgtbt, identità di genere e razzismo.

Nel 2020 all’indice erano finiti meno di 1000 libri, nel 2019 appena 566. Come ha spiegato Deborah Caldwell-Stone, direttrice dell’Ala, è solo l’inizio. La sua previsione è che il 2022 – cominciato con il rogo di Nashville e la censura di Maus – supererà anche il primato del 2021. Il fatto è che la scuola è diventata «la Ground zero» della guerra culturale fra due Americhe sempre più distanti e, ancora più evidente, prive di punti di contatto.

Il motivo è che i conservatori più radicali hanno deciso di trasformare i «board» scolastici in un’arena politica. Si sono candidati in massa per farsi eleggere nei distretti scolastici e poter così influenzare didattica, cultura e vita nelle scuole. In un distretto rurale dello Stato di Washington, per esempio, Ashley Sova, no mask, teorica dell’«home schooling», pistola in vita e aderente al movimento radicale di destra «Three Percent», è entrata all’Eatonville School Board e stravolto le dinamiche di un’intesa comunità, dove, fino all’avvento di Donald Trump e all’assalto a Capitol Hill, liberal e conservatori dividevano gli stessi spazi e condividevano le medesime esperienze. Ha deciso di candidarsi perché ritiene che «i genitori devono avere l’ultima parola su quel che viene insegnato ai loro figli».

Le lezioni e i testi sull’inclusione, la diversità, l’educazione sessuale e il gender sono diventati il suo bersaglio. Eppure sette americani su 10, sono i dati di un sondaggio di marzo, sono contrari alla rimozione dei libri e il 74% si fida della capacità di discernimento di bibliotecarie e scuole.

Nell’elenco dei 10 libri nel mirino, quelli con tematiche di genere, sono i più colpiti. Almeno stando alle motivazioni registrate dalle biblioteche sparse negli States.

Gender Queer di Maia Kobane (primo in assoluto quanto a lamentele e rimosso ovunque) ha immagini esplicite e promuove contenuti LgbtQia+, All Boys Aren’t Blue di George M.

Johnson è stato bandito perché «profano»; The Hate U Givedi Angie Thomas invece è un’istigazione a promuovere messaggi contro la polizia ed è un compendio di indottrinamenti sull’agenda sociale.

E pazienza se il cuore del bestseller è la sparatoria fra la polizia e un giovane afroamericano, cronaca più che fiction nell’America di questi Anni Venti dove la violenza razziale è in continua ascesa. All’indice pure il libro d’esordio di Toni Morrison, The Bluest Eye: è sessualmente esplicito e descrive abusi sui bambini. John L. Jackson, dean della Scuola di Comunicazione della Pennsylvania, ha sintetizzato quanto avviene, dicendo che «la battaglia sui libri altro non è che un microcosmo delle divisioni politiche del Paese».

 E infatti spesso dietro le decisioni di censura ci sono appoggi, spinte e sostegni dei governatori o dei politici. Lo scorso autunno Glenn Youngkin, repubblicano che con toni moderati incarna un’agenda trumpiana, ha vinto le elezioni per diventare governatore della Virginia, sostenendo la crociata contro la graphic novel di Maia Kobane. Il governatore della Florida Ron DeSantis, odore di candidatura alla Casa Bianca nel 2024, ha siglato una legge che dà ai genitori la possibilità di verificare ogni testo a disposizione dei figli e di porre «il veto» alla loro distribuzione.

La storia più incredibile però viene dal Texas, dove Matt Krause, deputato locale, ha stilato una personale lista di 850 libri da espellere dal circuito scolastico e ha girato ogni distretto per verificare quali e quanti di questi libri fossero a portata di ragazzo. Poi si è candidato al posto di procuratore del Texas. Ha perso.

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