Guerra russo-ucraina: un gruppo di inviati contro il racconto “acritico” del conflitto

Giovanni Porzio, sul campo in Ucraina dal quinto giorno d’invasione. L’ex giornalista di Panorama, il 1º aprile scorso, ha firmato insieme ad altri 11 storici corrispondenti di guerra italiani, una lettera aperta su come “viene rappresentato il conflitto in Ucraina […]

(DI MICHELA AG IACCARINO – Il Fatto Quotidiano) – “Me lo disse Shimon Peres vent’anni fa: “La vera arma di distruzione di massa è l’informazione”. È appena tornato da Bucha, dove i crimini commessi dalle truppe russe sono “incontrovertibili”, Giovanni Porzio, sul campo in Ucraina dal quinto giorno d’invasione. L’ex giornalista di Panorama, il 1º aprile scorso, ha firmato insieme ad altri 11 storici corrispondenti di guerra italiani, una lettera aperta su come “viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Osservando le televisioni e leggendo i giornali ci siamo resi conto che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Da Alberto Negri, ex Sole 24 Ore, a Giuliana Sgrena del manifesto: hanno sottoscritto l’appello anche Massimo Alberizzi, ex Corriere della Sera, Remigio Benni e Angela Virdò ex Ansa, Vanna Vannuccini e Giampaolo Cadalanu di Repubblica, Tony Capuozzo ex Tg5, Renzo Cianfanelli del Corriere della Sera, Cristiano Laruffa fotoreporter, Amedeo Ricucci della Rai, Eric Salerno ex Messaggero, Claudia Svampa ex Il Tempo”.

Da Kiev al telefono risponde Porzio: l’appello “era solo un richiamo ai principi fondamentali del giornalismo: verifica delle fonti, separazione dei fatti dalle opinioni, evitare una descrizione in bianco e nero. Ma abbiamo fallito. La nostra lettera, invece di suscitare dibattito, ha solo sollevato gli istinti peggiori del Paese: in Italia tutto diventa scontro politico, dal calcio alla guerra, e siamo stati chiamati anche bastardi filo-Mosca. È un clima avvilente. Ho firmato per riportare l’attenzione sul ruolo dell’informazione, fondamentale, come in tutti i conflitti. Oggi il dibattito è a senso unico e non si indaga, ci si limita a una descrizione superficiale e impressionistica”. “Gran conformismo nella copertura” lo denuncia anche Tony Capuozzo: “Ci stanno preparando a sostenere una guerra destinata a durare a lungo”. Gli organizzatori del Premio Ischia hanno rifiutato ieri di ritirare il premio conferito all’inviato speciale nel 2011: ne richiedeva la revoca, perché contro le sue posizioni critiche, l’associazione Pan assoverdi. Nell’arsenale degli Stati in conflitto da sempre ci sono soprattutto le parole. Una delle firme all’appello è quella storica dell’inviato di RepubblicaGiampaolo Cadalanu: “In guerra – per definizione il contesto più tragico possibile – l’informazione, più potente degli armamenti tradizionali, va verificata 50 volte. Questo era il senso della lettera. Ogni guerra è nebbia e il nostro compito è contribuire a disegnare un’immagine di quello che succede. Il motivo di questo richiamo firmato collettivamente non era scegliere da che parte stare – stiamo dalla parte di chi viene massacrato –: si poneva il problema dell’approccio”.

Un altro problema è lo spettacolo: “Questo è il primo conflitto raccontato con un profluvio di interventi sul web, che contribuiscono a una ricostruzione spettacolarizzata. Solo con termini emotivi, si fornisce un racconto incompleto e mi spaventa il clima di interventismo. Strumenti di verifica e ragionevolezza sono preziosi soprattutto in queste circostanze. Come siamo arrivati a questo scontro nessuno lo spiega. Soprattutto la tv favorisce la polarizzazione, non la comprensione. Sui giornali stranieri, anche quelli americani e inglesi, non c’è questo approccio ferocemente acritico a cui assistiamo nelle discussioni televisive”. Questa, come ogni guerra ma più delle precedenti, è la guerra dei freelance: “C’è un problema di editoria e lo riassumo con uno slogan: bisogna studiare. Per studiare e fornire racconti sensati, nel giornalismo e nei giornalisti bisogna investire” dice Cadalanu. “Dal Congo all’Eritrea alla Sierra Leone, ho seguito 20 anni di conflitti in Africa, pagato dal mio giornale. La situazione economica dei giornalisti indipendenti oggi è drammatica. Poi vedo dei talk, che costano poco, fatti con commentatori in poltrona”. Lamenta non critiche, ma insulti, per aver firmato l’appello, l’ex corrispondente del Corriere della SeraMassimo Alberizzi. “Vengono diffuse immagini drammatiche, che sono un colpo allo stomaco, poi uno al cuore, ma non c’è nessuno che le analizzi. Oggi si criminalizzano i dubbi, ma il giornalista è un testimone, non un giudice. Un clima di radicalizzazione politica come questo, in Italia, non me lo ricordo”.

1 reply

  1. Ma il video dei militari russi gambizzati oppure dei soldati russi sgozzati le TV non lo passano? Oppure all’esercito ucronazi del Comico NATO tutto è concesso?

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