Nella partita del Quirinale, Salvini si gioca l’osso del collo

(CARMELO LOPAPA – la Repubblica) – La rivolta strisciante dei sessantacinque deputati e senatori leghisti con panico da voto imprigiona il leader, ne aggroviglia le mosse, ne moltiplica i dubbi. Matteo Salvini è un capo in mezzo al guado.

La processione di parlamentari che nelle ultime 36 ore ha bussato alla porta del suo studio a Palazzo Madama per gli auguri di Natale lo ha spiazzato, confondendolo, ancor più di quanto non lo sia già per intrinseca natura. Sostenere l’ascesa di Draghi e andare ad elezioni o tenere fede al patto con Berlusconi a oltranza e costringere il premier al suo posto ancora per dodici mesi? Un testa o croce in cui il leghista si gioca (politicamente) l’osso del collo nell’arco delle prossime settimane. E così, sta finendo per giocare su due tavoli.

 Una partita da pokerista della quale la giornata di ieri diventa un’immagine plastica: al mattino faccia a faccia di mezzora all’insegna del fair play a Palazzo Chigi. A pranzo, il serrate le file nella Villa Grande berlusconiana col Cavaliere e l’amica-avversaria Giorgia. Salvini guarda a 360 gradi, del resto.

Parla con l’altro Matteo, tesse strategie, non esclude soluzioni alternative. E in buona sostanza prende altro tempo. Che poi è la sua specialità dal tonfo del Papeete in poi. «Se deciderai di candidarti noi ci saremo», ha ribadito il leghista all’ex presidente del Consiglio durante il pranzo con babà finale. Pd e Cinque stelle, insomma, «dovranno fare i conti con una proposta di centrodestra che è maggioranza nel Paese e in Parlamento».

Ma sarà davvero così? E fino a che punto la strategia terrà? Nella mezzora di faccia a faccia proprio con il premier Draghi in mattinata il tema Quirinale è stato sfiorato, con tutte le accortezze del caso. Il leghista nelle ore successive l’ha raccontata così ai fedelissimi: «Ho apprezzato quel che ha fatto finora e gliel’ho detto. Capisco e apprezzo anche la disponibilità a tutto campo che ha manifestato, ma non può pretendere un sostegno da parte nostra che comporti la rottura del centrodestra». Ma è tutta tattica. E propaganda, per ora. Perché poi ci sono altre variabili e le grane interne. A puntare i piedi – dopo la conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio con virtuale vista Colle – è quel trenta per cento di eletti leghisti che tra Camera e Senato ha la certezza di non staccare più il biglietto d’ingresso della prossima tornata elettorale. Alla luce del taglio dei parlamentari, infatti, nei gruppi leghisti si stima siano 65 degli attuali 196 gli onorevoli che resteranno fuori. Così, l’eventuale scalata al Quirinale dell’ex presidente della Bce aprirebbe un baratro politico per tutti loro.

Eccolo il beffardo bivio davanti al quale l’ex ministro dell’Interno si ritrova inchiodato adesso. «Da un lato avremmo l’esigenza di correre al voto il prima possibile, per evitare che Giorgia Meloni ci cucini a fuoco lento per un altro anno – è il ragionamento di uno dei dirigenti più vicini al numero uno di via Bellerio – dall’altro, non possiamo staccare la spina adesso perché i nostri non ci seguono». Sullo sfondo, una coalizione e una Lega che in parte sarebbero fortemente tentate dall’opzione Draghi.

Non solo tutto il blocco governativo di Forza Italia, ma anche l’amico di lungo corso del premier, quel Giancarlo Giorgetti che il leader continua a vedere come fumo negli occhi. Ai parlamentari e ai governatori del partito non è sfuggita affatto la rudezza con cui l’indiscrezione su una premiership Giorgetti di fine legislatura, in caso di elezione di Draghi al Colle, sia stata liquidata dal capo con uno sbrigativo: «Giancarlo ha smentito». Non solo perché il ministro dello Sviluppo non lo aveva ancora fatto, ma anche perché si tratterebbe pur sempre del numero due del suo partito. E invece sono proprio “Giancarlo” e “Giorgia” le ossessioni, l’una interna e l’altra esterna alla Lega.

Convinto com’ è, Salvini, che la leadership sia insidiata dall’escalation del primo e dall’Opa sul centrodestra lanciata da tempo dalla seconda. Il risultato è appunto il guado, come fanno notare con rammarico autorevoli leghisti. I due tavoli aperti. Col rischio che alla fine il leader scontenti Draghi, non sostenendone almeno in prima battuta l’elezione al Quirinale, e illuda invano anche Berlusconi. Pur di controllare le sue paure, di scacciare i suoi incubi. Pur di salvare una leadership sempre più in bilico.

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