Sotto attacco adesso è l’intero sistema Paese, tanto che le decine di migliaia di persone in strada non chiedono solo le dimissioni del primo ministro, ma attaccano anche il leader dell’opposizione e veterano della politica albanese post-comunista, l’81enne Sali Berisha

(ilfattoquotidiano.it) – Non si tratta più solo delle proteste contro un resort di lusso, la cementificazione di un’area protetta o la svendita delle eccellenze albanesi ai miliardari esteri. Le manifestazioni di piazza nel Paese dell’aquila bicefala che hanno ormai superato le tre settimane assumono ogni giorno che passa i connotati di una rivolta contro il sistema. Un sistema che dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha ha spalancato le porte al capitalismo e fatto dello Stato dei Balcani il terreno di conquista di investitori stranieri. Così, le decine di migliaia di persone che anche questo weekend hanno affollato le piazze del Paese non chiedono solo le dimissioni del primo ministro Edi Rama, in carica dal 2013, ma attaccano anche il leader dell’opposizione, altro ex premier e veterano della politica albanese post-comunista, l’81enne leader del Partito Democratico Sali Berisha.
I manifestanti si sono riuniti in Bulevardi Dëshmorët e Kombit, a Tirana. Ostacolare la costruzione del resort di lusso voluto dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, nell’area protetta dell’isola di Sazan è stato il motivo scatenante delle manifestazioni che, oggi, hanno però raggiunto proporzioni ben maggiori. Tanto da spingere la piazza a lanciare un ultimatum a Rama dopo aver accerchiato la sede del governo per tutta la notte, senza sosta, continuando anche il 21 giugno: “Lasci il suo ufficio entro domenica“. Le possibili conseguenze della resistenza del premier sono riassunte in una frase di J.F. Kennedy ripetuta dai manifestanti: “Quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, renderanno inevitabile una rivoluzione violenta”.
Il leader del Partito Socialista al governo, come già fatto in passato, mantiene però la linea dura: “Un governo non si fa piegare dal rumore”, ha dichiarato in una riunione congiunta del suo gabinetto con il gruppo parlamentare socialista. E cerca di spostare l’attenzione sostenendo che l’Albania sia finita al centro di una guerra ibrida: “Da 20 giorni l’Albania è nell’occhio di un ciclone digitale. Il mondo si è svegliato solo perché c’era il nome di Kushner e l’ombra del suo suocero, odiato da un’intera armata online”.
“Quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, renderanno inevitabile una rivoluzione violenta”.
Questo, a mio parere, non significa necessariamente blindati agli angoli delle strade e agenti antisommossa.
Una rivoluzione può assumere risvolti violenti anche con la sola nascita di forze politiche perfettamente inquadrare nelle leggi dello stato ma portatrici di ideali estremi. Sta accadendo ovunque, con la nascita e la crescita di partiti di ultradestra. Quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica sono gli apparati reazionari (vecchi partiti, oligarchie, clientele consolidate, grumi mediatici corrotti da fare schifo ecc) che imperversano anche da noi, in Italia.
Poi è chiaro: ignorare sine die i messaggi che arrivano dalla popolazione, il più potente e pacifico dei quali è la disaffezione alla politica, può risultare estremamente pericoloso per la tenuta di ogni democrazia.
E comunque forza Albania!
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