Mattarella, un addio chiaro, evidente, esplicito

giunto al termine del settennato, il commiato di Sergio Mattarella non poteva essere più chiaro, evidente, esplicito, solare. Il più fermo e cortese “giù le mani” rivolto a coloro che insistono a tirarlo per la giacca (pensiamo che ne abbia diritto, al posto della giacchetta corta di maniche che gli mettono addosso) affinché si faccia rieleggere […]

(ANTONIO PADELLARO – Il Fatto Quotidiano) – “Eravamo così poveri che a Natale il mio vecchio usciva di casa, sparava un colpo di pistola in aria, poi rientrava in casa e diceva: spiacente ma Babbo Natale si è suicidato”. Jake LaMotta

In una notte di San Silvestro, se possibile più mesta del Natale descritto da Jake LaMotta, abbiamo provato viva solidarietà e un pizzico di sincera compassione per i colleghi costretti a chiosare il messaggio presidenziale che da quando viene celebrato riserva le stesse sconvolgenti sorprese della cerimonia del Ventaglio, con la differenza che in quel periodo dell’anno fuori fa caldo.

Infatti, venerdì sera, la diretta dal Quirinale non ha fatto che confermare la mirabile sintesi “testo breve, bandiere e sobrietà” con cui i giornali avevano titolato alla vigilia, sbadigliando. La colpa non è naturalmente di Sergio Mattarella (o dei suoi predecessori) ma di un’attesa assolutamente fuori luogo poiché nel redigere l’augusto testo gli amanuensi addetti alla bisogna avranno cura di espungere qualsiasi riferimento al mondo delle cose reali, fosse pure una virgola malandrina. Onde evitare, il giorno successivo, quelle puntute precisazioni con cui l’ufficio stampa del Colle è impegnato a scoraggiare qualunque goffo tentativo di trovare il classico peluzzo nell’uovo.

Faremo dunque preventiva ammenda per esserci scossi dal benefico sopore dopo quell’invito di Mattarella all’unità nazionale, alla solidarietà, e al patriottismo che avevamo incautamente inteso come un possibile viatico per l’elezione di Mario Draghi. Un plebiscito, insomma, che unisse i buonisti di Fratoianni ai patrioti della Meloni, un po’ come la grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa. Niente da fare perché prima ancora che potessimo articolare una supposizione il tuono rimbombò di schianto e tra capo e collo ci giunse la preventiva smentita degli uffici.

Dunque per dare un senso a questo scritto formuleremo un apprezzamento e un auspicio. Bene, perché giunto al termine del settennato, il commiato di Sergio Mattarella non poteva essere più chiaro, evidente, esplicito, solare. Il più fermo e cortese “giù le mani” rivolto a coloro che insistono a tirarlo per la giacca (pensiamo che ne abbia diritto, al posto della giacchetta corta di maniche che gli mettono addosso) affinché si faccia rieleggere. L’auspicio riguarda invece il tradizionale pistolotto rivolto ai “giovani”. E qui rivolgiamo un accorato appello al prossimo presidente affinché l’anno prossimo ci risparmi il piagnisteo su ciò che si doveva fare e non si è fatto nei secoli dei secoli per questa categoria quanto mai indistinta e scalognata. Anche perché temo che i “giovani”, la sera del 31, non siano all’ascolto (mentre può darsi che stiano sparando a Babbo Natale).

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5 replies

  1. Purtroppo la solita retorica che non vuol dire alcunchè se non scatenare i retroscenisti e calmierare per l’ ennesima volta il “cuore” del popolo con parole del tipo “Capitano, mio capitano!” ( e mi meraviglio, con tutto il rispetto per chi non c’è più, che un Professore di Filosofia abbia scritto roba del genere) è stata anche quest’ anno protagonista del discorso di Mattarella. Plauso bipartisan.
    In un momento tanto difficile per i comuni cittadini, non doveva essere l’ ennesima omelia Bergogliana ma prima di tutto un ringraziamento a tutti coloro che, fino alla tarda età, gli hanno assicurato un posto caldo, onori su onori ed un lautissimo stipendio: il suo lavoro è stato benissimo ripagato dalle tasse di tutti noi.
    In secondo luogo, se proprio si volevano citare i “sogni che devono essere a tutti i costi perseguiti”, Mattarella avrebbe dovuto fare un esame di coscienza: non è che se qualcuno “persegue i propri sogni ” questi si avverano. Molto sta nel lavoro che i politici come lui hanno – o non hanno – fatto affinchè l’ ascensore sociale si mettesse in moto, tutti fossero messi nelle medesime condizioni di partenza ed anche coloro che non avevano le spalle coperte dalla nascita potessero “osare” senza tema di bruciarsi le ali dei “sogni” ogni sera davanti al piatto vuoto. Una scuola che formi ed istruisca, un mondo del lavoro che non premi gli amici degli amici ed i politicamente corretti e compensi ragionevolmente i propri “sognatori”…?
    Può ragionevolmente affermare, un uomo da sempre in politica e che ha raggiunto la carica più alta di avere lavorato per questo? Dai fatti non sembra: in tutt’ altre faccende affacendato ora ci fa il fervorino sui “sogni”.

    Caro Presidente: la stragrande maggioranza dei giovani non sogna di diventare Samanta Cristoforetti o Giorgio Parisi – e questo certo intendeva nella sua lettera il Professore – ma Totti e la Ferragni. Soldi e successo. In ogni modo e con ogni mezzo, compresi i meno… spirituali. E questo è anche colpa sua: cosa ha fatto perchè fosse altrimenti? Eppure il suo potere è stato grande…
    Mi aspettavo un mea cuolpa, non la ricerca di un plauso bipartisan. A fare un po’ di retorica sono buoni tutti. E’ nella concretezza dei risultati che ci si deve confrontare: I sogni dei giovani, a cui dice di tenere tanto., sono più facili da perseguire dopo il suo settennato?
    Si faccia la domanda e si goda la pensione.

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