Renzi d’Arabia: ma in Europa non si può

(di Giacomo Salvini – Il Fatto Quotidiano) – George Osborne e Peer Steinbrück oggi non se li ricorda più nessuno. Per anni sono stati, in Gran Bretagna il primo e in Germania il secondo, due politici sulla cresta dell’onda. Considerati i possibili successori di Theresa May a Londra e di Angela Merkel a Berlino. Oggi si sono ritirati a vita privata e sono finiti nel dimenticatoio. Perché? Entrambi hanno lasciato la politica dopo gli scandali che riguardavano i finanziamenti privati incassati mentre ricoprivano la carica parlamentare. Travolti dal peso dell’opinione pubblica che chiedeva loro di “scegliere un lavoro”: o il rappresentante del popolo o il rappresentante di interessi privati. Delle due l’una, tertium non datur.

Quella scelta che invece continua a non fare Matteo Renzi in Italia. Tutte attività e finanziamenti, quelli del leader di Italia Viva, legittimi anche se provenienti da Stati esteri come l’Arabia Saudita. In Italia l’assenza di una legge e di un codice di condotta al Senato gli permette di fare il doppio lavoro, nonostante l’Ue e il Greco (il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa) ci chiedano di approvare da tempo una normativa sul tema. Negli altri grandi Paesi europei non sarebbe possibile. Renzi dovrebbe scegliere. Ché anche là dove, come in Gran Bretagna, culla della cultura liberale, non c’è un’incompatibilità tra la carica di parlamentare e gli affari privati, è l’opinione pubblica a non accettare i conflitti d’interessi. E alla fine l’eletto è costretto a dimettersi da parlamentare o a rinunciare ai propri interessi (leggere l’articolo a fianco). Vediamo come funziona la legislazione negli altri Paesi europei.

Francia. L’amico Macron dice no gli affari privati

Il caso più recente riguarda la Francia dove è stata presentata una proposta di legge in senso più restrittivo per evitare conflitti d’interessi dei componenti dell’Assemblea Nazionale e del Senato. Ironia della sorte, a volere una stretta sugli interessi privati dei parlamentari è stato proprio Emmanuel Macron, amico di Renzi e fonte di ispirazione del leader di Italia Viva. “Faremo al Pd ciò che Macron ha fatto ai socialisti” era il mantra dell’ex premier quando, nel settembre 2019, fondò Iv uscendo dal Pd. Non solo non è andata così, ma il presidente della Repubblica francese si muove in direzione opposta rispetto alla concezione della politica di Renzi. Prima, tra il 2014 e il 2016, l’Assemblea Nazionale e il Senato francesi si sono dotati di codici di condotta che impongono ai parlamentari di agire “solo nell’interesse pubblico dei cittadini senza perseguire alcun interesse privato” e di non trovarsi “in situazioni di dipendenza da persone fisiche o giuridiche”. A vigilare sul rispetto di questi principi è un “deontologo” che resta in carica 5 anni. Ma per Macron non era sufficiente e ha voluto una legge che vada oltre il codice di autoregolamentazione. La nuova norma introduce l’incompatibilità tra il mandato parlamentare e le attività di consulenza. E dunque in Francia un eletto non potrà più “iniziare a esercitare un’attività di consulenza che non era sua prima dell’inizio del suo mandato, anche se si tratta di una libera professione regolamentata come quella di avvocato”. Esattamente il caso di Renzi. Per le consulenze e le attività precedenti al mandato parlamentare, invece, deputati e senatori francesi dovranno far valutare la documentazione all’Ufficio di Presidenza e all’Altà Autorità per la trasparenza, e saranno i due organi a stabilire se le entrate costituiscano o meno un potenziale conflitto d’interessi.

Spagna. L’eletto sceglie: la carica o il business

Gli spagnoli sono i più restrittivi in materia di conflitto d’interessi dei parlamentari. Talmente tanto da aver inserito l’incompatibilità tra la funzione di membro del governo e quella privata direttamente in Costituzione: lo prevede l’articolo 98, comma 3, della Carta del 1978. Ma la legge estende anche ai parlamentari il divieto di esercitare una professione privata, come quella dell’avvocato. Ogni eletto deve dichiarare i propri redditi e tutte le proprie entrate. Nel caso in cui il deputato avesse interessi prima del mandato, dovrebbe ricorrere a un blind trust che curerà i suoi affari.

Uk. Si può “richiamare” un parlamentare

Più liberale invece la Gran Bretagna dove i conflitti d’interessi vengono stigmatizzati socialmente. Insomma, non servono leggi per regolare una pratica che dovrebbe essere vietata dal buon senso. Bastano quindi i codici di condotta, il primo risale al 1995, che individuano tre principi basilari: Selflessness (decidere in base all’interesse pubblico), Integrity (trasparenza nelle decisioni) e Honesty (rendere pubblici i possibili conflitti d’interessi). Oltre all’obbligo di dichiarare i propri affari (disclosure of interests) – e chi non lo fa rischia pene salate – nel 2015 con il Mp Recall Act è stata inserita la possibilità per gli elettori del recall, e della decadenza, nei confronti di un parlamentare che sia stato condannato penalmente, sia stato sospeso dalla Camera dei Comuni o abbia violato il Parliamentary Standards Act del 2009 che impone la totale trasparenza agli eletti. Il caso di George Osborne, ex cancelliere dello Scacchiere conservatore nel governo di Theresa May, è emblematico. Dopo essere stato allontanato dall’esecutivo, nel 2017 Osborne era rimasto parlamentare ma aveva accettato altri incarichi che gli avrebbero portato nelle tasche ben due milioni di sterline di cui 600 mila per fare il conferenziere, il consulente della società di investimento BlackRock e addirittura il direttore del quotidiano Evening Standard. Il caso fece molto scalpore e in soli tre giorni 155 mila inglesi firmarono una petizione per chiedere a Osborne di dimettersi dalla Camera dei Comuni: “Pick a job”. Scegli un lavoro. Eletto nel 2010, Osborne non si è ricandidato alle elezioni del 2017. Oggi non fa più politica e si è buttato nel privato: è il direttore del British Museum di Londra.

Germania. Al Bundestag trasparenza totale

Il caso tedesco è simile a quello britannico e si basa sulla trasparenza totale di qualunque interesse in capo ai parlamentari in base al principio della “indipendenza del deputato”. I membri del Bundestag devono dichiarare entrate, uscite e consulenze che possano influenzare la loro azione pubblica. Con una restrizione in più rispetto alla Gran Bretagna: ogni cittadino può fare appello di fronte a un conflitto d’interessi di un eletto dopo un voto su una legge. Se un giudice gli dà ragione, quel voto viene considerato illegittimo. Nel 2012, a pochi mesi dalle elezioni politiche, scoppiò lo scandalo di Peer Steinbrück, ex ministro delle Finanze e candidato del partito socialdemocratico contro il terzo mandato di Angela Merkel. La Bild pubblicò le entrate di Steinbrück dal 2009 al 2012 quando, da parlamentare, incassò 1,25 milioni di euro per discorsi pubblici e conferenze per le più grandi banche e società finanziarie del mondo. Dopo le polemiche, il candidato socialdemocratico perse le elezioni e alla fine della legislatura, nel 2017, decise di non ricandidarsi al Bundestag.

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6 replies

  1. L’ultima e-news ora attacca pure bankitalia

    Oltre alle solite querele per i giornalisti, ora Matteo Renzi va all’attacco di Bankitalia. Nella sua enews ha annunciato una “formale richiesta a Banca d’Italia” per comprendere “chi ha violato la Costituzione e la Legge acquisendo senza titolo e poi pubblicando il mio conto corrente”. L’attuale capo di Bankitalia è Ignazio Visco, lo stesso che di certo deve esser piaciuto poco all’allora segretario del Pd quando nel dicembre 2017 riferì in commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche che “durante il nostro terzo incontro (Renzi, ndr) mi chiese perché la Popolare di Vicenza si voleva comprare Banca Etruria. Non risposi, gli dissi ‘caro presidente, io delle banche in difficoltà parlo col ministro’” e “lui mi espresse preoccupazione sul settore dell’oro dell’Aretino. Pensavo fosse una battuta”. Renzi già a ottobre 2017 era contrario alla riconferma di Visco. Ma nella tabella di marcia dell’ex premier non c’è solo la Banca d’Italia. Addirittura proprio per la pubblicazione – in esclusiva sul Fatto Quotidiano – dei pagamenti ricevuti per alcuni speech (come dal ministero delle Finanze dell’Arabia Saudita o da una società di Alessandro Benetton), Renzi annuncia anche una “formale richiesta all’Autorità della Privacy sulle pubblicazioni di queste settimane”. E poi le solite querele: contro Il Fatto, Corriere della Sera e La Stampa.

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  2. Sa benissimo che è tutto regolare, ma, a forza di ripeterlo, col megafono dei suoi leccaqli, qualche residuo imbecille che ci casca lo trova sempre.
    Buffone.👎🏻

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  3. Rispetto ai parlamentari spagnoli ed ai loro divieti di esercitare altre attività, è utile precisare che il loro stipendio equivale al 40% circa dei nostri onorevoli – si fa per dire – è che il loro regime pensionistico è identico a quello di tutti i cittadini.

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  4. Un uomo e m… una mina vagante !vediamo di sbatterlo fuori dal senato ! Ha gia rubato abbastanza stipendi da senatore da poter vivere di rendita, per i suo ruolo di conferenziere in shisch englisch vorrei stendere un velo di vergogna e nemmeno pietoso !

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