Il Campo largo tra mosse, dispetti e attese: l’agitazione al centro, fuori dalla «foto dei 4». E Salis è alla finestra. Il rompicapo delle possibili alleanze: da Calenda e Renzi, a Onorato e Ruffini. Con la sindaca di Genova alla finestra

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Antefatto, sabato, luogo di mare. Preparazione di un articolo sul gran casino dei centristi, Campo largo che organizza pranzi troppo ristretti, con polemiche e annessi veleni. Appunti. Partire dalla foto scattata in quel ristorante di Roma (ricordarsi di scrivere che Conte sembra avere appena detto «Queste foto portano sfiga», con Fratoianni contento come uno che va dal dentista, Bonelli come uno che avrebbe voluto i fiori di zucca fritti invece del pesce bollito, mentre Elly Schlein da l’idea d’essere l’unica davvero entusiasta). Spiegare che di Renzi, al centro, non si fida nessuno. Ma che resta il più bravo di tutti a fare opposizione. E poi sottolineare bene che in quella foto, comunque, non manca solo lui. Gli assenti sono tanti. Fare l’elenco. Attenzione a non dimenticarsi del socialista, perché dovrebbe esserci pure un socialista, verificarne il nome esatto.
Adesso, seguitemi: è domenica e allora cerchiamo di rimettere insieme il racconto della settimana in cui s’è capito quanto i lavori al centro del Campo largo siano ancora molto indietro, al punto che quei quattro — per annunciare la decisione di preparare un programma di governo condiviso — decidono d’attovagliarsi da soli all’Hostaria Costanza, i tavoli infilati dentro i resti del Teatro di Pompeo, uno di quei posti dove i turisti entrano ed esclamano «Wonderful!», che poi è quello che abbiamo pensato anche tutti noi, quando li abbiamo visti seduti intorno a un tavolo triste, già sparecchiato, nemmeno un bicchiere, una bottiglia di vino, nemmeno una rassicurante faccia con cui prendere voti tra gli italiani moderati, senza i quali — è sicuro — le elezioni non si vincono.
Battuta di Carlo Calenda: «Renzi era sotto il tavolo?». Astio antico: ma l’assenza più rumorosa è quella di Renzi, non si discute. Porzioni di verità: intanto, è ingombrante. E poi spaventa. Come? Con il suo essere esperto e spregiudicato, di intelligenza politica psichedelica, più le note efferate capacità di manovra e inciucio, certo talvolta incline al tradimento, spavaldo e sicuro del suo talento assoluto (come segnalava Dagospia, «è forse l’unico che può vincere un duello televisivo contro il populismo dialettico di Giorgia Meloni»): è tutto questo che di Renzi, diciamo, atterrisce.
A fare richiesta esplicita di non volerlo seduto sembra sia stato Conte, poi subito assecondato dalla coppia Bonelli&Fratoianni (alla festa per i 125 anni della Fiom Emilia-Romagna, Fratoianni ha urlato tra gli applausi: «Mai più Jobs Act!»). Conte non solo ha sempre imputato a Renzi la fine del suo secondo governo, ma sa che Renzi è detestato dall’ideologo del Movimento, Marco Travaglio. Che, nel suo editoriale di mercoledì, su Il Fatto, ha paragonato il leader di Italia Viva a un parassita: «Organismi che vivono a spese degli altri esseri viventi, traendone nutrimento e protezione e arrecando loro un danno biologico». Conte rispetta Travaglio, forse lo teme, forse no, certo sa che è un attimo e Travaglio è capace, con quel sorriso che non è un sorriso, di mettere anche lui sulla sua personale Berkel.
Di Renzi, in verità, non si fida nemmeno Alessandro Onorato: che è stato individuato da Goffredo Bettini, gran stratega dem, come il leader giusto per guidare una solida area di centro. Con un identikit non qualsiasi — 41 anni, pieno di passione politica e di determinazione, un garbo raro, assessore capitolino ai Grande eventi, Sport, Turismo e Moda, vaga somiglianza con Tom Cruise, però Onorato è più alto e più piacione — l’altra settimana ha pure fondato il partito degli amministratori. Battesimo al Palacongressi dell’Eur. Si chiamerà: Progetto Civico Italia. Ma la storia sembra sia in evoluzione. Perché gira voce che Onorato stia pensando di stringere un’alleanza, chiamiamola così, con gli europeisti di Riccardo Magi e i socialisti di Enzo Maraio (controllato: si scrive proprio Maraio).
Li avete contati? Fino a questo punto del racconto, nella famosa foto, oltre ai leader di Pd, 5Stelle e Avs, ci sarebbero dovuti essere pure Renzi, Onorato, Magi e Maraio. Agli ultimi tre, andrebbe aggiunto anche Gaetano Manfredi, il sindaco di Napoli. Che è andato a benedire Onorato e che si tiene pronto. A cosa? Ad essere chiamato. Le opzioni di Manfredi sono almeno due. Clemente Mastella (ieri ha festeggiato i 50 anni dalla sua prima elezione in Parlamento: a quel pranzo romano avrebbe meritato il capotavola) è, da settimane, netto: «Per guidare il grande centro bisogna chiamare Gaetano. Che, dopo di me, è il più bravo». Manfredi, però, si tiene pronto anche per un’altra opzione: qualora servisse, sarebbe disponibile a farsi considerare come un simil Prodi (con il problema, non piccolo, che da Cassino in su, però, lo conoscono davvero in pochi).
Quest’ideuzza di finire a Palazzo Chigi sulla poltrona da premier non solletica comunque solo Manfredi: ma anche Silvia Salis (il succo del suo ragionamento è, più o meno, questo: «Io continuo a fare la sindaca di Genova. Se poi Schlein e Conte, primarie o non primarie, non dovessero mettersi d’accordo e vi servisse una premier di mediazione, eccomi, io ci sono»). Progetto ambizioso, ma legittimo (nuova, fresca, bionda, 40 anni portati magnificamente, determinata e furba di tre cotte: perché no?). Perché su La Repubblica, l’altro giorno, Dario Franceschini è tornato a chiederle un gesto di generosità, chiedendole di guidare invece quell’area composta da «civici, riformisti, moderati, con molte personalità e movimenti» (poi, siccome Franceschini è diabolico, tutti abbiamo pensato che l’intervista fosse in realtà un trucco per rimettere Salis sì, in pista: però quella più grande, che porta a Palazzo Chigi).
Dettaglio: la Salis è un vecchio progetto anche di Renzi. Solo che qui, al centro, i progetti sono tanti. Ti volti, e trovi una faccia possibile, un nome in corsa: come l’autorevole ex capo della polizia, Franco Gabrielli. Ma ci sono pure Vincenzo Spadafora con la sua «Primavera» e Luigi Marattin con i suoi «Liberaldemocratici», e poi, non so, ma magari ci sono anche le cinque parlamentari (Madia, Malpezzi, Picierno, Quartapelle, Gualmini), che giovedì prossimo si vedranno al teatro Franco Parenti di Milano, per ragionare di Ucraina ed Europa, sullo sfondo d’una nuova offerta politica di stampo moderato.
Sono una carovana, non mi sembra di aver dimenticato nessuno.
Cioè, no. Ecco, leggo sugli appunti: ricordare Ernesto Maria Ruffini. È sua la miglior battuta sulla famosa foto opportunity. Dice che gli ricorda l’inquadratura d’un film western di Sergio Leone, «in cui il primo piano man mano si allarga e rivela una scena più complessa e affollata».
Ma infatti: solo che vi manca un Clint Eastwood.
Dall’account Facebook di Luigi Marattin
Mi segnalano questo articolo del Corriere – che ringrazio per l’attenzione – in cui includono il sottoscritto e il Partito Liberaldemocratico nella nutrita galassia dei “centristi del Campo Largo”. Ringraziando ancora dell’attenzione, tanto più dovendosi ricordare così tanti nomi e sigle, ribadisco però per l’ennesima volta che il Partito Liberaldemocratico non è interessato a far parte del Campo Largo.
Per la ragione più semplice di tutte: dalla politica estera alla politica fiscale, dal mercato del lavoro alla spesa pubblica, dalla scuola al welfare, dalla sanità alle riforme istituzionali, la pensiamo in modo diverso. Noi con chi urla (e strappa l’applauso) gridando “mai più Jobs Act!”, per essere chiari, non ci possiamo stare. Perché non sarebbe serio nei confronti degli elettori.

“..prendere voti tra gli italiani moderati, senza i quali — è sicuro — le elezioni non si vincono.”
Un par de cojoni.
Le elezioni si vincono se un progetto porta ai seggi una buona fetta di astensionismo. Quanto descritto in articolo, invece, delimita il perimetro di uno spettacolo dell’ orrido.
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Dimenticavo
“Conte rispetta Travaglio, forse lo teme, forse no..”
Travaglio è uno dei pochissimi “amici” che Conte ha nel comparto, inteso come giornale (FQ) non ostile.
Conte deve temere sé stesso.
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Fabrizio Roncone l’ ho sempre apprezzato quando partecipa a Tagada’…”che l’ ideologo del M5S sia Travaglio” mi sembra un qualche cosa fatta fuori dal vasino….che Renzi sia “detestato” dalla maggior parte degli Italiani è un dato di fatto…..e poi comunque oltre che ai tavoli decideremo noi Iscritti….o no….??? Caro Roncone tante suggestioni nel Vostro articolo…ma nulla di piu’….!!! A rivederVi a Tagada’ quando Vi inviteranno….!!!
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