Gianni&Pinotto

Non si capisce proprio come possa il segretario del Pd pensare a un’alleanza per il Quirinale, sia pure tattica, con i leader dei due partitini Italia Viva e Azione. Affidabili come il no vax con il braccio al silicone, quelli hanno i franchi tiratori incorporati.

(di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano) – Se invece di starnazzare come le oche del Campidoglio i Gianni&Pinotto del centrino da tavolo si fossero tenuti il cecio in bocca avrebbero messo Giuseppe Conte in un bel pasticcio. Poiché, sicuramente dettata da spirito costruttivo, l’offerta del seggio di Roberto Gualtieri avanzata da Enrico Letta avrebbe creato non pochi grattacapi al capo politico dei 5Stelle. Intanto, impegnarsi in Parlamento con un movimento da ricostruire dalle Alpi alla Sicilia, nonché tormentato da frustrazioni e nevrosi non sarebbe stata affatto una passeggiata (“non voglio fare il deputato assenteista”, ha detto e sottoscriviamo).

Ma, soprattutto, sarebbero piovute sull’ex premier le inevitabili accuse di avere approfittato dell’acquisito ruolo di partito per arraffare una poltrona di deputato: classico comportamento da membro della casta che i grillini dei primordi avrebbero ricoperto di vaffa. Un Conte candidato sarebbe stato dunque per Gianni&Pinotto uno straordinario bersaglio da tre palle un soldo, uno stillicidio quotidiano di critiche e insulti, magari con la speranza di fargli perdere la partita. Siccome però l’altro non c’è cascato la coppia che scoppia ha espettorato roboanti interviste con la stessa faccia di chi si è appena sparato sui piedi. Colui che vanta come fosse una medaglia olimpica la terza posizione nella corsa a sindaco di Roma ha modestamente dichiarato a Repubblica: “l’avrei sconfitto, non potevo accettare l’idea che un 5S calcasse i Sacri colli” (ha detto proprio così). “Conte è un uomo senza coraggio”, ha invece commentato Pinotto, che con il suo abuso della lingua inglese è il comico più acclamato del Golfo Persico. Ovviamente, stiamo parlando di Carlo Calenda e Matteo Renzi anche se paragonati a Gianni &Pinotto loro fanno ridere molto di più.

Tornando seri non si capisce proprio come possa il segretario del Pd pensare a un’alleanza per il Quirinale, sia pure tattica, con i leader dei due partitini Italia Viva e Azione. Affidabili come il no vax con il braccio al silicone, quelli hanno i franchi tiratori incorporati.

6 replies

  1. I Club di Forza Italia e la spola dell’ambasciatore Mangano

    (di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – 1993, 27 luglio. Nella notte Cosa Nostra e i suoi suggeritori esterni sferrano un nuovo attacco allo Stato, con altre tre autobombe politico-mafiose, in simultanea. Una colpisce il Padiglione d’arte contemporanea in via Palestro a Milano: 5 morti e 13 feriti. Due sventrano le basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma: alcuni feriti lievi. Quest’ultimo è un avvertimento al Vaticano, dopo la scomunica dei mafiosi da parte di Giovanni Paolo II, la lettera dei familiari dei detenuti al Papa contro il carcere duro e il coinvolgimento della Chiesa nella trattativa Stato-mafia per l’ammorbidimento del 41-bis (a cui sta lavorando il nuovo vertice del Dap col ministro della Giustizia Giovanni Conso). Ma il primo destinatario del messaggio di morte è la politica: i santi delle due basiliche richiamano i nomi di Giorgio Napolitano, presidente della Camera, e di Giovanni Spadolini, presidente del Senato. Quella notte un misterioso black-out manda in tilt le linee telefoniche di Palazzo Chigi. Ciampi, isolato e costretto a comunicare via cellulare, dirà di aver temuto un colpo di Stato.
    6 settembre. Berlusconi inaugura il primo club di Forza Italia: la sede è in via Chiaravalle 7/9, il palazzo abitato da Rapisarda e, per alcuni anni, anche da Dell’Utri.
    Intanto la Procura di Torino indaga su un giro di false fatture nelle sponsorizzazioni sportive, che porterà ben presto al coinvolgimento di Publitalia e di Marcello Dell’Utri. Anche a Milano si scoprono fondi neri nelle casse di Publitalia. In ottobre Bettino Craxi consegna a Di Pietro un memoriale in cui accusa i maggiori gruppi imprenditoriali italiani, tra cui la Fininvest, di avere, “in varie forme dirette e indirette, certamente finanziato o agevolato i partiti politici e, anche personalmente, esponenti della classe politica”.
    29 ottobre. Maria Cordova, la pm di Roma che indaga su tangenti al ministero delle Poste in cambio di vari appalti, della legge Mammì e del piano sulle frequenze tv, chiede al gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa) l’arresto di Carlo De Benedetti, Adriano Galliani e Gianni Letta. Ma la Iannini arresta solo De Benedetti e si astiene sugli altri due perché sono amici di famiglia. Letta e Galliani restano a piede libero. L’inchiesta finirà fra assoluzioni e prescrizioni.
    In autunno, come racconterà il suo braccio destro pentito Nino Giuffrè, Bernardo Provenzano stringe un patto con Marcello Dell’Utri: fine delle stragi in cambio dell’alleggerimento della pressione poliziesca e giudiziaria, dei sequestri dei beni e della legge sui pentiti (come già chiesto da Riina nel “papello” consegnato a uomini dello Stato nell’estate del ’92). Poi interpella le famiglie mafiose in una sorta di “elezioni primarie” di Cosa Nostra. E, tra il progetto secessionista di Bagarella e Graviano (“Sicilia Libera” e le altre leghe meridionali) e quello tradizionale di Berlusconi e Dell’Utri, sceglie il secondo. “Provenzano – riferirà Giuffrè ai pm – ci disse: ‘Con Dell’Utri siamo in buone mani’. E ci mettemmo tutti a lavorare per Forza Italia”. La neonata Sicilia Libera viene sciolta all’improvviso.
    Novembre. Il ministro Conso non rinnova il 41-bis a 334 detenuti mafiosi, venendo incontro alle aspettative di Cosa Nostra. Dell’Utri, mentre lavora con Berlusconi agli ultimi dettagli di Forza Italia, ha due appuntamenti ravvicinati nel suo ufficio di Publitalia a Milano 2 con Vittorio Mangano. Dalle sue agende sequestrate alla segretaria, alla data del 2 novembre si legge: “Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale”. E più avanti: “Mangano verso 30.11, cinque giorni prima convoca con precisione”. Reduce da undici anni di carcere per mafia e traffico di droga, l’ex “stalliere” di Arcore è stato promosso capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova e ha partecipato alle decisioni della Cupola sulle stragi.
    Nelle stesse settimane il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, convoca Gaspare Spatuzza, il suo killer di fiducia, che ha già organizzato le stragi di Milano, Firenze e Roma, e gli commissiona un’autobomba per sterminare un gran numero di carabinieri a Roma. Spatuzza chiede il movente degli “strani” attentati dell’estate, quando è stato costretto – contro le prassi di Cosa Nostra – a sparare nel mucchio, uccidendo persino una bambina a Firenze: “Ci stiamo già portando dietro un po’ di morti che non ci appartengono, non sono i morti tipici di Cosa Nostra – i giudici, i poliziotti, i carabinieri, i politici scomodi – ma degli innocenti”. Graviano risponde: “C’è in piedi una situazione che, se andrà a buon fine, ne avremo tutti dei benefici, a partire dai carcerati. Tu ne capisci di politica?”. Giovanni Brusca aggiungerà che i carabinieri dovevano pagare il mancato rispetto delle promesse fatte nella trattativa. Spatuzza si trasferisce a Roma e individua lo stadio Olimpico come il luogo ideale per la strage contro i militari dell’Arma in servizio d’ordine al termine di una partita.
    23 novembre. Da un supermercato a Casalecchio di Reno, Berlusconi anticipa l’annuncio del suo ingresso in politica dichiarando che alle elezioni per il sindaco di Roma (dove lui nemmeno vota) sceglierebbe il candidato missino Gianfranco Fini contro Francesco Rutelli.
    25 novembre. Angelo Codignoni, ex direttore di La Cinq, fonda a Milano l’Associazione nazionale del Club di Forza Italia. Il 1993 si chiude con due nuove inchieste che terrorizzano Berlusconi. La Procura di Torino raccoglie le confessioni del presidente del Torino Calcio, Gian Mauro Borsano, deputato del Psi, il quale racconta i fondi neri che il Milan gli versò nel marzo del 1992 in cambio dell’acquisto del calciatore Gianluigi Lentini. Il vicepresidente Adriano Galliani gli versò, oltre alla cifra ufficiale di 18 miliardi e mezzo, un fuoribusta di 10 miliardi e rotti di lire in nero. Ma Borsano era in trattativa anche con la Juventus e di lui il Milan non si fidava: così, a garanzia del perfezionamento del contratto, Borsano dovette cedere in pegno alla società rossonera il suo pacchetto di maggioranza del club granata. In pratica, per diversi mesi, Berlusconi si trovò a controllare due squadre di Serie A: il Milan e il Torino. Un caso clamoroso di conflitto di interessi e di illecito sportivo, che dovrebbe comportare la retrocessione dei rossoneri in Serie B. Ma la giustizia sportiva non fa nulla. Quella ordinaria, invece, procede per falso in bilancio. I pm di Torino trasmettono per competenza il fascicolo a Milano e il Pool mette per la prima volta il naso nei conti esteri del gruppo Fininvest: il caso Lentini è la prima pietruzza della slavina prossima ventura.
    20 dicembre. Il procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ammonisce “chi ha scheletri nell’armadio”: “Tiratevi da parte prima che arriviamo noi”. Un consiglio da amico che resterà inascoltato.
    (7 – Continua)

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  2. MT dovrebbe inviare un riassunto con plico riservato a CONTE: “Berlusconi ha fatto anche cose buone” che parafrasa quello che ha detto B. di Benito

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  3. “Se invece di starnazzare come le oche del Campidoglio i Gianni&Pinotto del centrino da tavolo si fossero tenuti il cecio in bocca avrebbero messo Giuseppe Conte in un bel pasticcio”. Bravo il Padellaro quando tira fuori gli artigli dell’analista politico.
    Meno, secondo il mio modestissimo parere, quando avalla i miseri tatticismi della lotta politica italiana: “… sarebbero piovute sull’ex premier le inevitabili accuse di avere approfittato dell’acquisito ruolo di partito per ARRAFFARE una poltrona di deputato: classico comportamento da membro della casta che i grillini dei primordi avrebbero ricoperto di vaffa”. Seguendo tale profondo ragionamento Enrico Letta avrebbe dunque arraffato, da membro della casta, una poltrona da deputato candidandosi a Siena. In più, non sarebbe entrato dalla porta principale, come afferma di voler fare Conte, ma da quella di servizio, se non dalla finestra.
    Grande è la confusione sotto il cielo.

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    • Ni… perché pur con i suoi difetti (tanti), il PD è ben strutturato sul territorio, mente il M5S sta faticosamente trasformandosi da movimento a qualcosa che ancora strutturato non è.

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  4. Dove c’è un seggio c’è calenda dove ci sono i soldi c’è l’altro. Accoppiata assolutamente vincente. E i cittadini dove sono? nella merda. Tutto torna perfettamente non per merito dei due ma solo per l’ ignavia verso la cosa pubblica di gran parte dei cittadini.

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