La politica ostaggio del premier

(Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it) – Nonostante gli sforzi nel cercare nomi nuovi, a due giorni dal voto per il Quirinale siamo fermi al punto di partenza: o Draghi o Supermario, come l’establishment e i suoi giornaloni chiamano ancora adesso il premier, incuranti della sfilza di fiaschi collezionati nell’ultimo anno, dalla pandemia che corre a più non posso, al caos dei Green Pass, ai soldi europei che non arrivano, al record di decreti attuativi che rendono lettera morta la Manovra approvata a dicembre, per non parlare dei prezzi di tutto volati alle stelle, fino ai ristori fantasma.

Ce ne sarebbe abbastanza, insomma, per mandare il capo del Governo a casa invece che alla Presidenza della Repubblica, ma ormai questa legislatura è così impantanata da non lasciare molta scelta, se non peggiorare ulteriormente le cose con una sfilza di impresentabili che parte da Berlusconi e arriva a Casini, Casellati, Amato… roba per stomaci forti.

Al via libera finale per l’inedito trasloco di un Presidente del Consiglio sul Colle mancano però tre condizioni fondamentali: la resa del Cavaliere a Meloni e Salvini (con la fine di Forza Italia), un patto di legislatura per non sciogliere almeno per quest’anno le Camere (se no il candidato più gettonato per le prossime cento votazioni sarà Franco di nome e Tiratore di cognome), e infine il profilo del prossimo premier.

Un problemino mica da ridere, perché nessun “tecnico” è mai stato leccato più di Draghi, appiccicandogli addosso quell’aurea di unico Messia, e pertanto nessun Colao, Cartabia o affine potrà reggere all’avvicinarsi delle elezioni. Finché proprio il Colle fischierà il game over.

2 replies

  1. Dalla serva del corriere col solito furore (erotico).

    Non si sono rinfacciati niente, e questo è già un passo avanti. Non solo gli screzi del passato (del resto da allora si erano già visti) ma anche le divergenze d’opinione più recenti. Enrico Letta e Matteo Renzi, a tu per tu nell’ufficio di quest’ultimo a Palazzo Giustiniani, sono riusciti a trovare un terreno d’intesa. Il leader di Italia viva, intervistato da Myrta Merlino all’Aria che tira, su La7, l’ha sintetizzata così: «Sono d’accordo con Enrico, che ha detto che serve un patto di legislatura. Litigheremo nel 2023».
    Non è un messaggio a Letta, questo dell’ex premier, ma è un segnale a Draghi. Un segnale che tutti i partiti alla fine della festa gli vogliono mandare prima di dire sì alla sua andata al Colle. Lo riassume un autorevole esponente del Partito democratico con queste parole: «Il premier deve capire che se vuole andare al Quirinale nessuno lo ostacolerà, ma lui deve aprire una trattativa seria con i partiti». Sono suppergiù le stesse parole che Renzi ripete ai suoi dopo l’incontro: «Draghi si deve mettere a un tavolo e parlare con i leader, così la sua andata al Colle sarà in discesa».

    E Renzi prosegue così, per spiegare ai parlamentari di Italia viva che la legislatura continuerà anche se il premier succederà a Sergio Mattarella: «È ovvio che lui decida alcuni ministeri chiave, come l’Economia, perché non dobbiamo dimenticarci che c’è il Pnrr da portare avanti, ma poi deve ascoltare e concordare». Renzi fa questo ragionamento anche a Letta, che condivide. Pure per il segretario del Partito democratico la strada di Draghi passa per i partiti. I due, cioè Renzi e Letta, non sono d’accordo sulla «golden share» del centrodestra. Secondo Renzi è difficile eluderla, il segretario del Pd su questo non è d’accordo. «Possiamo accettare dei nomi che fanno loro solo se si tratta di figure istituzionali. Si può ragionare su Giuliano Amato, per esempio…».
    Ma il nome che gira in queste ore nel centrosinistra non è quello dell’ex esponente socialista, bensì quello di Elisabetta Belloni. Ma anche della giurista Paola Severino, del presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, del fondatore di sant’Egidio Andrea Riccardi. E soprattutto di Pier Ferdinando Casini. Anche perché lo stesso Letta sa bene che Conte su Amato ha già detto no: «Non posso proprio accettarlo, i miei non potrebbero mai votarlo».

    Nel Pd prendono atto del fatto che con Renzi è possibile un’intesa. I dem hanno trovato un alleato, per quanto con posizioni sue, e ormai pensano anche loro che è difficile opporsi a Mario Draghi. «Alla fine della festa — dice un autorevole esponente del Partito democratico che non simpatizza per il premier — non potremo fare altro che votare lui». Dice Stefano Bonaccini: «Credo se Draghi diventasse il punto di incontro nessuno potrebbe dirgli di no».

    Eppure la via è ancora irta di ostacoli, tant’è vero che sia Letta che Renzi sono convinti che la situazione non si sbloccherà presto, neanche nel caso in cui Berlusconi dovesse fare un passo indietro. «Prima di giovedì o venerdì non avremo il nome», dice Renzi in tv. Anche il segretario del Pd la pensa così, però sta lavorando per riuscire a risolvere prima. Per questa ragione ieri ha visto praticamente tutti: il segretario del partito socialista Enzo Maraio e il leader dei verdi italiani Angelo Bonelli e poi i rappresentanti della Svp. Vorrebbe stringere le fila prima di lunedì. Sabato rivedrà Renzi, Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Poi incontrerà i suoi grandi elettori. Ma all’ordine del giorno di queste riunioni non c’è il nome del presidente della Repubblica. Non ancora. Piuttosto la decisione da prendere sulle prime votazioni se, come è probabile, andranno a vuoto. Scheda bianca o che? Qualcuno aveva proposto di nome di Rosy Bindi. Ma lei si è negata, non si vuole sottomettere al gioco dei pariti. Anzi rilancia: «Meglio Draghi al Quirinale per sette anni, che a Palazzo Chigi per qualche mese…».

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