Lo scrittore: «La politica ha deluso, non parla della vita reale»

Roberto Saviano: “Questa Italia allontana i giovani”

(Federico Monga – lastampa.it) – Intanto una buona notizia, il Napoli sta già vincendo 2-0, è quasi in Champions League. I giovani sono il tema del Salone di quest’anno. Le nuove generazioni leggono Saviano?
«Dipende. C’è un pezzo di mondo giovanile che è meraviglioso agganciare perché non c’è, almeno da parte mia a 50 anni suonati, il tentativo di motteggiare, di imitarne il linguaggio. Però, per esempio, quando aggancio i più giovani sui social, soprattutto YouTube, sento che cercano un tempo più lungo di approfondimento, quasi che stanchi dell’immediatezza di social come Instagram e TikTok volessero una dilatazione della riflessione. Si vede anche qui al Salone.

Hanno voglia di fare Politica?
«C’è una fetta di ragazzi impegnati soprattutto sull’ecologia, come ero anche io, e un altro più riflessivo che dalla politica è molto deluso».

Al referendum c’è stata una forte partecipazione.
«Non si votava per un partito e questo ha fatto la differenza. Quindi attenzione all’entusiasmo, bisogna lavorare ancora molto per avere il consenso delle fasce più giovani, deluse da una politica che secondo me è senza idee. C’è stato un momento in cui l’idealità poteva bastare, ora no, serve progettualità. Prendiamo un dato per tutti: l’Italia non è solo, come ripetono le destre, la meta dell’immigrazione dal Nord Africa, dall’Italia si emigra».

Perché i ragazzi se ne vanno?
«È semplice, non ci sono soldi. La qualità della vita in Italia continua a essere ottima, ma ti pagano a tre mesi, a quattro, precariato assoluto, segnalazioni necessarie da parte della politica. Bertrand Russell diceva che quando c’è un raccomandato che non vale niente il sistema è sano ma quando chi è capace deve cercare una protezione, come in Italia, allora non va bene più. Ecco perché le persone vanno negli Stati Uniti, dove la qualità della vita è insopportabile però se sei abile e ti impegni lo stipendio arriva. Oggi forse è diverso ma fino a poco tempo fa non era impossibile entrare all’università americana mentre è proibitivo in quella italiana. E i partiti non ne parlano».

Cosa pensi dei trapper che cantano “tengo la pistola nel cassetto” tu che vieni dalla città di Pino Daniele, che denunciava la camorra in modo diverso?
«Non tutta la musica rap, che seguo molto, mi piace. Questo tipo di racconto violento è fatto per raggiungere autenticità. Tuo papà dice magari studia, impegnati, la mamma dice di comportanti bene e poi esci da quel contesto e vedi che in strada vince il più figlio di puttana, il modello opposto, il più bastardo. E allora la musica arriva in qualche modo in soccorso, tengo la pistola nel cassetto, mi compro le donne, ’fanculo tutti, i denti d’oro».

Sono versi disgustosi.
«Proprio perché disgustosa questa roba attrae, ti dà una via artistica iperbolica, autentica perché lì fuori il mondo è crudele, vince il peggiore. Capisco che sembri un’istigazione ma non credo che la musica debba prendersi il compito di contrastare, la musica racconta. Quei versi suggeriscono più verità rispetto alla rappresentazione che si vede in giro. A volte trovo nella musica rapper molta più verità che in certi libri o in certi articoli, che tendono a essere equidistanti, pedagogici».

La politica parla poco di mafie.
«Anche i media parlano pochissimo di criminalità organizzata che invece sa utilizzare i social per fare proselitismo, occupare un territorio da conquistare».

Ripeti spesso che Gomorra ti ha rovinato la vita. In questi vent’anni hai pensato a un romanzo che avresti voluto scrivere e non l’hai fatto?
«Tantissimi. Ma è quasi una vita parallela, nel senso che prima o poi sbarcherò sul romanzo storico, il genere che in questi anni ho tenuto sempre in un piano parallelo, secondario rispetto all’urgenza della ferita. Quando parlo di Gomorra come della mia rovina è perché a un certo punto un libro come quello ti fissa in un ruolo in cui chi ti segue, in cui ti riconosce quando sei in battaglia. È o un grande peso, perché non sei solo quello, o a volte non ne puoi più. Qui ci siete voi ma poi in tribunale sei solo, perché gli attacchi che si ripetono da parte dei populisti non si rivolgono ai tuoi nemici ma ai tuoi sostenitori, agli amici per instillare loro il dubbio che sbaglino».

Tu hai sempre raccontato The Dark Side della società, il suo lato oscuro, ma non ti è mai venuta voglia invece di parlare d’amore?
«Ci ho provato nell’ultimo libro, “L’amore mio non muore”. Prima o poi, lo so, scriverò un romance, ma è difficilissimo».

Saresti capace, tu giornalista e scrittore, di fare il i ministro della cultura?
«Mi è stato proposto una volta, ho detto di no. Il mio lavoro è un altro, ovviamente affascina sempre poter avere le leve in un paese come il nostro per poter cambiare qualcosa in ambito culturale, ma continuerò a scrivere».

La destra provato a scardinare l’egemonia culturale. Un bilancio?
«È un fallimento assoluto ma è un male, non è un bene. Sono un grande lettore di destra, anche di estrema destra, Spengler, Jung, Kashmir, ho stima per Giordano Bruno Guerri, ho letto il libro di Veneziani su Vico, l’ho trovato molto bello. Il problema non è la destra. È che hanno dato tutto, l’arte, il cinema, tutto in mano ai peggiori, non hanno dato tutto in mano alla destra, hanno dato tutto in mano a non professionisti, a persone non capaci».