Che mondo sarebbe senza Berlusconi

(corriere.it) – Anche Silvio Berlusconi ha effettuato il booster del vaccino anti Covid-19. Il leader di Forza Italia ed ex premier ha anche diffuso un video della sua vaccinazione che lo vede tranquillo mentre, manica di camicia tirata su, si fa iniettare la terza dose e fare prima il gesto del pollice alzato e, alla fine dell’iniezione, il segno di vittoria con le dita. Fonte: Ufficio Stampa Forza Italia.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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22 replies

  1. Titolo del “fatto”. Di fatto allarmistico e senza capire.Covid, report dell’Iss: “Maggiore incidenza di casi tra i non vaccinati. Il 64% dei ricoveri in rianimazione e il 45% dei morti era scoperto”.In sintesi:Il 36% dei “vaccinati” viene ricoverato.Il 55% dei vaccinati va direttamente al campo santo.Gomez santo subito.

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    • Qualche giorno fa su La7 è andata in onda quest’intervista che sta facendo discutere la Chiesa. Il protagonista è Don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate, uno che le cose non le manda a dire: “La politica di Berlusconi è contro il Vangelo”. Oppure: “Si crede onnipotente. Ha messo in Parlamento quelle che hanno le gambe più belle. La Gelmini? Non vale niente. E come fare a battere Berlusconi? “Politicamente è impossibile eliminarlo, ha troppi soldi. E allora prego il Padreterno che gli mandi un bell’ictus e rimanga lì secco”. Parola di Don Giorgio. Guarda il video al minuto 5′ e 19”
      (Video out)

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      • Ho visto.
        Io non ho mai augurato la morte a nessuno, forse mi è scappata qualche battuta pesante ma niente di più, roba che posso contare sulle dita di una mano. Certo, io penso che “quel giorno”, quando arriverà in maniera naturale – e mi riferisco a diversi soggetti – renderà il mondo più pulito, su questo non ho dubbi.
        Se vivessimo in un paese normale la gente sarebbe più che soddisfatta dalla visione di certe brutte facce rese ancora più brutte dalla sconfitta politica. Tutto è dopato ad arte, perciò vince chi meriterebbe una pedata (politica) nel 🍑.

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    • caro Giansennio… e quale sarebbe il problema di augurare la morte a qualcuno? Perché mai non si dovrebbe farlo? Finché non fai nulla affinché succeda e non istighi nessuno a provvedere in prima persona, si tratta solo dell’espressione di un desiderio. E che male c’è a desiderare un mondo migliore?

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      • È un video di dieci anni fa, che, non si sa PERCHÉ, stanno ritirando fuori ORA.
        Forse per il terrore che B diventi il nostro prossimo PDR?
        All’epoca c’era tanta esasperazione.
        E scommetto che se avesse desiderato la morte di Hitler, tutti d’accordo…
        Berlusconi ha fatto danni più sottili, più protratti nel tempo, infettando tutto il tessuto sociale, ma creando certo meno anticorpi di uno come Hitler…
        Anche quella protezione, tuttavia, nel tempo si affievolisce.
        Vedere Polonia, Ungheria…
        E non è il caso di fare il “richiamo” … ma mi sa che lì si stanno preparando, purtroppo.

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      • Incomincio a chiedermi se non ci siano persone peggio di B.
        Non fosse altro che chi viene dopo in un certo senso prosegue l’opera… nel bene o nel male siede sulle spalle del gigante.

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  2. Alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, le piazze italiane erano infiammate da giovani persuasi che fosse ragionevole uccidere i propri coetanei a causa dell’avversa appartenenza politica. Erano passati tre decenni dalla fine della guerra di liberazione. Ma era come se fascismo e antifascismo (l’antifascismo militante, di matrice comunista) non avessero smesso nemmeno per un momento di combattersi. Non pochi genitori di quei ragazzi, del resto, divisi tra la paura del golpe nero e il timore dell’esproprio rosso, ne assecondavano l’aberrazione ottica e ideologica, finendo di fatto per regolare conti in sospeso per interposta persona.

    Si osserverà che trent’anni sono forse pochi per tramutare in storia i drammi quotidiani. Eppure, potrebbero essere sufficienti almeno a un ripensamento, a una prima analisi critica o, se non altro, a un raffreddamento degli animi. Così non fu, ci dicemmo, perché l’Italia d’allora era debole quanto a condivisione dei valori.

    Nonostante la successiva, lunga e faticosa ricerca di valori condivisi, così non pare essere neppure ora, con riguardo alla stagione più tumultuosa della nostra Repubblica, quella segnata dallo spartiacque di Mani pulite. Anche questa fase sembra sottomettersi alla ripetitività della guerra dei Trent’anni, del passato che non passa. A breve saranno tre decenni dall’arresto di Mario Chiesa, il boiardo socialista dalle cui confessioni promanò la slavina, poi diventata valanga processuale, che travolse la Prima Repubblica: e la questione giudiziaria continua a spaccare il Paese in due segmenti contrapposti per fede ma assai simili per scarsa o nulla propensione a riconoscere dignità all’avversario.

    Senza neppure il bisogno di scorrere l’emeroteca delle passate e infelici stagioni, basta uno sguardo alle cronache recenti per avere un’idea del tasso di avvelenamento del discorso pubblico: la battaglia mai sopita attorno al finanziamento della politica, ora incarnata dall’inchiesta sulla fondazione Open col suo strascico di ovvietà miste a rivelazioni più o meno riservate, o l’intemerata televisiva di un procuratore di primo piano contro talune scelte della ministra Guardasigilli sono soltanto le ultime stazioni della via crucis inflitta a giustizia e politica ove vengano incrociate in un chiacchiericcio astioso che disorienta il Paese.

    Due sono i miti fondanti, ma del tutto infondati, di questo nuovo trentennio tossico: ed entrambi hanno radici nell’inchiesta dei magistrati di Milano tra il 1992, l’anno del principio, e il 1994, quello dell’invito a comparire a Silvio Berlusconi e dell’addio di Antonio Di Pietro alla toga.

    Il primo è il mito del golpe giudiziario. Nato negli ambienti politici più duramente colpiti dall’inchiesta (segnatamente i socialisti meneghini) e da essi propalato durante gli anni successivi, riconduce il lavoro del pool dei magistrati a un’unica trama, magari eterodiretta, volta a distruggere la nostra democrazia parlamentare. La realtà è ben diversa. Non a un golpe giudiziario assistemmo, quanto piuttosto al dissennato suicidio di partiti che durante gli anni Ottanta avevano scambiato consenso elettorale con debito pubblico e appalti truccati con finanziamenti illeciti: fu il loro prestigio ridotto al rango di barzellette da bar che li consegnò, indifesi, ai magistrati.

    Il secondo mito è, per converso, quello della Mani pulite mutilata, dell’inchiesta interrotta bruscamente a causa del ricompattamento del sistema, travasato nella cosiddetta Seconda Repubblica. Questo mito («non ci hanno fatto finire il lavoro!») promana direttamente dai dipietristi ed è servito a giustificare l’inopinata uscita di scena del pubblico ministero più popolare d’Italia appena prima di dover interrogare Silvio Berlusconi. Anche in questo caso, la realtà è tutt’altra. Innanzitutto, perché, come ha ricordato Paolo Ielo (allora giovane sostituto del pool milanese e oggi procuratore aggiunto a Roma) Mani pulite non finì nel 1994 ma proseguì per anni con altri protagonisti. Certo, aveva perso consenso: ma ciò dipese dalla stanchezza popolare per l’assai discutibile uso della galera e dal timore nato in molti italiani che, scendendo l’indagine di livello, quella galera toccasse a loro stessi.

    Accade però che questi falsi miti abbiano figliato, nel frattempo. In una parte della destra, generando una aprioristica avversione contro la magistratura fino ad atteggiamenti corrivi con i reati dei colletti bianchi (se la giustizia è ingiusta, del resto, vale il «tana libera tutti»). E, sul fronte opposto, in una certa sinistra a lungo persuasa di poter prevalere sugli avversari per via giudiziaria, e soprattutto nel primo grillismo, che ha immaginato di «completare l’opera» in piazza, magari con un lacerto di intercettazione usato come ghigliottina sui social. La magistratura stessa ha finito per assumere i vizi della cattiva politica anziché perseguirli: a riprova del fatto che non c’è toga abbastanza elastica da coprire lo strappo tra moralità e moralismo.

    È tempo che la guerra dei Trent’anni finisca. Che i ragazzi di oggi, pur in buona misura ignari di chi fossero i protagonisti di Mani pulite, non subiscano di quella stagione i miasmi politici e il cinismo antistituzionale. La ricerca di valori condivisi è mera retorica se non si superano garantismo peloso e giustizialismo giacobino, se non si esce da uno schema binario (con noi o contro di noi) recuperando il senso delle posizioni dialoganti. È difficile immaginare scorciatoie. Tuttavia, un personaggio pubblico in grado di migliorare di molto il clima sarebbe ancora in campo.

    Per paradossale che appaia, si tratta proprio di Berlusconi: il quale, senza abiure né confessioni, certo, ma solo dismettendo con un gesto, una frase, un messaggio, i panni da perseguitato della giustizia nei quali si è blindato (anche) per ragioni difensive, potrebbe aprire una nuova stagione smontando i miti fasulli della precedente. Tutto contraddice quest’ipotesi fantapolitica: rancori cristallizzati, diffidenze reciproche, la divisione in due del Paese tra berlusconiani e antiberlusconiani. Tutto, tranne il senso di una missione perfino più appassionante del miraggio del Colle: aiutare gli italiani di domani a entrare nel futuro senza inutili fardelli.

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