La caricatura macabra della morte

(Marcello Veneziani) – Fa un po’ impressione che la prima festività della globalizzazione sia una caricatura macabra e pacchiana dei morti e dei fantasmi. Per difenderla, qualcuno dice che Halloween è un modo per esorcizzare la morte; ma non si esorcizza la morte coglionandola in uno spettacolo puerile di travestimento. Sembra che l’unico modo di vivere pubblicamente la morte sia il ridicolo, il grottesco, il carnevale in versione vampiresca. Curiosa schizofrenia: dopo due anni in preda alla paura collettiva della morte, per covid, ora, anziché affrontare la morte, elaborare il lutto, anche con l’ironia, torniamo alla banalizzazione horror del cadavere, alla fiction su strada degli spettri. Non siamo capaci di affrontare il pensiero della morte se non scappando impauriti o giocando come bambini. Ma la morte non è uno “scherzetto”.

Halloween, si sa, è una festa finta, posticcia, d’importazione, che mortifica – e il caso di dire – il rapporto intenso e autentico con i defunti e con le tradizioni nostrane. Nordica, spettrale, satanica, estranea alla teatralità tragica del Mediterraneo greco, siculo e romano, è arrivata a noi dagli scemeggiati americani, come la festa del Ringraziamento. È una festa kitsch che fa della cosa più seria che ci capiti una pagliacciata, come se la vita fosse una farsa e l’uscita di scena un atto comico. Ci ruba alla riflessione, a un giorno all’anno dedicato al tema del morire che nessuna globalizzazione, nessun progresso e nessuna nuova tecnologia può cancellare. È poi una festa razzista in senso anagrafico perché che a differenza delle altre feste tradizionali che uniscono le famiglie e le comunità, Halloween taglia in due l’umanità e a festeggiare sono solo i giovani.

Discoteche travestite da cimiteri gaudenti e arredi ludici che sembrano una via di mezzo tra le imprese delle pompe funebri e il carnevale di Rio. Per carità, divertitevi, ragazzi; ma così non si affronta l’angoscia, semmai si profana la morte, si ridicolizza, si fa superficiale, e consumista. Una forma di stupidità in mondovisione, ben sintetizzata dalle zucche vuote, non cessa di essere un’idiozia perché planetaria; al contrario s’ingigantisce. Questa festa è il rovescio di Natale, chiamatela Mortale, per italianizzarla. Erano belle, tenere, persino vivaci, le nostre tradizioni intorno ai morti, un giusto equilibrio tra amore della vita e affetto per i defunti. Servivano a familiarizzare con la morte e a ricordare gli assenti. Al centro non c’erano i ragazzi ma i nonni che erano i medium tra i vivi e i morti; erano loro il vero ponte dei morti.

Ricordate cosa rappresentava il due novembre per noi umani della preistoria? Per cominciare, le feste dei morti coltivavano una sacra e profana ambiguità: da un verso nascevano dal presentimento della loro presenza, pur invisibile, su questa terra: la loro alitante prossimità nutrita dal ricordo e dai luoghi. Dall’altro, servivano a propiziare la pace alle loro anime, che coincideva col loro ritirarsi dal mondo. Li si ricordava per ricondurli al riposo eterno, per dar loro requie, come si diceva un tempo. Era attesa nei primi due giorni di novembre una loro gita speciale sulla terra, in cui tornavano a visitare le loro case antiche e i loro famigliari. Alcuni erano ansiosi di ricevere la loro visita e altri si premuravano di aiutarli nel loro placido rientro nell’Altro Regno, soddisfatti e rincuorati. Al sud era prevista fino a qualche anno fa anche l’ipotesi inversa, dei famigliari che organizzavano una scampagnata presso la tomba dei cari estinti, mangiando e bevendo alla loro salute. Eterna, naturalmente. Forse non era il massimo spararsi una cofana di pasta sulla tomba o appendere la giacca sulla croce. C’erano pure i piatti e i dolci per i giorni dei morti che a me bambino facevano un po’ impressione perché pensavo che i pasticceri fossero i Trapassati che usavano ingredienti in stato di avanzata putrefazione. Ma superato l’impatto necrologico, erano gustosi. Il dolce più classico, anche per origini elleniche, era la colva, poi c’erano i dolci bianchi, di ostie e mandorle, chiamati ossa dei morti. Il grano e la cioccolata erano i classici conforti mortuari.

Quando ero bambino era ancora in uso la calza dei morti, una specie di befana necrofora che destava più timore che gratitudine nei bambini più emotivi; ma alla fine vinceva la golosità. Quel cibarsi del cibo venuto dai morti istituiva familiarità coi defunti, ripristinava il circuito affettivo della loro prossimità. Aiutava ad addomesticare la morte, per dirla con Philippe Ariès. La morte era di casa, vicina, anche se terribile, abitata da gente cara e non solo da spettri paurosi. I nonni assumevano il due novembre il ruolo di mediatori tra i due mondi: erano loro il ponte dei morti.

La notte dei morti, a differenza di Halloween, si preferiva non far tardi la notte un po’ per paura e un po’ per non intasare il traffico oltretombale. Le strade, secondo la fantasia popolare, erano affollate di anime del purgatorio che sciamavano per le vie di una volta, a volte salendo nelle loro case. C’erano riti per accoglierli e altri per respingerli. C’era chi versava acqua insaponata tra le scale per impedire che salissero i defunti. E chi invece lasciava pietanze sulla tavola nella speranza di ritrovare i segni del loro assaggio e passaggio notturno. I marinai non uscivano con le loro barche perché temevano di pescare teschi e tibie di defunti di annegati. Gli animali quel giorno erano più inquieti. Insomma l’Halloween nostrana era piena di pregiudizi arcaici, di paure e speranze infantili, ma era anche un modo incantato per vivere un rapporto naturale e soprannaturale, non grottesco e artificiale, con Sorella Morte. Il culto dei morti è il segno di una civiltà. Dar vita agli assenti è la suprema forma d’amore.

La Verità 

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