Città confiscate e privatizzate e un futuro da Repubblica fondata sul turismo: è il rischio Dua Lipa

(Massimiliano Panarari – lespresso.it) – E vissero tutti felici e contenti…». È l’augurio più naturale (e giusto) in occasione di un matrimonio, da estendere, pertanto, anche ai novelli sposi Dua Lipa e Callum Turner. Protagonisti, alcuni giorni fa a Palermo, di un matrimonio stellare – quello «dell’anno», secondo vari media – che, insieme ad altri eventi similari, si può leggere anche come un metaforico “stress test” per l’economia nazionale. Malauguratamente, infatti, esiste pure un «rischio Dua Lipa» per il futuro economico dell’Italia, guardata dall’esterno alla stregua di un sempiterno Belpaese (anche se l’immagine da cartolina non corrisponde precisamente alla condizione esistenziale quotidiana dei suoi abitanti).

Non vi è dubbio sul fatto che l’arrivo di questi esponenti del jet set internazionale inietti un certo ammontare di risorse in alcune filiere economiche locali dei posti dove atterrano con le loro “astronavi”, – e che ciò, ovviamente, costituisca un richiamo per il turismo di chi va a caccia di celebrities. Al riguardo, alcune stime suggeriscono che il matrimonio tra la popstar e l’attore abbia generato 268 milioni di euro di indotto per varie attività commerciali della Sicilia.

E, nondimeno, ci sono per l’appunto due ordini di problemi in questo tipo di eventi: uno di tipo simbolico, e uno terribilmente più concreto. Il primo riguarda la confisca – in senso letterale – di intere porzioni delle nostre città: a Palermo di recente, come era avvenuto prima a Venezia con lo sfarzosissimo matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sanchez. Senza voler eccedere in “moralismo”, in questi casi ci ritroviamo al cospetto di una rappresentazione molto plastica della privatizzazione in senso neoliberista dello spazio pubblico per il divertimento a uso esclusivo di qualche esponente delle élites. Insomma, delle sfavillanti cerimonie da Antico regime ostentate davanti agli occhi del pubblico, ennesima conferma delle relazioni intense fra il premoderno e il postmoderno. E si potrebbe pure aggiungere che stupisce un po’ il fatto che in queste circostanze non si odano fragorose proteste da parte delle destre populiste, ma tant’è. Il secondo, gigantesco, problema rimanda alla divisione internazionale del lavoro, come veniva chiamata un tempo. A giudicare dall’angolo visuale di questo cucuzzaro vip in trasferta da intrattenimento matrimoniale, il nostro futuro come sistema-Paese parrebbe già segnato. Ai loro occhi l’Italia si colloca all’incrocio fra il luogo “molto pittoresco” e il parco a tema tracimante di città d’arte e bellezze naturali. Ovvero, una Repubblica fondata su un’economia del turismo popolata di chef, camerieri e suonatori di musiche folcloristiche soggetti a sottoscrivere accordi di riservatezza per tutelare la privacy degli happy few che vengono a svagarsi. La rilevanza di tale filiera, naturalmente, non può (e non deve) essere messa in discussione, ma serve anche (tanto) altro, perché l’Italia non può limitarsi a essere il set per le riprese cinematografiche de “Il diavolo veste Prada 2”.

Un Paese con la nostra tradizione manifatturiera ha bisogno di politiche industriali e investimenti nell’economia della conoscenza e nelle tecnologie, di posizionarsi ancor più saldamente nei flussi globali, e di provare ad affrontare seriamente i suoi nodi strutturali, dalla bassa produttività ai salari stagnanti. Altrimenti diventeremo solo una Disneyland a cielo aperto per i rich kids del resto del mondo.