Quando le cose vanno bene sono «tutti meloniani», ma le correnti continuano a esistere nell’ombra. I referenti nazionali sono pochi. E a scavare sul territorio si trovano nuclei minori pronti a sterzare

(Lisa Di Giuseppe e Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Dentro Fratelli d’Italia è partito il conto alla rovescia: quanto manca alle politiche? Certo, conterà anche la legge elettorale e con le preferenze qualcosa potrebbe cambiare, ma nel partito si sa che comunque la struttura è piramidale, e bisogna avere i propri santi in via della Scrofa per sperare in una ricandidatura.

Santi che sono sempre gli stessi, seduti al tavolo che conta accanto alla leader Giorgia Meloni, ma divisi sempre più in gruppi di potere e sottocorrenti. Che poi, almeno a parole, sono «tutti meloniani», ma che – anche per origini differenti e diversi percorsi politici – finché le cose vanno bene si amalgamano, ma non dimenticano mai che in passato si guardavano in cagnesco.

Il ruolo di La Russa

A rimanere sempre sulla cresta dell’onda, sia per capacità di sussurrare all’orecchio della presidente del Consiglio che di manovrare le situazioni, è il presidente del Senato Ignazio La Russa. Nessuna delle sue gaffe – le ultime come al solito sul 25 aprile – ne hanno appannato la credibilità interna e la sua voce rimane tra le più ascoltate. Supervisiona con pugno di ferro il partito in Lombardia, sua regione d’adozione, ma ha sempre anche un occhio di attenzione sulle dinamiche in Sicilia, sua terra d’origine.

Dopo la promozione dell’amico d’infanzia Gianmarco Mazzi a ministro del Turismo e la nomina come sottosegretario alla Cultura del vicesindaco di Palermo Giampiero Cannella, la vera operazione a cui il presidente sta lavorando da mesi è quella per il candidato sindaco della sua Milano e il nome da lui avanzato è quello del leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Secondo La Russa, che in Lombardia sposta voti, sarebbe il candidato ideale per insediare il fortino del centrosinistra grazie al sostegno cattolico, così da propiziare anche la possibilità di rivendicare per FdI il candidato in regione al posto del leghista Attilio Fontana.

Il preferito di La Russa sarebbe ancora l’attuale sottosegretario Alessio Butti, ma con la consapevolezza che intanto è necessario preparare il terreno. La Sicilia, invece, sta dando più pensieri: il partito è commissariato e in mano a Luca Sbardella, che in più voci descrivono estenuato dalla gestione impossibile di un partito locale piagato da faide interne, esplose dopo l’inchiesta che ha colpito alcuni esponenti in giunta con Renato Schifani. Anche qui La Russa ha sempre protetto i suoi (e la nomina di Cannella a Roma va letta in quest’ottica) e continuerà a farlo, e anche per questo il lavoro di Sbardella – chiamato a mettere ordine – è decisamente complesso.

I problemi di Arianna Meloni

Progressivamente più complesso è diventato invece il ruolo della sorella della premier, Arianna Meloni. Sempre in giro sui territori come responsabile della segreteria politica del partito, tutti la considerano già candidata naturale in qualche collegio e dunque in pienissima campagna elettorale per costruirsi un profilo nazionale. «Viaggia con l’estintore», ironizza qualcuno per descrivere quanto sia surriscaldata la situazione in molte regioni per colpa proprio della cecità dei vertici di via della Scrofa, con lei e Giovanni Donzelli sul banco degli imputati.

Dalla sua, Arianna Meloni ha il bollino dell’intoccabilità: troppo vicina alla premier perché qualcuno si azzardi a dire qualcosa. Tuttavia, fanno notare i detrattori, è un fatto che ormai le regioni non commissariate si contino sulle dita di una mano: «E a breve toccherà anche alla Puglia e alla Campania», confida un dirigente.

Proprio in Puglia, Meloni ha tentato di calmare la rivolta in atto contro Marcello Gemmato, contemporaneamente sia sottosegretario che coordinatore regionale, nonché stretto amico di famiglia delle sorelle, con cui da più estati passa le vacanze. Proprio il suo è uno di quei nomi da cui passa la credibilità interna di Arianna Meloni: Gemmato è tanto amato a Roma quando odiato in Puglia, dove gli viene imputata la sconfitta a tutte le elezioni amministrative, oltre ad una mancanza di consensi personali.

«É lui il punto debole di Meloni», arrivano a dire i suoi detrattori, che ipotizzano alle politiche il tracollo proprio in questa regione e si sarebbero aspettati un interventismo diverso da parte di Arianna, proprio per zittire le critiche di amichettismo. Non c’è solo la Puglia, dove è stata in settimana senza riuscire a risolvere le tensioni. Anche in Sicilia, dove era due settimane fa, non ha potuto che constatare lo stato di tensione nel partito. Questo le imputa chi non sta apprezzando la sua gestione: aver ignorato la guerra tra bande a livello locale, crescendo così un partito gigante ma coi piedi d’argilla.

Le carte di Lollobrigida

«Lollo è il miglior amico di Fazzolari» è la risposta dei dirigenti di partito quando si prova a indagare su possibili dinamiche interne. Le amicizie, però, vanno curate, e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida negli anni da capogruppo ha saputo creare legami sempre nuovi e duraturi sul territorio, sicuro che il suo amico a palazzo Chigi fosse sempre al suo fianco, occupandosi però d’altro.

Ufficialmente l’ex cognato di Meloni ha mollato la testa del gruppo: al suo posto adesso in parlamento c’è Galeazzo Bignami mentre a coordinare i territori pensa Giovanni Donzelli. Sulla carta, perlomeno, perché alcune delle amministrative in calendario tra una settimana per lui sono delle partite del cuore, soprattutto quelle di Santa Marinella e Albano.

La provincia di Roma è il suo feudo e le campagne sono gestite in coabitazione con il suo maestro e vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, finito però ormai ai margini del partito: da tenere d’occhio ci sono dunque Damiano Gasparri a Santa Marinella e soprattutto Massimo Ferrarini ad Albano Laziale, di fatto luogotenente in provincia del ministro. Ma il suo «gruppo di lavoro» come lo chiama qualcuno, è folto: ci sono da sempre i parlamentari di zona Angelo Rossi, Giorgio Salvitti, Alessandro Palombi e Luciano Ciocchetti, oltre al senatore Marco Silvestroni. Qualcuno attribuisce alla corrente anche Gianluca Caramanna, mentre sono sicuramente confluiti – anche se nel cuore sempre Gabbiani, appartenenti alla corrente di Rampelli – nomi come quello dei senatori Lavinia Mennuni, Marco Scurria e Andrea De Priamo, oltre al presidente della commissione Cultura Federico Mollicone.

Ma anche fuori da Roma Lollobrigida resta il punto di riferimento di chi porta il verbo di Meloni sul territorio molto più di Donzelli, oltre a fare da interlocutore per chi si occupa di agricoltura, uno su tutti il presidente della commissione competente al Senato Luca De Carlo.

Sui territori a lui risponde per esempio il deputato Carlo Maccari in Lombardia, mentre anche figure più autonome come il capogruppo a Bruxelles Carlo Fidanza e il presidente di commissione alla Camera Marco Osnato, in origine più zona destra sociale, lo guardano da pari a pari. Ma le spartizioni territoriali che riconducono tutte a “Lollo” non finiscono qui.

Dalla destra sociale provengono infatti anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso, il deputato Silvio Giovine e l’europarlamentare Elena Donazzan in Veneto, contrapposti a livello locale a De Carlo, mentre il senatore Raffaele Speranzon sta cercando di ricavarsi una certa autonomia. In Friuli, prima Lollobrigida e ora Donzelli (a sua volta vicino al capogruppo Bignami e al suo clan di gasparriani) assistono al derby tra il ministro Luca Ciriani e il presidente di commissione Lavoro alla Camera Walter Rizzetto.

In Piemonte si sfidano l’ex gasparriana Augusta Montaruli e il collega deputato Fabrizio Comba, cresciuto sotto l’ala di Guido Crosetto. Al sud, la Campania è in mano al viceministro salernitano Edmondo Cirielli e si sta cercando il rilancio su Napoli attraverso la commissaria deputata Marta Schifone. In Basilicata comanda l’ex M5s Salvatore Caiata e in Calabria c’è la sottosegretaria Wanda Ferro. Sarebbe semplicistico attribuire tutti a un correntone lollobrigidiano, ma senz’altro c’è un canale aperto con tutti.

Il timone di Fazzolari

Mentre Lollobrigida cura il partito, Fazzolari segue il governo. Non c’è decisione di peso in questi anni che non sia passata per le sue mani, dalle nomine alle partecipate alla scelta dei ministri. Dei fatti di partito, raccontano, il mentore di Meloni non si interessa più troppo, salvo dare indicazioni pratiche su come gestire di fronte ai media la comunicazione, il famoso “Mattinale” che finisce sui cellulari di tutti i parlamentari.

«Fazzolari si rapporta a giro con tutti, in base a quel che gli serve in quella fase per il governo» dice un dirigente. Certo, quelli a cui – al contrario – lui non butta mai giù il telefono sono i collaboratori dell’Ufficio studi: i più citati sono sempre i deputati Francesco Filini e Sara Kelany, ma dello stesso giro faceva parte anche Emanuele Merlino, il caposegreteria tecnica assegnato – suo malgrado – ad Alessandro Giuli, considerato a sua volta un corpo estraneo dal partito. Il ministro della Cultura poi l’ha licenziato provocando le ire del sottosegretario (che Meloni ha accettato di gestire, pur di tenere Giuli al suo posto). Nelle vicinanze di Fazzolari e del giro Ufficio studi viene collocato spesso anche Maurizio Leo, viceministro all’Economia e tecnico esperto. Alla fine, sempre meglio avere dei numeri affidabili a portata di mano.