Il dovere di essere realisti

Essere democratici ha sempre significato inevitabilmente essere dalla parte del futuro e del progresso, legati in un legame di coppia indissolubile. Ma rompere con il valore del passato non è rimasto senza conseguenze

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Illustrazione di Doriano Solinas

(Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Perché l’Europa è precipitata nella drammatica caduta di potenza cui assistiamo ormai da anni? E perché la stessa cosa è accaduta agli Stati Uniti? Perché si profila da tempo e in misura ognora crescente quella che potremmo definire una vera e propria crisi del potere democratico mondiale, un potere che — con l’importante eccezione di qualche dominion britannico e del Giappone — è stato e nella sostanza resta tuttora un potere euro-americano?

Le risposte in chiave economica, militare, geopolitica, si sprecano. Forse, però, dovremmo spingere lo sguardo più in profondità, oltre la dimensione della pura potenza e delle sue dinamiche. Forse dovremmo pensare che all’origine di tutto c’è qualcosa di più basilare che riguarda il modo di pensare, le idee, la mentalità. Dovremmo forse chiederci, ad esempio, se la crisi mondiale del potere democratico stia addirittura nell’idea stessa di democrazia.

«La democrazia, ha scritto Tocqueville, dà agli uomini una specie di istintivo disgusto per ciò che è antico». Sono parole che danno l’idea dell’enorme frattura che l’avvento di questo nuovo regime ha significato nelle società occidentali, innanzitutto rispetto al passato: il principio della libertà e della sovranità individuali, il potere che ne è risultato per ognuno di affermare la visione del mondo, i desideri, le opinioni, le regole sociali, che più gli andassero a genio.

È tutto questo che ha prodotto — anche a non contare le conquiste della scienza e della tecnica — un formidabile rifiuto della continuità storica, un radicale distacco dalla grigia dimensione del passato, della tradizione, e la sostituzione di tutto ciò con l’esaltante dimensione della novità, del futuro. Al prestigio del passato la democrazia ha sostituito l’attesa e il fascino del futuro, considerato in quanto tale necessariamente migliore dell’oggi e ancor più dello ieri. Ha sostituito l’idea del progresso. Fin dall’inizio essere democratici ha significato inevitabilmente essere dalla parte del futuro e del progresso, legati in un legame di coppia indissolubile.

Ma rompere con il valore — e dunque inevitabilmente anche con la conoscenza — del passato, raffigurandosi di essere all’inizio di un mondo ormai nuovo votato a un futuro sostanzialmente di progresso, non è rimasto senza conseguenze. Ha voluto dire alla lunga un effetto di enorme portata sulla mentalità delle società democratiche, sulla loro cultura politica nonché sulle élite al potere e le loro scelte, perché ha voluto dire rompere con la dimensione del realismo.

Infatti, avere confidenza con il passato e conoscerne le vicende, conoscere i multiformi casi occorsi ai popoli e agli Stati, sapere della varietà infinita delle loro sorti, del ruolo dell’imprevisto, del crollo talora repentino di idee e poteri che apparivano solidissimi, e infine della misteriosa e mutevole complessità di quanto si agita nella mente degli esseri umani (da soli o in gruppo) spingendoli all’azione, tutto ciò costituisce di per sé una straordinaria lezione di realtà. Che induce a farsi poche illusioni, a essere cauti, a stare in guardia contro la moltitudine dei pericoli sempre in agguato, a ritenere indispensabile poter contare sempre sulle proprie forze: e dunque anche ad avere una propria forza. E questo è per l’appunto il realismo, che sempre si accompagna a una vena più o meno esplicita di pessimismo.

Ma è una dimensione che alla mentalità democratica è estranea se non addirittura ripugna. Alla mentalità democratica essere realisti appare invariabilmente solo la prova di un animo malvagio.Tutte orientate al futuro e al progresso le folle e le classi dirigenti democratiche si lasciano assai difficilmente convincere a non avere uno sguardo ottimistico sul mondo. Aiutate per giunta da una cieca fiducia nella scienza, esse sono troppo compenetrate dell’idea che così come ogni desiderio o inclinazione o scelta personale sia legittima se non reca danni ad altri, che così come non esistono regole o istituzioni sociali che non possano essere mutate o cancellate dal voto di un Parlamento, allo stesso modo ad ogni problema corrisponda sempre una soluzione positiva che si tratta solo di trovare; che non ci siano conflitti incomponibili; che in qualche modo tutto possa andare per il meglio, tutto finirà per sistemarsi. È il medesimo atteggiamento psicologico all’origine della secolarizzazione di massa o del tentativo di cancellare/esorcizzare la morte dalla nostra vita individuale e sociale.

Decenni e decenni di diffusione capillare di ideologia democratica di questa fatta hanno prodotto nelle società occidentali e in particolare nelle sue élite politiche una decisa messa in mora di ogni istanza realistica, di ogni sobrio ma salutare pessimismo nella valutazione delle cose del mondo e dei suoi attori, una sorta di fiduciosa leggerezza nel trattare anche gli affari più delicati. Come è stato possibile, ad esempio, accettare a cuor leggero che la Cina entrasse nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) senza avere la garanzia che non ci mangiasse vivi o, per dirne un’altra, assistere tranquillamente alla sua occupazione di enormi parti dell’Africa? Come è stato possibile fidarsi della parola dei talebani nelle trattative di Doha consegnandogli l’Afghanistan senza colpo ferire? Come è stato possibile credere alle «primavere arabe»? Come è stato possibile credere che un giorno Al Sisi ci avrebbe fornito gentilmente l’indirizzo dei carnefici al suo servizio? O credere oggi che Putin si spaventi delle sanzioni, o che qualsiasi cosa dica l’Unione europea conti qualcosa?

Sì, è vero, negli ultimi tempi l’atmosfera ha forse cominciato a cambiare. Forse: Dio non voglia che sia quando le onde già lambiscono la tolda del Titanic.

10 replies

  1. Ernesto, hai mai pensato che esiste la lotta di classe? Dalla caduta del muro di Berlino il capitale non ha avuto più remore a mostrare il suo vero volto “antidemocratico”. L’intento delle multinazionali è quella di aumentare i profitti, producendo merci dove il mercato del lavoro è meno caro e più debole, la Cina è tra questi.

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  2. Premesse errate, articolo che si arrampica sugli specchi per confermarle.
    A me sembra che a dimenticare le lezioni della storia sia la destra, spesso e volentieri.
    Vedi corsi e ricorsi di fascismi e nazismi.
    Vedi richieste di “pacificazioni” incongrue.
    Diciamo che la destra ricorda ciò che le torna utile: non direi che è passato, ma oscurantismo velato da tradizione…

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    • Occhio che “la destra” propone anch’essa una visione del mondo pienamente consapevole del fatto che il mondo è una realtà in continuo mutamento e conviene adeguarsi alle sempre nuove istanze manifestate dalla propria base elettorale e inoltre si inserisce a pieno titolo nelle dinamiche di un regime democratico sano.

      Se ho capito bene il pensiero (ermetico) di EGDL, qui la contrapposizione non è fra destra e sinistra, ma fra il dominio di un singolo (e l’ideale conseguente del messianico salvatore della patria) e un sistema di governo che ha origine da una delega alla rappresentanza espressa a larga maggioranza, prevede un’equa suddivisione di oneri e responsabilità, nonché la presenza di pesi e contrappesi tesi a garantire che non prevalga alcuna figura in grado di avocare a sé tutti i poteri. Ideale che effettivamente è costantemente minacciato da pulsioni autoritarie sia da destra sia da sinistra, penso da quando sono apparsi sulla terra i primi ominidi, di certo non è un fenomeno nuovo.

      Ciò detto, anche a me pare che le conclusioni a cui giunge EGDL non origino da un percorso logico, chiaro, lineare e che le stesse premesse da cui muove il ragionamento siano fallaci. Il pretesto di tutto l’articolo è davvero uno stringato aforisma di 15 parole del tutto decontestualizzato? Ma poi di quale crisi democratica parla? Sarà forse la crisi del liberalismo economico? E questo articolo sarà forse l’ennesimo tentativo di salvarlo “whatever it takes”? Il sospetto viene.

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  3. “Le risposte in chiave economica, militare, geopolitica, si sprecano.” Della Loggia queste materie non se le e’ mai cacate. ” Forse, però, dovremmo spingere lo sguardo più in profondità, oltre la dimensione della pura potenza e delle sue dinamiche. Forse dovremmo pensare che all’origine di tutto c’è qualcosa di più basilare che riguarda il modo di pensare, le idee, la mentalità. Dovremmo forse chiederci, ad esempio, se la crisi mondiale del potere democratico stia addirittura nell’idea stessa di democrazia.” Della Loggia che fa Veneziani…

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  4. “«La democrazia, ha scritto Tocqueville, dà agli uomini una specie di istintivo disgusto per ciò che è antico»” Cretino imbecille, e che pensi fosse l’alternativa al tempo di Toqueville? “il principio della libertà e della sovranità individuali, il potere che ne è risultato per ognuno di affermare la visione del mondo, i desideri, le opinioni, le regole sociali, che più gli andassero a genio.” Pezzente ignorante, ed il re, il marlgravio, che facevano?

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  5. “È tutto questo che ha prodotto — anche a non contare le conquiste della scienza e della tecnica — un formidabile rifiuto della continuità storica, un radicale distacco dalla grigia dimensione del passato, della tradizione, e la sostituzione di tutto ciò con l’esaltante dimensione della novità, del futuro.”

    Basta, questo e’ troppo…

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